16 ottobre 2020

16 ottobre 1943 - 2020. Le sezioni ANPI di Roma e provincia rendono omaggio nei propri territori ai luoghi che ricordano i partigiani ebrei.


 

16 ottobre 1943: La deportazione degli ebrei di Roma

 La "soluzione finale" per gli ebrei romani arriva il 24 settembre 1943 con l'ordine da Berlino di "trasferire in Germania" e "liquidare" tutti gli ebrei "mediante un'azione di sorpresa". Il telegramma riservatissimo è indirizzato al tenente colonnello Herbert Kappler, comandante delle SS a Roma. Nonostante il colpo delle leggi razziali, gli ebrei a Roma non si aspettano quello che sta per accadere: Roma è "città aperta", e poi c'è il Papa, sotto l'ombra della cupola di San Pietro i tedeschi non oserebbero ricorrere alla violenza. Le notizie sul destino degli ebrei in Germania e nell'Europa dell'Est sono ancora scarse e imprecise. Inoltre, la richiesta fatta il 26 settembre da Kappler alla comunità ebraica di consegnare 50 chili d'oro, pena la deportazione di 200 persone, illude gli ebrei romani che tutto quello che i tedeschi vogliono sia un riscatto in oro. Oro che con enormi difficoltà la comunità riesce a mettere insieme e consegnare due giorni dopo in Via Tasso, nella certezza che i tedeschi saranno di parola e che nessun atto di violenza verrà compiuto. Nelle stesse ore le SS, con l'ausilio degli elenchi dei nominativi degli ebrei forniti dall'Ufficio Demografia e Razza del Ministero dell'Interno, stanno già organizzando il blitz del 16 ottobre.


Le persone rastrellate vengono caricate su camion

C'è una lapide sulla facciata della Biblioteca di Archeologia e Storia dell'Arte a Via del Portico d'Ottavia, quasi di fronte alla Sinagoga. Ricorda che "qui ebbe inizio la spietata caccia agli ebrei". Qui, in un'alba di 56 anni fa, si radunarono i camion e i soldati addetti alla "Judenoperation" nell'area del ghetto, dove ancora abitavano molti ebrei romani. Il centro della storia e della cultura ebraiche a Roma stava per vivere il suo giorno più atroce. «Era sabato mattina, festa del Succot, il cielo era di piombo. I nazisti bussarono alle porte, portavano un bigliettino dattiloscritto. Un ordine per tutti gli ebrei del Ghetto: dovete essere pronti in 20 minuti, portare cibo per 8 giorni, soldi e preziosi, via anche i malati, nel campo dove vi porteranno c’è un’infermeriao», così Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma, ha ricordato  quella mattina del 16 ottobre 1943.

Rapporto di Kappler sull'arresto e la deportazione degli ebrei romani



Alle 5,30 del mattino di sabato 16 ottobre, provvisti degli elenchi con i nomi e gli indirizzi delle famiglie ebree, 300 soldati tedeschi iniziano in  contemporanea la caccia per i quartieri di Roma. L'azione è capillare: nessun ebreo deve sfuggire alla deportazione. Uomini, donne, bambini, anziani ammalati, perfino neonati: tutti vengono caricati a forza sui camion, verso una destinazione sconosciuta. Alla fine di quel sabato le SS registrano la cattura di 1024 ebrei romani.
"Quel 16 ottobre -racconta uno degli scampati alla deportazione- era un sabato, giorno di riposo per gli ebrei osservanti. E nel Ghetto i più lo erano. Inoltre era il terzo giorno della festa delle Capanne. Un sabato speciale, quasi una festa doppia... La grande razzia cominciò attorno alle 5.30. Vi presero parte un centinaio di quei 365 uomini che erano il totale delle forze impiegate per la "Judenoperation". Oltre duecento SS contemporaneamente si irradiavano nelle 26 zone in cui la città era stata divisa per catturare casa per casa gli ebrei che abitavano fuori del vecchio Ghetto. L'antico quartiere ebraico fu l'epicentro di tutta l'operazione... Le SS entrarono di casa in casa arrestando intere famiglie in gran parte sorprese ancora nel sonno... Tutte le persone prelevate vennero raccolte provvisoriamente in uno spiazzo che si trova poco più in là del Portico d'Ottavia attorno ai resti del Teatro di Marcello. La maggior parte degli arrestati erano adulti, spesso anziani e assai più spesso vecchi. Molte le donne, i ragazzi, i fanciulli. Non venne fatta nessuna eccezione, né per persone malate o impedite, né per le donne in stato interessante, né per quelle che avevano ancora i bambini al seno...".
"I tedeschi bussarono, poi non avendo ricevuto risposta sfondarono le porte. Dietro le quali, impietriti come se posassero per il più spaventosamente surreale dei gruppi di famiglia, stavano in esterrefatta attesa gli abitatori, con gli occhi da ipnotizzati e il cuore fermo in gola", ricorda Giacomo Debenedetti.
"Fummo ammassati davanti a S. Angelo in Pescheria: I camion grigi arrivavano, i tedeschi caricavano a spintoni o col calcio del fucile uomini, donne, bambini ... e anche vecchi e malati, e ripartivano. Quando toccò a noi mi accorsi che il camion imboccava il Lungotevere in direzione di Regina Coeli... Ma il camion andò avanti fino al Collegio Militare. Ci portarono in una grande aula: restammo lì per molte ore. Che cosa mi passava per la testa in quei momenti non riesco a ricordarlo con precisione; che cosa pensassero i miei compagni di sventura emergeva dalle loro confuse domande, spiegazioni, preghiere. Ci avrebbero portato a lavorare? E dove? Ci avrebbero internato in un campo di concentramento? "Campo di concentramento" allora non aveva il significato terribile che ha oggi. Era un posto dove ti portavano ad aspettare la fine della guerra; dove probabilmente avremmo sofferto freddo e fame, ma niente ci preparava a quello che sarebbe stato il Lager", ha scritto Settimia Spizzichino nel suolibro "Gli anni rubati".
Per la prima volta Roma era testimone di un'operazione di massa così violenta. Tra coloro che assistettero sgomenti ci fu una donna che piangendo si mise a pregare e ripeteva sommessamente: "povera carne innocente". Nessun quartiere della città fu risparmiato: il maggior numero di arresti si ebbe a Trastevere, Testaccio e Monteverde. Alcuni si salvarono per caso, molti scamparono alla razzia nascondendosi nelle case di vicini, di amici o trovando rifugio in case religiose, come gli ambienti attigui a S. Bartolomeo all'Isola Tiberina. Alle 14 la grande razzia era terminata. Tutti erano stati rinchiusi nel collegio Militare di via della Lungara, a pochi passi da qui. Le oltre 30 ore trascorse al Collegio Militare prima del trasferimento alla Stazione Tiburtina furono di grande sofferenza, anche perché gli arrestati non avevano ricevuto cibo. Tra di loro c'erano 207 bambini.
Due giorni dopo, lunedì 18 ottobre, i prigionieri vengono caricati su un convoglio composto da 18 carri bestiame in partenza dalla Stazione Tiburtina. Il 22 ottobre il treno arriva ad Auschwitz.
Dei 1024 ebrei catturati il 16 ottobre ne sono tornati solo 16, di cui una sola donna (Settimia Spizzichino). Nessuno degli oltre 200 bambini è sopravvissuto.
Dopo il 16 ottobre 1943, la polizia tedesca catturò altri ebrei: alla fine  scomparvero da Roma 2091 ebrei. Uno dei momenti più tragici fu il massacro delle Fosse Ardeatine; in queste cave di tufo abbandonate, fuori dalle porte della città e contigue alle vecchie catacombe, il 24 marzo 1944 furono trucidati 335 uomini di cui 75 ebrei.
Roma fu liberata il 4 giugno 1944 e la capitolazione finale di tedeschi e fascisti si ebbe il 2 maggio 1945. Nel 1946, le vittime accertate per deportazioni da tutta Italia furono settemilacinquecento e quelle per massacri mille; gli abbandoni per emigrazione, cinquemila. Dalla comunità di Roma, oltre ai 2091 deportati e morti, mancavano alla fine della guerra anche molti emigrati. Nel biennio 1943-1945 le perdite della popolazione ebraica in tutta Italia furono all'incirca 7750, pari al 22% del totale della popolazione ebraica nel nostro Paese.
http://www.storiaxxisecolo.it/Resistenza/resistenza2c6.html

altri contributi su Patria Indipendente
http://anpi.it/media/uploads/patria/2003/10/07_GHETTO_ROMA.pdf

http://www.patriaindipendente.it/persone-e-luoghi/servizi/16-ottobre-1943-la-lista-degli-ebrei-romani/

http://www.patriaindipendente.it/idee/lemail/deportazione-e-sterminio-degli-ebrei-di-roma/

06 ottobre 2020

Carla Nespolo, partigiana

 

"CIAO COMANDANTE"



5 Ottobre 2020

03 ottobre 2020

7 ottobre 1943 - deportazione di 2000 carabinieri romani nei lager. ANPI Roma e ANEI Roma rendono loro omaggio

 




Trasferiti dai nazisti nei campi di prigionia dopo un ordine di disarmo dell'allora ministro della difesa repubblichino, criminale di guerra Rodolfo Graziani

Il 7 ottobre 1943, a seguito di ordine di disarmo firmato da Rodolfo Graziani (Ministro della difesa della repubblichina fascista) l’Obersturmbannfuhrer colonnello Kappler, il boia di via Tasso, procedeva al rastrellamento e alla deportazione verso i campi di prigionia di oltre 2000 Carabinieri di Roma, prologo alla più nota deportazione di oltre 1000 ebrei avvenuta nove giorni dopo.


Sono migliaia i carabinieri che hanno combattuto nelle file della Resistenza o sono morti nei campi di prigionia, dopo aver rifiutato l’adesione alla repubblica di Mussolini. Di loro si è sempre parlato troppo poco, anche se si trovano carabinieri in tutte le grandi formazioni partigiane in Italia e all'estero. Come non si ricordano mai abbastanza i carabinieri che presero parte alle Quattro giornate di Napoli o i giovani “allievi” che a Porta San Paolo, a Roma, con i soldati e la popolazione, opposero una eroica resistenza armata all'invasione nazista della Capitale. E come non ricordare Salvo D’Acquisto, gli eroici carabinieri di Fiesole (Firenze) massacrati dai fascisti e dai nazisti, o gli ufficiali e militari uccisi alle Ardeatine? C’è un episodio poco noto, ma dolorosissimo, che si svolse a Roma, durante l’occupazione nazista: la deportazione di oltre duemila carabinieri poi trasferiti nei lager e sottoposti ad ogni tipo di tortura, soprusi, al lavoro forzato, alla fame, al freddo e alla morte.


02 ottobre 2020

9 ottobre 2020: Il cuore nero della città. Viaggio nel neofascismo bresciano. Presentazione libro con l'autore


 venerdì 9 ottobre 2020, ore 18,15 - coworking Millepiani, via Nicolò Odero 13, Roma Garbatella - presentazione del libro IL CUORE NERO DELLA CITTA', viaggio nel neofascismo bresciano 

- saluti iniziali di Amedeo Ciaccheri, presidente VIII Municipio di Roma 

-intervengono: 

- Fabrizio De Sanctis, presidente ANPI provinciale di Roma 

- Marino Bisso, Rete #NoBavaglio , giornalista de La Repubblica

- Cesare Antetomaso, esecutivo nazionale Giuristi Democratici 

- Federico Gervasoni, autore del libro. 

L'incontro sarà l'occasione per discutere ed analizzare il fenomeno del neofascismo a Roma e in Italia.

26 settembre 2020

In ricordo di Lucia Ottobrini, scomparsa cinque anni fa

Cinque anni fa, il 26 settembre del 2015, moriva Lucia Ottobrini, Partigiana combattente, tra le figure più rappresentative della Resistenza romana. Decorata con medaglia d’argento al valore militare.


LA PARTIGIANA PIÙ ODIATA DA KAPPLER

Nata a Roma il 2 ottobre del 1924, seconda di nove figli, Lucia Ottobrini è vissuta a Mulhouse in Alsazia fino all’età di 15 anni, città dove i genitori si erano trasferiti quando lei aveva ancora cinque mesi.
I bisnonni materni si erano insediati nella industriale e ricca città alsaziana alla fine dell’Ottocento e lì avevano impiantato una solida attività commerciale. A Mulhouse Lucia è cresciuta a contatto con un ambiente socialmente povero, formato perlopiù da minatori e operai, che le ha consentito di conoscere lo sfruttamento, la miseria, le ingiustizie. Tuttavia, era un ambiente cosmopolita e multietnico, dove convivevano la cultura e la religione ebraica, protestante e cattolica. In un clima di tolleranza religiosa e di solidi legami affettivi, la cattolica Lucia si è fortemente legata all’ambiente ebraico: «La mia migliore compagna di scuola era polacca, e per qualche tempo frequentai un doposcuola ebraico. Un giorno il rabbino mi pose la mano sul capo e mi benedisse. Non ho mai dimenticato quel gesto, da allora ho sempre amato gli ebrei, la loro dolcezza e saggezza» (Partigiani a Roma). Il padre Francesco faceva il carpentiere e la madre, Domenica De Nicola, apparteneva a un’agiata e numerosa famiglia di commercianti, per cui la famiglia Ottobrini conduceva una vita più che dignitosa. Poi con l’occupazione dell’Alsazia da parte dell’esercito tedesco, nove persone della famiglia di origine ebraica vennero prelevate e deportate nei campi di sterminio dove hanno trovato la morte. Auschwitz entrò con violenza nella vita di Lucia lacerando il suo vissuto di adolescente: tutto un mondo di legami affettivi familiari, di amicizie, di studi, crollava improvvisamente e irreparabilmente e nella sua mente rimarrà scolpito il ricordo dei simboli delle SS naziste. La scelta antifascista di Lucia poteva ormai dirsi compiuta e definitiva. La guerra a caccia dell'ebreo oltre ad aver smembrato la famiglia la ridussero in povertà, e i coniugi Ottobrini, con al seguito ben nove figli, decisero nel ’40 di rientrare a Roma dove venne loro assegnata una casa popolare nella borgata di Primavalle, da poco costruita dal regime fascista per dare un alloggio a molti degli sfrattati in seguito agli sventramenti del centro storico. Nella remota borgata romana Lucia conosce la fame e la miseria vere e per aiutare la famiglia si impiega all’Ufficio Valori del Tesoro. Per la famiglia Ottobrini sono anni terribili: ora Lucia, che aveva già sperimentato la ferocia nazista, poteva toccare con mano i risultati delle leggi razziali e della guerra volute dal fascismo.

Improvvisamente uno spiraglio: nel gennaio del ’43 conosce Mario Fiorentini, «una fiammata che non si è mai spenta né attenuata», e finalmente Lucia può entrare in contatto con l’ambiente intellettuale e antifascista romano. Per lei, così giovane e sensibile alle ingiustizie, è l’inizio di un importante impegno politico e culturale. Insieme a Laura Lombardo Radice ottiene il suo primo incarico politico nella raccolta di materiale per i detenuti e, contemporaneamente, insieme a Mario, si dedica al teatro civile con i migliori attori e registi della nuova generazione. Lucia ricorda questi primi mesi del ’43 come un periodo felice: «Quello fu un periodo splendido, Mario e Plinio De Martiis avevano formato una compagnia teatrale che doveva far conoscere gli “autori classici del teatro di prosa al popolo, evitando le rappresentazioni degli autori cosiddetti borghesi”. Ciò doveva avvenire nei cinema di periferia, in modo da raggiungere un pubblico popolare fino ad allora escluso dal teatro. Iniziammo dal cinema Mazzini ma avemmo subito delle difficoltà finanziarie; né il proletariato né il ceto medio corse ai nostri spettacoli. Attori e registi si ridussero la paga e qualcuno rinunciò. Facemmo una sola rappresentazione al Teatro delle Arti. Avevamo progettato che Gassmann saltasse sopra un tavolo e cantasse l’Internazionale in francese. I registi della nostra compagnia erano Luigi Squarzina, Adolfo Celi, Gerardo Guerrieri, Vito Pandolfi, Mario Landi, gli attori erano Gassman, (stupendo per la sua classe, il suo ardore, la sua cultura), Lea Padovani... e tanti altri. Ho dimenticato molti nomi, ma erano tutti giovani, entusiasti ed antifascisti» (Partigiani a Roma)



Braccati dalle SS e dalla banda fascista del tenente Pietro Koch, sono rimasti sempre insieme, mano nella mano. Giovani generosi e pieni di prospettive, innamorati ma costantemente in bilico tra la vita e la morte, hanno accettato la terribile idea di poter morire in uno scontro armato. Roma, dominata da un sentimento di paura che effondeva un cupo grigiore, custodiva come un bene prezioso per l’avvenire e il loro amore e il loro sguardo sorridente e fiducioso. Lucia Ottobrini nel maggio del ’44 operava come partigiana, insieme a Mario Fiorentini, sulla via Tiburtina, nella zona di Tivoli.
La guerriglia dei GAP Centrali, dopo la battaglia di via Rasella, la successiva delazione di Guglielmo Blasi, che fece arrestare quasi al completo la rete dei gappisti di Carlo Salinari e Franco Calamandrei, e la pressione anglo-americana sul fronte di Anzio, era ormai terminata. Così alcuni gappisti vennero inviati dal comando regionale sulle principali vie consolari con l’ordine di attaccare l’esercito tedesco in ritirata verso Nord. Lo scopo di questa diversa dislocazione dei gappisti sul campo di battaglia era quello di formare e guidare nuove formazioni partigiane per cooperare all’avanzata dell’esercito Alleato in direzione di Roma. Abituati a combattere la guerriglia urbana in una città a loro familiare con azioni fulminee e immediata ritirata nei nascondigli situati nei palazzi del centro storico, ora i gappisti combattevano in un territorio a loro sconosciuto in una guerra di montagna a cui non erano stati addestrati.
Costretti a ripararsi in rifugi improvvisati come grotte o casolari abbandonati dai contadini dopo i bombardamenti, con scarsi rifornimenti alimentari, dotati di un armamento leggero non adeguato per attaccare intere colonne di militari tedeschi che si aprivano la strada con i carri armati, i gappisti continuavano comunque la guerra contro i nazifascisti.
Da Castel Madama a Tivoli, spesso Lucia costeggiando la Via Empolitana si recava a piedi a Roma per mantenere i contatti con il comando regionale, o per trasportare delle armi. Chilometri e chilometri attraverso la campagna romana percorsi da sola con pesanti carichi, spesso mitragliata dagli aerei alleati e costretta a ripararsi tra i solchi naturali del terreno o a dover sfuggire terrorizzata ai bombardamenti. Erano per lei momenti di disperante abbandono che superava aggrappandosi all’idea che presto tutto sarebbe finito.
Paure e e fatiche che con il passare degli anni si trasformeranno in incubi: «Ancora oggi durante le sere di maggio, quando il cielo è sereno mi sembra di risentire il rombo dei bombardieri» (Cesare De Simone). Quando partiva in missione, il momento del distacco da Mario era sempre penoso, aggiungeva apprensione alla stanchezza fisica accumulata nei mesi di guerra. Poi l’ansiosa attesa del ritorno, la speranza di riabbracciarsi ancora una volta per continuare una storia d’amore che caparbiamente si opponeva ai simboli di morte delle divise dei nazifascisti, alle distruzioni della guerra, al dolore per il sangue versato da tanti giovani compagni di lotta, a cui si aggiungeva il dolore non meno intenso per la morte procurata ad altri giovani anche se nemici. In una di quelle missioni un giorno Lucia incrociò a distanza una colonna di tedeschi che cantavano «Una volta scoppiai in lacrime quando sentii dei giovanissimi soldati che cantavano un nostalgico “Andiamo a casa, dove staremo bene” nella loro lingua, che io parlavo e capivo. Era un inno che avevo sentito cantare in Alsazia» (Partigiani a Roma). Quel canto in tedesco le risvegliò improvvisamente un’antica nostalgia per la Francia solo momentaneamente assopita dalla tensione e dalla stanchezza.
In Alsazia aveva lasciato i suoi gioiosi ricordi di bambina e adolescente, gli amici, gli ebrei che l’avevano educata alla tolleranza, i minatori piegati dalla stanchezza che morivano per un salario di fame quando non si suicidavano per la disperazione. Quel canto le risvegliò la pietas che aveva dovuto allontanare da sé con violenza durante i mesi di guerra. Una parentesi, ma pur sempre lunga per una ragazza animata da un forte cristianesimo, in cui le era stato impossibile portare con sé il Vangelo mentre impugnava la pistola. Una sorta di sdoppiamento della personalità doloroso quanto necessario, vissuto al tempo stesso come una violenta costrizione e come una liberazione, che turberà non poco i pensieri di Lucia negli anni a venire. Di quei drammatici momenti in cui doveva dimenticare il suo Gesù rimane la lapidaria riflessione di Lucia stessa: «Durante la resistenza pensavo: è come se trasgredissi, mi vergognavo di rivolgermi a Lui. È stato un periodo diverso. Se ci ripenso dico, ma che stranezza, ma ero proprio io questa?» (Alessandro Portelli). E ancora ricorda lo sdoppiamento vissuto in una intervista rilasciata a Cesare De Simone: «Una volta, insieme a Mario, Sasà e Carla andiamo a fare un’azione in via Veneto. Era inverno. Verso le sette di sera. Pioveva. Il nostro obiettivo era un ufficiale nazista. Camminava per la strada da solo scendendo verso piazza Barberini. Era bello, elegante nella sua divisa di pelle nera. Avanzava felice e baldanzoso con una borsa in mano. Forse era appena arrivato a Roma ed era contento. Ci avviciniamo armati di pistola. Tutti e quattro. Per primi premiamo il grilletto io e Mario. Le nostre armi, succedeva spesso, non funzionano. Intervengono Sasà e Carla. Sparano. Il nazista, ferito a morte, si mette a urlare. Tutte le finestre si aprono. Poi i battenti si richiudono in fretta mentre noi ci mischiavamo tra la gente. Se ci ripenso risento ancora le parole di quell’uomo che chiedeva aiuto, disperato. Una cosa tremenda. Signore benedetto! Con gli anni me lo sono chiesta tante volte. Ma ero io quella che sparava a sangue freddo? Che lasciava che un uomo, anche se un nemico, un tedesco, morisse per la strada sotto la pioggia? Spesso mi sento come se la Lucia di quegli anni fosse stata un’altra. E invece no, quella ero io. E il coraggio per fare certe cose si doveva avere per forza». In uno di quei viaggi, Lucia arrivò a Roma più provata del solito e con i piedi sanguinanti. Antonello Trombadori, fondatore e comandante dei GAP, prese un catino d’acqua, si inginocchiò, le lavò i piedi e le medicò le ferite.
Come in un dipinto del Caravaggio, quei corpi segnati dalla sofferenza trovarono un momento di sollievo in un silenzio spirituale che ricomponeva lo strazio dei nove tragici mesi dell’occupazione nazista. Il dolore per le morti subite e provocate veniva lavato e curato mentre su Roma sorgeva nuovamente il sole.
Il 5 giugno ’44 l’esercito tedesco lasciava Roma e al suo seguito se ne andavano verso Nord anche le bande di fascisti che avevano insanguinato la città.
Di nuovo Mario poteva aprire su Roma il suo sorriso e Lucia con i suoi dolci occhi neri riabbracciare la vita.

http://anpi.it/media/uploads/patria/2013/profilo_ottobrini_Sestili_feb_2013.pdf
altri articoli e interviste:

25 settembre 2020

Protocollo d'intesa tra ANPI e Ministero dell'Istruzione per diffondere la Costituzione nelle scuole

https://www.anpi.it/articoli/2360/protocollo-dintesa-tra-anpi-e-ministero-dellistruzione

Protocollo d'intesa tra ANPI e Ministero dell'Istruzione per diffondere la Costituzione nelle scuole

25 Settembre 2020

Il protocollo, firmato dal Ministro Lucia Azzolina e dalla Presidente Carla Nespolo, rinnova il rapporto di collaborazione tra l'ANPI e il Ministero iniziato nel 2014

Le finalità del protocollo:

Per le finalità indicate nelle premesse il MI e l'ANPI (di seguito denominati le Parti) si impegnano a promuovere e sviluppare iniziative di collaborazione e di consultazione permanente al fine di realizzare attività programmatiche nelle scuole e per le scuole volte a divulgare i valori espressi nella Costituzione repubblicana e gli ideali di democrazia, libertà, solidarietà e pluralismo culturale.

Le Parti, inoltre, si impegnano a realizzare iniziative promuovendo percorsi tematici di riscoperta dei luoghi della memoria e la divulgazione dei valori fondanti la Costituzione Italiana.

Con questi intenti, le Parti, nel pieno rispetto dei reciproci ruoli, ricercano e sperimentano modalità di raccordo, di interazione, di confronto permanente, al fine di promuovere e realizzare interventi idonei a diffondere nelle scuole una sempre maggiore attenzione ai processi di studio, di riflessione, di approfondimento.

Le Parti si impegnano in particolare nella realizzazione di un programma comune di attività articolato nei seguenti punti:

a) fornire contenuti e materiali di qualità per l'apprendimento delle discipline storiche, assicurando opportunità di studio, ricerca e approfondimento con particolare riguardo ai temi inerenti al movimento di liberazione e all'età contemporanea nonché alla valorizzazione dei princìpi e dei valori espressi dalla Costituzione ed alla loro perdurante valenza e attualità, ed inoltre, alla Dichiarazione Universale dei diritti dell'uomo, approvata dall'ONU il 10 dicembre 1948;

b) progettare strumenti didattici, di orientamento, mentoring e tutorato rivolti agli studenti al fine di rendere possibile l'utilizzo delle tecnologie internet e social;

c) promuovere attività di scambio, formazione, seminari e conferenze su temi e metodi della

d) didattica e pedagogia dell'insegnamento della storia;

e) realizzare materiale informativo, anche di tipo multimediale e via internet, destinato agli studenti ed ai docenti".

Protocollo d'intesa tra ANPI e Ministero dell'Istruzione 




23 settembre 2020

26 e 27 settembre 2020 - Giornate Nazionali del tesseramento - appuntamenti a Roma e Provincia

Nonostante il maltempo avverso, si sono svolte a Roma e provincia le giornate del tesseramento: alcune foto dalle sezioni:

Colleferro

Marconi

Montespaccato

Nettuno

Pomezia

S. Lorenzo

Testaccio





Aggiornamenti: 

Sez. Marconi solo sabato.

Guidonia annullata causa maltempo. 

Ladispoli spostata a domenica 10 - 12.


I soci già iscritti negli anni precedenti potranno rinnovare la tessera, coloro che vogliono iscriversi per la prima volta potranno presentare richiesta.

 



 

18 settembre 2020

L’ANPI di Roma sulla bocciatura nel VII Municipio della mozione per lo sgombero dei fascisti da Via Amulio

 Il comitato provinciale dell’ANPI di Roma ritiene grave l’oggettiva copertura fornita dalla maggioranza consiliare del VII Municipio ai fascisti di Via Amulio 47, con il rigetto di attivare le procedure di sgombero dell’occupazione abusiva. Ritenere ideologico il recupero alla collettività di beni e di spazi illecitamente in mano ai fascisti significa di fatto aiutare l’ideologia fascista, razzista, antisemita, sessista e omofoba che tenta di cavalcare il malessere sociale in un momento di così grave crisi, sanitaria, occupazionale ed economica. Tutti i democratici dovrebbero essere uniti nel porre loro un argine, semplicemente facendo rispettare le leggi della Repubblica. Senza entrare nella polemica partitica che non ci appartiene, l’ANPI denuncia le troppe complicità di fatto esistenti nel mondo politico con queste frange estremiste e dichiaratamente eversive.

Si chiede che le procedure vengano comunque attivate dal Comune di Roma e in tal senso si vigilerà affinché le dichiarazioni rilasciate dalla sindaca Raggi, di avviare le pratiche per lo sgombero, sollecitando anche l’intervento delle forze dell’ordine, abbiano un seguito.




14 settembre 2020

17 settembre 2020 dalle ore 18,00 - Le ragioni del NO! chiusura campagna referendaria




 

L’iniziativa di chiusura della campagna referendaria si terrà il 17 settembre a partire dalle ore 18,00 a Largo Appio Claudio, nel quartiere Tuscolano. 

È stata una campagna impegnativa affrontata con determinazione e tenacia dalle sezioni territoriali dell’ANPI che in ogni luogo, in ogni comune, in ogni contesto hanno mobilitato le iscritte e gli iscritti per informare la cittadinanza delle ragioni del NO. Abbiamo lavorato quotidianamente per impedire che la rappresentanza parlamentare venga ridotta, per difendere il ruolo centrale del Parlamento, per tutelare una delle più grandi conquiste democratiche che la Resistenza ci ha lasciato. 

Saremo in piazza, tra le cittadine e i cittadini dei quartieri popolari di Roma, insieme all’ARCI, al Segretario generale della CGIL di Roma e Lazio Michele Azzola e alla costituzionalista Anna Falcone.

27 agosto 2020

Concerto per l'8 settembre, inizio della Resistenza Italiana. 8 settembre 2020 - Teatro Italia




L’evento è finalizzato a ricordare attraverso l’interpretazione di brani di musica classica la data dell’8 settembre 1943, giorno in cui iniziò la Resistenza italiana.

Quel giorno di 77 anni fa, il popolo italiano, le forze politiche antifasciste e le Forze Armate, in seguito agli eventi armistiziali, diedero vita alle prime azioni della Guerra di Liberazione.
Fu poi in quelle stesse ore, durante i duri combattimenti, che a Roma venne fondato il Comitato di Liberazione Nazionale, organismo politico di coordinamento e raccordo tra le varie componenti della Resistenza che dal 1943 al 1945 guidò la lotta di liberazione dal nazifascismo e che gettò le basi per la costruzione di un’Italia democratica attraverso il percorso che portò prima alla forma repubblicana dello Stato, poi all'Assemblea Costituente e successivamente all'approvazione della Costituzione.
La città di Roma, soprattutto con le battaglie di Porta San Paolo e della Montagnola, fu scenario di importanti scontri ed atti di eroismo da parte dei combattenti per la libertà. Da poco insignita della Medaglia d’Oro al Valore Militare per la Guerra di Liberazione, la città di Roma è stato uno dei maggiori centri della Resistenza europea al nazifascismo. L’impegno dei combattenti e dei patrioti così come le stragi, le fucilazioni, i rastrellamenti, le incarcerazioni, le razzie e le persecuzioni a cui il popolo romano è stato sottoposto, rappresentano la storia e l’identità di una città che mai si piegò all'invasore e che seppe con dignità accogliere gli Alleati a testa alta nel giugno 1944.

È stata invitata l'On. Virginia Raggi - Sindaca di Roma

Interverranno:
Francesca Del Bello - presidente del II Municipio
Fabrizio De Sanctis - presidente ANPI provinciale di Roma;
Aldo Luciani - presidente sez. ANPI Nomentano-Italia
Serafino Marco Fiammelli - ANED sez. Roma;
Paolo De Zorzi - presidente ANPPIA Roma;
Bianca Cimiotta Lami - presidente FIAP Roma e Lazio;
La Partigiana Iole Mancini

A seguire il concerto del chitarrista Angelo Colone e del quartetto Ensemble Keplero formato da:
Leonardo Alessandrini e Giuliano Cavaliere (violini); 
Lorenzo Rundo (viola); Rina Yu (violoncello).

Verranno eseguite le seguenti opere:
Mauro Giuliani - Rossiniana n°1 op 119;
Giovanni Monoscalco - Toccata per la libertà (1a esecuzione assoluta);
Kevin Svierkosz - Lenart - La casa in collina (1a esecuzione assoluta);
Antonio Vivaldi - Concerto per chitarra ed archi in re RV 93;
Luigi Boccherini - Quintetto G 448;

L’influenza della musica italiana nella cultura europea è indiscutibile in ogni epoca storica. Il teatro musicale ed il bel canto, la scuola violinistica barocca o le esperienze più ardite della musica contemporanea ne costituiscono senza dubbio alcuni paradigmi essenziali. Nel programma sono dunque rappresentati alcuni di questi stili musicali.

La Rossiniana op.119 del compositore pugliese Mauro Giuliani (1781-1829), che raggiunse grande fama a Vienna nell’età di Beethoven, è un poutpurri di melodie tratte da alcune celebri opere di Gioacchino Rossini. Con un gesto di scrittura vertiginosamente virtuosistico Giuliani cerca di ricreare con la chitarra lo spirito teatrale della musica del compositore pesarese.

Seguono due composizioni di musicisti contemporanei che hanno voluto dedicare le loro opere a questa Celebrazione.

La Toccata per la libertà di Giovanni Monoscalco è un breve brano ispirato al sentimento che tanto è costato in termini di vite umane al popolo Italiano in quel terribile 8 Settembre e si svolge nel liquido fluire, in un unico movimento, che si costruisce intorno all’idioma chitarristico più spontaneo della risonanza delle corde.

Molto diverso per stile e programma è il brano di Kevin Swierkosz - Lenard. La casa in collina è dedicato alla memoria di Cesare Pavese e si propone di descrivere il sentimento di smarrimento del protagonista del romanzo (ma che è anche un cenno autobiografico) di fronte alla tragedia della guerra e all’isolamento della propria coscienza.

Seguono due brani di compositori del Settecento Italiano che hanno influenzato la musica di intere generazioni di musicisti.

Il concerto in Re maggiore RV 93 di Antonio Vivaldi (1678-1741) per liuto e archi (che qui ascoltiamo nella versione con chitarra) è un prezioso esempio di concerto solista settecentesco in tre movimenti in cui si fondono con incredibile eleganza la veemenza ritmica e la larghezza del canto.

Il Quintetto G 43 di Luigi Boccherini (1743-1805), è un limpido esempio di quello stile galante che già nel XVIII secolo fondeva con libertà, nella schematica forma classica, i più diversi linguaggi popolari d’Europa; il finale Fandango ne rappresenta il felice risultato.





























10 agosto 2020

ANPI Lazio: bene la legge regionale su Ventotene luogo della memoria, si recuperino gli ideali dell’antifascismo della Resistenza e della Guerra di Liberazione dal nazifascismo, vere e misconosciute radici comuni europee.

 Il coordinamento dell’ANPI Lazio ritiene di grande valore la legge regionale appena approvata sull'isola di Ventotene, luogo di segregazione durante la dittatura fascista, colonia di confino politico degli antifascisti di ogni credo politico, soprattutto comunisti ed anarchici, ma anche socialisti, azionisti e federalisti, così come albanesi, jugoslavi, dalmati, montenegrini, croati, sloveni. Condannati con misure di prevenzione, senza processo e senza prove, anche per un nonnulla, ad una pena che poteva essere rinnovata indefinitamente finché il condannato non avesse dato segni di “ravvedimento”. Luogo che divenne tuttavia, nonostante le umilianti restrizioni vigenti sull’isola, l’Università del confino, luogo di testimonianza e di riscatto, da cui uscì una parte importante della futura classe dirigente del paese liberato dal nazifascismo. Fondamentale quindi che l’isola sia stata riconosciuta istituzionalmente luogo della memoria e che per essa siano previsti fondi, ricerche, interventi per la tutela della memoria storica delle pene sofferte dai confinati e della memoria del sogno europeo maturato al confino di Ventotene. È tanto più importante oggi affinché la memoria ispiri l’azione, di fronte ad un'Europa ancora lontana da quella immaginata dai federalisti: che: ”(...) spezzi decisamente le autarchie economiche, spina dorsale dei regimi autoritari … contro la disuguaglianza e i privilegi sociali”. Europa che sembra invece aver smarrito gli ideali comuni dell'antifascismo, della Resistenza e della Guerra di Liberazione dal nazifascismo, vere e misconosciute radici comuni europee. Radici che è invece urgente recuperare per il futuro stesso dell'Europa, priva di un parlamento che controlli e possa sfiduciare gli organismi esecutivi, per lo sviluppo e la difesa della pace e della giustizia sociale, faro che illumini il cammino comune e prosciughi la palude in cui nuotano il nazionalismo esasperato ed il fascismo.

Il coordinatore regionale dell’ANPI Lazio Fabrizio De Sanctis


Com'era il confino a Ventotene






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