11 settembre 1973: golpe fascista di Pinochet in Cile
Con la vittoria del socialista Salvador Allende e della coalizione di Unidad Popular alle elezioni del 1970 iniziò per il Cile una stagione democratica e progressista, caratterizzata da un impetuoso avanzamento dei diritti e delle libertà. La via cilena al socialismo aveva ottenuto importanti risultati per la redistribuzione delle risorse e l’ampliamento dei diritti sociali e del lavoro. La riforma agraria, le nazionalizzazioni di alcuni settori strategici dell’economia, la riforma sanitaria, erano alcune delle pietre miliari del processo di rinnovamento sociale, politico ed economico che stava portando il paese andino ad un progressivo sviluppo realizzato secondo un modello di società alternativo al capitalismo. In quel contesto, l’11 settembre 1973 la maggior parte delle strutture militari e le forze di sicurezza, guidate dal generale Augusto Pinochet, con l’appoggio internazionale degli Stati Uniti e con il supporto della CIA, attaccarono il palazzo presidenziale di Santiago, la Moneda. Dopo una strenua resistenza da parte dei sostenitori del legittimo governo e dello stesso Presidente Allende che rimase fino all’ultimo al suo posto con in mano un fucile, i golpisti ebbero il sopravvento. In Cile iniziava così un lungo periodo di feroce dittatura (terminata dopo la morte di Pinochet), sostenuta dagli USA e dai loro alleati nella regione. Una dittatura caratterizzata da torture, incarceramenti indiscriminati degli oppositori, repressione del dissenso, sparizioni di militanti (i desaparecidos), migrazioni forzate verso altri Stati e territori di persone impegnate nell’attività politica e sociale (molte e molti vennero ospitati nella provincia di Roma, tra cui il gruppo musicale deli Inti-Illimani che trovò asilo tramite l’impegno del PCI nel Comune di Genzano). Il Segretario di Stato degli USA Henry Kissinger riguardo la vittoria di Allende alle elezioni ebbe a dire: «La questione è troppo importante perché gli elettori cileni possano essere lasciati a decidere da soli». Nel ricordo di Allende, delle compagne e dei compagni che insieme a lui hanno lottato fino all’ultimo, ribadiamo oggi il nostro impegno per la democrazia, la libertà in ogni parte del mondo, per l’autodeterminazione dei popoli, e lo facciamo con le sue parole: «Il popolo deve difendersi ma non sacrificarsi. Il popolo non deve farsi annientare né crivellare, ma non può nemmeno umiliarsi. Lavoratori della mia Patria, ho fede nel Cile e nel suo destino. Altri uomini supereranno questo momento grigio e amaro in cui il tradimento pretende di imporsi. Sappiate che, più prima che poi, si apriranno di nuovo i grandi viali per i quali passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore. Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori!»