giovedì 2 aprile 2020

Ordine del Giorno approvato dal direttivo del comitato Provinciale dell'ANPI di Roma il 2 aprile 2020


ANPI COMITATO PROVINCIALE DI ROMA
O.D.G. 2.4.2020 approvato all'unanimità dal direttivo nella seduta odierna.



Il 25 aprile ricorre il 75mo anniversario della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo, la data dell’insurrezione finale e vittoriosa della Resistenza, il 25 aprile 2020 osserveremo ed inviteremo ad osservare le disposizioni di controllo dell’espansione della pandemia, resteremo in casa per evitare il diffondersi del contagio, collaborando alle esigenze dell'emergenza necessariamente temporali, stringendoci alle famiglie delle vittime e alle persone sole in questo momento, ringraziando tutti coloro che stanno fronteggiando la pandemia e a tutti coloro che debbono continuare il loro lavoro.
Il 25 aprile in tutta Italia, a Roma e in Provincia, dalle nostre finestre e dai nostri balconi con L’Associazione nazionale esporremo i tricolori e i fazzoletti dell’ANPI, e invitiamo tutti con noi ad esporre simboli antifascisti per il 25 aprile 2020, 75mo della finale vittoriosa insurrezione della Resistenza d’Italia al nazifascismo e a cantare Bella Ciao, simbolo della Resistenza in tutto il mondo.
Il primo giorno in cui si potrà manifestare ricorderemo anche i morti della pandemia, ci uniremo alle loro famiglie, come nuovamente a quelle dei caduti della Lotta di Liberazione, dell’antifascismo, della Resistenza, per ribadire com’è nata la Repubblica italiana, per riconoscere da essa i principi di solidarietà, uguaglianza, unità, pace e giustizia sociale, nel programma lasciatoci dai partigiani e dalle partigiane, marxisti, cattolici o liberali che fossero, a monito ed impegno delle future generazioni.
Del 25 aprile, dell’insurrezione finale e vittoriosa della Resistenza italiana, c’è sempre grande bisogno per riaffermare i principi di libertà dalla dittatura terroristica fascista, di libertà, di unità e di indipendenza del Paese, di rispetto della dignità umana e dei suoi valori universali, di protezione sociale generale nella solidarietà, di ripudio della guerra e di promozione dell’amicizia e della pace con tutti i popoli della terra. Se il cammino costituzionale è stato in passato troppo tempo deviato, troppe volte ostacolato, troppe volte umiliato, è ora impossibile farne a meno di fronte all’urgenza del presente, di fronte al bisogno generale di benessere sociale, di porre riparo a tutti i danni della pandemia senza dimenticare nessuno.
Questa crisi insegna che possiamo venirne fuori solo tutte e tutti insieme, con la Costituzione, nessuna esclusa e nessuno escluso.
Diciamolo anche noi, ne usciremo, Costituzione alla mano, se si penserà a tutti e a tutte.
Ora è sempre Resistenza!
Viva il 25 aprile!

domenica 29 marzo 2020

Medici e infermieri nella Resistenza

Medici e infermieri nella Resistenza: un post del presidente dell'ANPI provinciale di Milano.
Al quale noi aggiungiamo almeno due giganti della Resistenza Romana

Rosario Bentivegna,
https://www.anpi.it/donne-e-uomini/539/rosario-bentivegna



e Adriano Ossicini
http://www.anpiroma.org/2019/02/15-febbraio-2019-e-morto-il-prof.html



consapevoli che la lista dovrebbe essere ben più lunga, come Alfredo Monaco, il medico partigiano di Regina Coeli che riuscì a far evadere Pertini e Saragat lì rinchiusi in una rocambolesca azione
https://www.raiplay.it/video/2017/02/Filo-rosso-la-fuga-di-Pertini-e-Saragat-da-Regina-Coeli-11bf2f4d-d524-4c6b-a31d-ef88fd8e28e5.html

Medici e infermieri nella Resistenza

In questi drammatici giorni di emergenza sanitaria, caratterizzata dal grandissimo lavoro svolto da medici e personale sanitario, anche a prezzo della propria vita, ai quali va tutta la nostra riconoscenza e solidarietà, vogliamo ricordarne il ruolo svolto durante la Resistenza. L'Ospedale Maggiore di Niguarda accoglieva continuamente partigiani feriti, soldati e ufficiali fattisi internare per sfuggire alla guerra o per passare in clandestinità. Nell'ottobre del 1943 Giovanna Molteni e Maria Azzali costituiscono una cellula partigiana all'interno dell'ospedale. Nel lavoro si distinse Maria Peron, la futura infermiera dei partigiani dell'Ossola e Suor Giovanna Mosna, Medaglia d'oro della Resistenza. Maria Peron, costretta a lasciare l'ospedale per una spiata, fu sostituita da Lelia Minghini che fece parte di un comitato di liberazione formato da infermiere diplomate. Lelia organizzò e rese possibile le fughe di detenuti politici, di partigiani, tra cui Aldo Tortorella, e di condannati a morte.
All'interno del carcere di San Vittore, diventato, dopo l'8 settembre 1943, luogo di sofferenza e di morte per oppositori politici, ebrei, lavoratori, alcuni medici si prodigano per venire incontro ai detenuti, come il dottor Gatti che prende servizio a San Vittore il 4 aprile 1944. Ricordato da tutti con profonda stima e gratitudine, per oltre dieci mesi, con grave rischio personale, si prodigherà per soccorrere ebrei e politici, sarà latore di messaggi all’esterno del carcere, somministrerà farmaci in grado di causare l’insorgere di sintomatologie da ricovero ospedaliero e ad ogni partenza per la deportazione riuscirà a far depennare qualcuno dalla lista. Accanto al dottor Gatti agisce Giardina, anch'egli medico. E’ un attivista antifascista, che collabora dall’esterno col gruppo di Niguarda per favorire la fuga di detenuti politici. Ben sapendo quanto i tedeschi temano il tifo, il dott. Giardina inietta a numerosi prigionieri il vaccino antitifico, provocando così in loro i sintomi della malattia, sufficienti per farli ricoverare in ospedale.
Roberto Cenati - Presidente Anpi Provinciale di Milano

Il 25 marzo del 1927 nasceva la partigiana Tina Anselmi, madre del Servizio Sanitario Nazionale e non solo

Libertà, diritti e uguaglianza sono i valori che Tina Anselmi persegue negli ambiti della società che più l’hanno vista in campo cioè lavoro e sociale. 

Queste lotte hanno tutte un denominatore comune, uno sfondo in cui si inseriscono: la questione femminile. Con la risposta alla domanda sulla donna nella società si contribuisce concretamente al suo sviluppo in senso democratico, l’unico sistema in cui quegli ideali che ha maturato nel corso della sua vita si possono esprimere al meglio. Alla democrazia bisogna contribuire difendendola da chi la minaccia e impegnandosi continuamente affinché non si indebolisca diventando vulnerabile. Per la democrazia Anselmi combatte nella Resistenza assieme ad altre donne ed è in prima linea per la sua effettiva realizzazione in Italia subito dopo la guerra. Il sindacato rappresenta lo spazio dove perseguire i propri ideali soprattutto per quel che riguarda il ruolo della donna nel lavoro, quindi nella società. Gli incarichi che assume in Parlamento, dalle prime commissioni di cui è membro, passando per il ministero del Lavoro e infine con l’inchiesta sulla P2, e le leggi alle quali il suo nome si lega, in particolare la legge sulla parità di trattamento tra uomo e donna sul lavoro, sono il compimento degli ideali che ha maturato attraverso la sua passione politica.

Nata a Castelfranco Veneto (Treviso) il 25 marzo 1927, insegnante, sindacalista, esponente della DC, più volte ministro.

lunedì 23 marzo 2020

24 marzo 1944: l'eccidio nazifascista delle Cave (Fosse) Ardeatine

Le Fosse Ardeatine: sangue innocente

Lucio Cecchini, direttore di Patria Indipendente dal 2001 al 2004 (anno della sua morte)
(da Patria Indipendente n. 2 del 22 febbraio 2004)

http://www.patriaindipendente.it/primo-piano/le-fosse-ardeatine-sangue-innocente/



L’attacco di via Rasella. La catena di menzogne per giustificare il massacro. La verità al processo. Le responsabilità dei fascisti.



L’ordine è stato eseguito

«Nel pomeriggio del 23 marzo 1944, elementi criminali hanno eseguito un attentato con lancio di bombe contro una colonna tedesca di polizia in transito in Via Rasella. In seguito a questa imboscata, trentadue uomini della polizia tedesca sono stati uccisi e parecchi feriti. La vile imboscata fu eseguita da comunisti-badogliani. Sono ancora in atto le indagini per chiarire fino a che punto questo criminoso fatto è da attribuirsi a incitamento angloamericano. Il Comando tedesco è deciso a stroncare l’attività di questi banditi scellerati. Nessuno dovrà sabotare impunemente la cooperazione italo-tedesca nuovamente affermata. Il Comando tedesco, perciò, ha ordinato che per ogni tedesco ammazzato dieci comunisti-badogliani saranno fucilati. Quest’ordine è già stato eseguito».


Riepiloghiamo brevemente i fatti.

Il 23 marzo, anniversario della nascita del fascismo, nel primo pomeriggio un commando partigiano aveva fatto esplodere un ordigno in Via Rasella mentre passava una colonna di militari tedeschi e l’aveva successivamente attaccata. I nazisti persero complessivamente 33 uomini con numerosi feriti. Per rappresaglia, i tedeschi uccisero alle Cave Ardeatine 335 italiani prelevati dalle carceri o rastrellati dopo l’esplosione. Tra questi c’erano 75 ebrei.

Il comunicato che abbiamo riprodotto in apertura fu emanato intorno alle 22.55 del giorno successivo, 24 marzo, dall'Agenzia “Stefani” e rappresenta la prima notizia pubblica dell’azione di Via Rasella e del massacro delle Fosse Ardeatine. I romani ne vennero a conoscenza il giorno dopo, 25 marzo, con l’arrivo dei giornali alle edicole e con la trasmissione da parte di Radio Roma, che mise in onda il dispaccio soltanto alle ore 16.

Sono dati ormai definitivamente accertati che fanno giustizia delle molte tutt'altro che disinteressate leggende nate intorno a quei tragici eventi.


Innocui territoriali?

La prima leggenda riguarda le truppe tedesche colpite. Si è detto che quella di Via Rasella non era un’unità combattente, come se i suoi appartenenti fossero dei “veci alpìn” in disarmo, buoni per qualche parata domenicale. La realtà è ben diversa. La formazione in questione era l'11ª compagnia del Polizie regiment “Bozen”, costituita di alto-atesini, in pieno assetto di guerra, dotata di armamento pesante, con al seguito un veicolo corazzato su cui era montata una mitragliatrice. Il suo compito – e l’addestramento dei suoi uomini – era rivolto al controllo della popolazione e all'intervento in caso di sommosse e insurrezioni. Stranamente, ma non troppo se si tiene conto dell’impatto dissuasivo che l’unità in questione doveva imprimere sulla popolazione da un punto di vista anche psicologico, l’addestramento prevedeva il pieno apprendimento di una canzone che nella fattispecie era “Hupf, mein mädel” (salta, ragazza mia).


Questi presunti innocui territoriali il 23 marzo sfilarono per le strade di Roma con il colpo in canna (testimonianza di Franz Bertagnoll). Apparteneva al “Bozen” il motociclista che il 3 marzo aveva ucciso a sangue freddo a Viale Giulio Cesare Teresa Gullace, la popolana rievocata con l’indimenticabile interpretazione di Anna Magnani in “Roma città aperta” di Roberto Rossellini.

Ma il nome del “Bozen” risuonerà sinistramente a lungo nei mesi successivi. Ecco come ne ha ricostruito la criminale attività Cesare De Simone in Roma città prigioniera: «Dopo la liberazione della città, le compagnie 9ª e 10ª (l’11ª era stata praticamente annientata a Via Rasella) vennero inviate al Nord e nell’inverno 1944-’45 presero parte, insieme alla Divisione SS “Herman Göring” e alla Brigata Nera “Ettore Muti” (quella di cui il fascista Giorgio Pisanò ha scritto che era costituita da «avanzi di galera» – nota nostra) ai feroci rastrellamenti antipartigiani nel Nord-est. La 9ª operò in Istria, la 10ª nella vallate del Bellunese. Furono bruciati decine di villaggi, intere popolazioni passate per le armi come in Val di Bois e a Forcà; i fucilati e gli impiccati nei rastrellamenti cui partecipò il “Bozen” saranno 800, tra combattenti garibaldini e civili inermi fra i quali donne e bambini».


Le manipolazioni della verità

L’altra leggenda riguarda la diffusione delle notizie. Ci si sono esercitati in molti, compresa persino Edda Mussolini, la quale in un’intervista a La Stampa dell’8 maggio 1994 ebbe a dire: «Ma in ogni modo dopo l’attentato i tedeschi avevano fatto appendere i manifesti in tutta la città di Roma, ed eravamo in tempo di guerra!». Per proseguire: «Ma sì, voglio dire che dopo Via Rasella se i gappisti che avevano fatto esplodere i camion delle SS si fossero presentati entro le ventiquattr'ore alle forze di polizia tedesche, non vi sarebbe stata nessuna strage. La rappresaglia tedesca era legata a una convenzione di guerra, credo. In particolare, credo che si trattasse di un trattato stipulato all'Aja. Insomma non capisco perché oggi debbano accusare quell'ufficiale che in fondo faceva il suo dovere di soldato e probabilmente nient’altro». L’ufficiale in questione era Erich Priebke, che sta scontando l’ergastolo per i crimini commessi alle Ardeatine.

Nessuno stupore che la figlia del duce la pensasse in questo modo. È incomprensibile invece che il giornalista non le facesse rilevare che le cose da lei dette erano assolutamente false.

In primo luogo perché i tedeschi non affissero alcun manifesto. In secondo luogo perché non rivolsero alcun invito a consegnarsi agli autori dell’azione di Via Rasella. In terzo luogo perché la rappresaglia nei confronti della popolazione civile non è mai stata contemplata da nessuna convenzione internazionale, se non in circostanze particolarissime.

Ma il castello di menzogne costruito attorno ai fatti del marzo 1944 è duro a morire. Abbiamo già detto che il comunicato della “Stefani” riprodotto in apertura costituì la prima notizia sull'azione partigiana e sulla rappresaglia. A cose fatte, come diceva chiaramente la nota.



Le risultanze processuali

Lo stesso Kesselring, comandante delle forze tedesche in Italia, che rientrò a Roma alle sette di sera del 23 marzo dal fronte di Anzio, messo al corrente, dopo essersi consultato ripetutamente con Berlino, emanò l’ordine: «Uccidete dieci italiani per ogni tedesco. Esecuzione immediata». Questa affermazione fu fatta in sede processuale e ripetutamente ribadita: «Domanda della corte: faceste qualche appello alla popolazione romana o ai responsabili dell’attentato prima di ordinare le rappresaglie? Kesselring: Prima no. Domanda: avvisaste la popolazione romana che stavate per ordinare rappresaglie nelle proporzioni di uno a dieci? Kesselring: no. […] Domanda: ma voi avreste potuto dire: se la popolazione romana non consegna entro un dato termine il responsabile dell’attentato fucilerò dieci romani per ogni tedesco ucciso? Kesselring: ora, in tempi più tranquilli dopo tre anni passati, devo dire che l’idea sarebbe stata molto buona. Domanda: ma non lo faceste? Kesselring: no, non lo feci».

Quest’ultima domanda della corte è molto importante. Infatti le convenzioni internazionali adombrano la possibilità di ritorsioni sulla popolazione civile soltanto nel caso sia dimostrato che la popolazione stessa è complice degli attentatori e rifiuta la loro consegna. Neppure questo remoto fumus può essere invocato per sostenere la legittimità della repressione.


Quindi, gli autori dell’azione di Via Rasella non ebbero alcuna possibilità di consegnarsi ai tedeschi. D’altra parte, si trattava di un’unità combattente che obbediva al CLN e al legittimo governo italiano, il quale aveva ordinato a «tutti gli italiani dei territori occupati, uomini e donne, di attaccare ovunque e dovunque il nemico invasore nazifascista».

Un’altra speculazione ignobile è quella relativa alla sfortunata circostanza che portò alla morte di un giovinetto in conseguenza dell’azione. I gappisti fecero di tutto, fino a mettere a rischio se stessi e l’esito dell’impresa, per allontanare alcuni ragazzini che giocavano a pallone e altri civili dal luogo dell’esplosione. Purtroppo, il ragazzo in questione sopraggiunse quando ormai era impossibile sia avvertirlo sia fermare l’esplosione.


Un sacerdote sulla via Ardeatina

Padre Libero Raganella era stato contattato da uomini della Resistenza ed invitato a recarsi verso Porta San Sebastiano, poi sull'Ardeatina dove stava accadendo qualcosa di strano. Ecco cosa scrisse nel suo diario: «Le raffiche di mitra ora si sentono a breve distanza, ad intervalli, unite a grida disperate e strazianti. L’SS mi è ormai di fronte e in un italiano quasi perfetto (capisco subito che è uno dell’Alto Adige che ha optato per la grande Germania) mi fa notare che è proibito proseguire per quella strada o sostare, essendovi in corso un’azione di guerra. Mentre parla, più che ascoltare lui ascolto le mitragliatrici che a brevi intervalli scattano in canto rabbioso, e tra quel fragore infernale più distinte e chiare le urla, i lamenti ed ogni verso umano, ma reso disumano dal terrore. Come in sogno afferro la tragedia. “Là stanno morendo. Io sono sacerdote, vorrei assisterli, benedirli” riesco a dire con un filo di voce. “Non è possibile, nessuno può passare. E se pure io la facessi passare – dice quello, voltandosi e accennando agli altri soldati – lei non tornerebbe indietro e noi faremmo la stessa fine di quelli là dentro. Vada via. Vada via subito prima che sia troppo tardi”».

L’allucinante sequenza delle fucilazioni era stata studiata con grande zelo da Herbert Kappler, capo della Gestapo a Roma: «Calcolai quanti minuti erano necessari per la fucilazione d’ognuna delle trecentoventi vittime (che poi diventarono, nella concitazione dei calcoli e delle liste, 335, 5 in più rispetto alla stessa proporzione di uno a dieci – nota nostra). Calcolai anche le armi e le munizioni necessarie. Cercai di rendermi conto di quanto tempo avessi a mia disposizione. Divisi i miei uomini in piccole squadre che dovevano alternarsi. Ordinai che ogni uomo sparasse solamente un colpo, specificando che la pallottola doveva raggiungere il cervello della vittima attraverso il cervelletto, in modo che nessun colpo andasse a vuoto e la morte fosse istantanea».


«Un certo Montezemolo»

Joseph Raider, un disertore austriaco che riuscì a scappare nella confusione e che, riconosciuto, fu risparmiato, ha così descritto uno dei momenti più toccanti: «Di fronte c’era un colonnello, credo un certo Montezemolo, dal volto già gonfio per le percosse e i colpi ricevuti, con un’enorme borsa sotto l’occhio destro, il cui aspetto stanco, ma tuttavia marziale ed eroico non poteva nascondere le passate sofferenze. Tutti avevano i capelli irti e molti erano incanutiti nel frangente per le perdute speranze, assaliti dal terrore o colti da improvvisa pazzia. In mezzo al frastuono udii esclamare una voce mesta e supplichevole: “Padre, benediteci!”. In quel momento accadde qualche cosa di sovrumano: deve avere operato la mano di Dio perché don Pietro (Pappagallo, altra vittima delle Ardeatine – nota nostra) riuscì a liberarsi dai suoi vincoli e pronunciò una preghiera, impartendo a tutti la sua paterna benedizione!».

Alle 20 del 24 marzo il massacro era concluso e i tedeschi, come sempre in preda all'ossessione della segretezza, fecero esplodere gli imbocchi delle Cave.

25 aprile 2019 - prima dell'inizio del tradizionale corteo, l'omaggio alle vittime della strage delle Fosse Ardeatine

Il provvidenziale intervento dei fascisti

Nulla fecero per tentare di dissuadere i nazisti e di evitare la strage di tanti innocenti le autorità della repubblica sociale. Anzi collaborarono pienamente. Il questore Pietro Caruso, al quale i nazisti avevano chiesto 50 nomi da inserire nella lista delle persone da giustiziare si rivolse al ministro degli Interni Guido Buffarini Guidi. Ecco il suo resoconto: «Kappler pretende da me 50 prigionieri da far fucilare per rappresaglia. Cosa devo fare? Mi rimetto a voi, Eccellenza. Speravo che il ministro volesse trattare direttamente con Kappler. Lui mi rispose: “Che posso fare? Sei costretto a darglieli. Altrimenti chissà cosa potrebbe succedere. Sì, sì, dateglieli!”. Avendo ottenuto l’autorizzazione, o per meglio dire l’ordine, mi sentii sollevato». Questo era il comportamento dei rappresentanti di quella repubblica che, si sostiene da taluno, sarebbe stata creata per limitare i danni che i tedeschi potevano causare alla popolazione italiana.

Nulla seppero le famiglie delle vittime. Le prime notizie furono date a partire dal 9, 10 aprile, con lettere scritte in tedesco, in cui ci si limitava a dire che il loro congiunto era morto. Giovanni Gigliozzi ricorda che la moglie del cugino Romolo portò per un mese il pranzo al marito a Regina Coeli, senza che nessuno le dicesse nulla. Anzi, «Un gentile soldato tedesco assicurava che glielo avrebbe consegnato».

Le vittime di quella tremenda giornata furono 336. Fedele Rasa, una popolana di 74 anni, fu uccisa mentre raccoglieva erba sul prato di Via delle Sette Chiese, vicina all’Ardeatina. Forse le fu fatale la sordità per non aver risposto all’intimazione di un soldato tedesco.


«La capitale che ci ha dato più filo da torcere»

Non vogliamo soffermarci sull'orrore della scoperta dell’eccidio e sulle sue modalità.

L’enormità dell’accaduto creò problemi anche al CLN, nell'ambito del quale si svolse un dibattito piuttosto acceso. Ma, in conclusione, tutti i contrasti furono superati e lo stesso Comitato di Liberazione Nazionale assunse piena responsabilità per l’azione di Via Rasella con l’approvazione di questo documento: «Italiani e italiane, un delitto senza nome è stato commesso nella vostra capitale. Sotto il pretesto di una rappresaglia per un atto di guerra di patrioti italiani, in cui esso aveva perso trentadue dei suoi SS, il nemico ha massacrato trecentoventi innocenti, strappandoli dal carcere dove languivano da mesi. Uomini di non altro colpevoli che di amare la patria – ma nessuno dei quali aveva parte alcuna né diretta né indiretta in quel'’atto – sono stati uccisi il 24 marzo 1944 senza forma alcuna di processo, senza assistenza religiosa né conforto di familiari: non giustiziati ma assassinati.

Roma è inorridita per questa strage senza esempio. Essa insorge in nome dell’umanità e condanna all'esecrazione gli assassini come i loro complici e alleati. Ma Roma sarà vendicata. L’eccidio che si è consumato nelle sue mura è l’estrema reazione della belva ferita che si sente vicina a cadere. Le forze armate di tutti i popoli liberi sono in marcia da tutti i continenti per darle l’ultimo colpo. Quando il mostro sarà abbattuto e Roma sarà al sicuro da ogni ritorno barbarico essa celebrerà sulle tombe dei suoi martiri la sua liberazione.

Italiani e italiane, il sangue dei martiri non può scorrere invano. Dalla fossa ove i corpi di trecentoventi – di ogni classe sociale, di ogni credo politico – giacciono affratellati per sempre nel sacrificio si leva un incitamento solenne a ciascuno di voi. Tutto per la liberazione della patria dall'invasione nazista!
Tutto per la ricostruzione di un’Italia degna dei suoi figli caduti!».

Come si vede, ancora non si conosceva neppure l’esatta entità del massacro.

È in rapporto soprattutto con questi drammatici eventi che Eugen Dollmann, il raffinato rappresentante di Himmler in Italia, ha lasciato scritto: «Roma è stata la capitale che ci ha dato più filo da torcere».


Ci ha lasciati Angelina De Lipsis, intrepida staffetta partigiana

Il Comitato Provinciale dell'ANPI di Roma piange la perdita di Angelina De Lipsis intrepida staffetta partigiana.

"Decisi di partecipare anche io alla lotta contro il fascismo, a non essere una spettatrice.
Utilizzavo sempre una bicicletta da uomo e con questa portavo le armi. Ogni arma la dividevo in quattro parti. 
L'idea della morte non l'abbiamo avuta forse perché pensavamo che anche morendo ci sarebbe stata la vita. Mai abbiamo pensato alla morte.
Non abbiamo mai avuto paura, né io né gli altri"





Si può vederla qui in un video molto bello 

Storie d'Aprile - Donne al Quadraro

Il racconto di Angelina De Lipsis, staffetta partigiana e di Clemente Scifoni, ‘gappista’, arricchiscono i contenuti del documentario con rivelazioni anche inedite su Don Gioacchino Rey, parroco di Santa Maria del Buon Consiglio, che si adoperò per tutelare la borgata, i rastrellati e le loro famiglie.




23 marzo 1944: la battaglia di Via Rasella


La battaglia di Via Rasella vista da due dei protagonisti: Mario Fiorentini e Rosario Bentivegna

Mario Fiorentini da "Sette mesi di guerriglia urbana. La Resistenza dei GAP a Roma". 2015 Odradek. Pagg. 101-110

23 MARZO 1944: LA BATTAGLIA DI VIA RASELLA.

1. 'Lì qualcuno di noi ci lascia le penne’: i preparativi per un attacco
a via Tasso.
I giorni seguenti il 3 marzo e la morte di Teresa Gullace lavorammo intensamente a tre azioni principali: un attacco al carcere di via Tasso dove erano tenuti prigionieri e barbaramente torturati alcuni nostri compagni; un attacco ai fascisti che il 10 marzo erano intenzionati a celebrare l'anniversario della morte di Giuseppe Mazzini; infine, in prossimità del 23 marzo, ricorrenza della fondazione dei Fasci italiani di combattimento, un attacco ai fascisti al cinema Adriano dove avevano intenzione di festeggiare la ricorrenza.
L'azione contro i tedeschi a via Rasella inizialmente era considerata dal Comando dei GAP come un'azione di riserva perché la principale doveva essere quella contro i fascisti riuniti all'Adriano. L'attacco a via Rasella lo studiai tanto, feci ben tre dispositivi d'attacco, tutta la vicenda durò circa venti giorni. Come dissi anni fa in una intervista: «È stato detto che io ne sono stato l'ideatore e regista; la cosa non è esatta; in termini cinematografici io sono stato l'autore del soggetto e della sceneggiatura ... l registi sono stati Carlo Salinari (Spartaco) e Franco Calamandrei (Cola)». Ebbene, queste parole le confermo tutte, così si chiarisce una volta per tutte che identificare l'attacco di via Rasella con Sasà, che ne ha portato tutto il peso per ben settanta anni, è sbagliato dal punto di vista storico e ingiusto dal punto di vista umano.
Ma procediamo con ordine. Inizialmente pensammo di fare un attacco a quel terribile luogo di tortura comandato da Kappler che era il carcere di via Tasso, dove peraltro erano ancora rinchiusi i nostri compagni Giorgio Labò, Gioacchino Gesmundo, Guido Rattoppatore, Umberto Scattoni e tanti altri. L'azione la pensai io e successivamente si aggiunse Sasà. Le cose andarono in questo modo.
Eravamo alla fine di gennaio e c'era appena stato lo sbarco ad Anzio-Nettuno. I tedeschi per tutta risposta a Roma aumentarono la vigilanza e la repressione, perché avevano ben altri problemi a cui pensare e volevano una città pacificata. Noi dei GAP eravamo diventati troppo fastidiosi e quindi decisero la stretta repressiva per eliminarci o quanto meno per metterei a tacere per un lungo periodo. Tra la fine di gennaio e l'inizio di febbraio ci furono tanti arresti e la Resistenza subì un colpo durissimo. Il 25 gennaio venne arrestato il colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo capo del Fronte Militare Clandestino di Roma; il 26 gennaio venne arrestato Luciano Lusana del Servizio Informazioni del PCI clandestino che morì due giorni dopo in seguito alle torture subite; il 28 gennaio venne arrestata Carla Angelini e, mentre si recavano all'Albergo 'Aquila d'Oro' per un attacco, vennero arrestati i gappisti Guido Rattoppatore e Umberto Scattoni; il 29 vennero arrestati Gioacchino Gesmundo in via Licia 76 e don Pietro Pappagallo a via Urbana 2; il 30, sempre nella casa di Gioacchino Gesmundo, vennero arrestate Maria Teresa Regard e Lina Trozzi, gappista di Tiburtino III; il 1° febbraio, in via Giulia 23/A vennero arrestati Giorgio Labò e Gianfranco
Mattei; il 2, sempre in via Giulia venne arrestato Antonello Trombadori. Naturalmente ci furono anche altri arresti.
Maria Teresa Regard si trovava dunque in carcere a via Tasso. Ma, come lei stessa racconta, riuscì a cavarsela con una serie di bugie e venne liberata il 7 febbraio. Naturalmente i militari tedeschi non sospettavano neppure lontanamente che una ragazza così giovane potesse far parte dei GAP, era completamente al di fuori della loro cultura di soldati. Maria Teresa, che era molto sveglia e intelligente, disegnò una piantina del palazzo di via Tasso e la diede a noi.
Insieme a Franco Calamandrei iniziammo a studiarla con molta cura, perché non era un'azione facile, non si poteva improvvisare. Poi accadde che il 7 marzo venne fucilato Giorgio Labò e per noi fu una sferzata, perché ci pentimmo di non aver operato più celermente per liberarlo, fu una mazzata tremenda. Però c'è da dire che gli eventi in quei giorni si susseguivano ad una velocità vertiginosa: Giorgio venne fucilato pochi giorni prima di via Rasella, eravamo fortemente impegnati e sotto pressione, non era così semplice.
Comunque malgrado la mazzata di Giorgio riprendemmo il lavoro, e ad occuparsi dello studio dell'attacco fummo perlopiù io e Lucia. La nostra idea era che l'attacco dovesse essere fatto da tre colonne composte complessivamente da una ventina di gappisti. Però ad un certo momento si aggiunsero i socialisti e questo ritardò il tutto.
Una prima colonna guidata da me e Lucia sarebbe dovuta partire dal Colosseo, percorrere viale Manzoni e arrivare a via Tasso per poi risalirla. Lucia, che parlava tedesco, ed io dovevamo far parte del primo gruppo che avrebbe immobilizzato il corpo di guardia, perché non si doveva sparare, altrimenti diventava una battaglia e ci sarebbero stati morti anche tra noi.
Ogni mattina all'alba, Lucia ed io partivamo da via Marco Aurelio dove c'era la santabarbara dei GAP, e contavamo i passi fino a via Tasso. Dovevamo studiare il posto la mattina all'alba, perché pensavamo che quella fosse l'ora migliore per attaccare, quando ancora le guardie erano addormentate, la gente ancora insonnolita e la luce ancora bassa. Perciò contavamo i passi e i tempi, e Lucia mia che non ama parlare di queste cose, due o tre anni fa, era di notte, eravamo nelle vicinanze di via Marco Aurelio, ad un certo punto mi disse: vedi, noi due tutta la vita ci siamo tenuti per mano; quando venivamo dalla santabarbara e salivamo per Viale Manzoni, uno contava i secondi e l'altro i passi; ricordi? Faceva freddo ed eravamo stanchi, ma sentivamo il calore delle nostre mani che ci dava la forza di continuare.
A via Taranto, al quartiere San Giovanni, c'era un'osteria famosa per essere un importante centro partigiano. Vi operavano Timoteo Bernardini, un grosso partigiano dei Castelli Romani, e il genero Enzo Russo, studente di medicina, che fu uno dei primi gappisti. La seconda colonna doveva partire da lì.
La terza colonna, formata anche da socialisti, doveva muoversi dall'alto di via Tasso, dove si trova la famosa e bellissima chiesa. Si parlò di inserire nell'azione anche i cattolici, in particolare Tatò e Ossicini, perché loro volevano sempre entrare in contatto con noi. Però Calamandrei nicchiava verso questi, perché non si fidava; come fai, non li conoscevi, i nostri erano i nostri.
Via Tasso purtroppo non è stata fatta perché era un'azione difficile, era molto molto difficile. Poi noi avevamo una carta in mano, Lucia che parlava il tedesco, ma si ammalò.
La preparazione dell'azione fu una grande fatica, controllammo i passi e i tempi più volte, fu una grande sofferenza. Io e Lucia fingevamo di essere due ragazzi che si stringevano: la mattina alle cinque con quel cielo plumbeo, spesso pioveva, partivamo e studiavamo il percorso. Durò quasi tutto il mese di marzo. Poi i tedeschi misero il filo spinato a protezione. Lavorai tanto per via Tasso, le pensai tutte. Tutto questo per noi è stata la parte più sofferta. Lo scopo era ammazzare tutti i tedeschi che c'erano dentro e liberare i compagni.
Ad un certo punto dissi a Salinari: lì qualcuno di noi ci lascia le penne! I primi a dare battaglia dovevamo essere io e Lucia, poi arrivava Sasà con il suo gruppo: era un attacco all'arma bianca. Una volta disarmate le sentinelle ed entrati nell'androne del palazzo dovevamo salire le scale per raggiungere i piani superiori e dall'alto i tedeschi avrebbero sparato. Rischiavamo che diventasse un tiro al piccione! Sono stati giorni terribili, perché ero cosciente dell'immane pericolo per la nostre vite. In più soffrivo anche per Lucia, perché lei doveva aprirci la strada e quindi rischiava di cadere per prima. Ancora oggi mi sento mancare il respiro al ricordo di quell'azione e a Lucia che avrebbe dovuto affrontare le sentinelle.


2. Via Tomacelli.

Il 10 marzo i fascisti volevano dare una dimostrazione di forza: tornare in strada con una manifestazione pubblica in occasione della ricorrenza della morte di Giuseppe Mazzini. Per noi era inaccettabile. Molti di noi, come ho già avuto modo di ricordare, erano stati e si sentivano ancora dei mazziniani. Per noi romani Mazzini era una guida imprescindibile soprattutto per l'importanza storica della Repubblica romana del1849. Cosa avevano a che fare i torturatori 'repubblichini' di Palazzo Braschi con Mazzini? I fascisti con i loro alleati nazisti erano la negazione assoluta della civitas libera e repubblicana auspicata da Mazzini. Veramente noi non potevamo tollerare un'infamia del genere.
Quel giorno i fascisti fecero la commemorazione in Piazza Adriana presso la Casa madre dei mutilati e invalidi. Terminata la cerimonia
Si incolonnarono in direzione di via Tomacelli per una manifestazione. Alla testa del corteo c'erano i militi di 'Onore e combattimento' bene armati. Io, Sasà e Franco Ferri eravamo ad attenderli a Largo Monte D'Oro, ben appostati dietro i chioschi del mercato. Li attaccammo con bombe a mano brixia e si dispersero immediatamente, non tentarono una pur minima reazione. Quella di via Tomacelli fu un'azione militarmente molto importante che ebbe delle interessanti ripercussioni politiche. Infatti, dopo quell'attacco in pieno giorno al centro di Roma, i tedeschi impedirono ai fascisti di fare altre manifestazioni pubbliche. Questo, se da una parte fu per noi un successo, dall’altra ci creò dei problemi per l'azione che avevamo in mente di fare contro i fascisti per la ricorrenza del 23 marzo. Infatti, non potendoli attaccare, decidemmo di concentrarci sull'azione di via Rasella contro i tedeschi.


3. ‘Mica potevi disarmare le SS con la fionda’: via Rasella.



Come dicevo, per il 23 marzo noi dei GAP avevamo l 'intenzione di preparare un'azione che avesse un forte valore simbolico e politico. I Comandi ci sollecitarono a preparare un'azione esemplare. Vista l'impossibilità di attaccare i fascisti, via Rasella da azione di riserva divenne l'azione principale. Le cose andarono in questo modo.
Vidi passare la colonna del battaglione Bozen ai primi di marzo, giorno prima o dopo l'episodio della Gullace, e ne parlai subito con Carlo Salinari che era diventato il nostro comandante. La questione si presentò in questo modo: incontrai Carlo, gli proposi di attaccare e gli presentai il primo progetto che prevedeva l'attacco a via Quattro Fontane. Il primo dispositivo d'attacco, che studiai all'inizio di marzo, prevedeva l'impiego di sette partigiani tra cui due donne, Lucia e Marina Girelli.
A Carlo il dispositivo andava bene anche se lo giudicò molto pericoloso. Però quando ne parlò al Partito, non saprei dire se con la Giunta Militare, cioè Giorgio Amendola, oppure con il Comando Regionale, cioè Antonio Cicalini e Pompilio Molinari, decisero di attaccare a via Rasella.
Io ero contrario. Questo lo ha affermato anche Sasà. Sembra che al comando abbiano detto che dovevamo fare un attacco più massiccio, e in effetti a via Rasella un attacco serio lo potevi fare. Carlo disse: il progetto che ci è stato presentato da 'Giovanni' ci è sembrato un'azione da kamikaze. Perché noi in pieno centro, in via Quattro Fontane, dove c'era traffico, gente, attaccavamo questa colonna, era dura, propria dura. Anche a via Rasella sarebbe stata dura, però era stretta come un budello e quindi più appropriata per un agguato. Inoltre, aspetto non secondario, era una via poco transitata e quindi il rischio di colpire altre persone era minore.
Allora Carlo disse testualmente: l'azione di 'Giovanni' c'è sembrata da kamikaze; però conoscendo la cura con cui 'Giovanni' prepara le sue azioni e soprattutto conoscendo la straordinaria fortuna che ha sempre avuto, a lui potrebbe forse anche riuscire. In breve, il comando decise di fare l'azione a via Rasella. Voglio di nuovo puntualizzare che non sapemmo allora, e non lo sappiamo neppure oggi, chi decise per via Rasella. La mia opinione è che sia stato il Comando Regionale e Amendola successivamente si è preso coraggiosamente tutta la responsabilità.
Venne deciso per via Rasella. Io ero nettamente contrario, perché abitavo nella parte bassa ed ero conosciuto, mentre nella parte alta ci abitava un operaio che lavorava in una fabbrica di polveri da sparo sulla via Tiburtina. Con questo operaio, Tonino Tatò per i cattolici ed io per i comunisti, avevamo avuto delle riunioni, poteva essere un indizio, per cui non volevo quel posto perché per me era bruciato. Quindi io ero contrario; però le nostre erano riunioni veloci, ci vedevamo, il Comando dava gli ordini e mica te potevi mette a discute, a fa' le chiacchiere. Decisero di fare l'attacco a via Rasella.
Allora studiai un secondo piano d'attacco: lo ha raccontato anche Marisa Musu. Come era ideato? bue coppie: una formata da Marisa Musu e Ernesto Borghesi, l'altra da me e Lucia, con due cassette a capovolgimento piene di esplosivo. L'azione venne studiata in questo modo: Marisa e Ernesto dovevano scendere dall'alto di via Rasella e rovesciare la prima cassetta; invece io e Lucia dovevamo salire e rovesciare la seconda cassetta. Dopo queste due prime esplosioni doveva partire un attacco da via dei Giardini con le bombe Brixia, e in fondo a via Rasella verso il Traforo altri gappisti dovevano sparare con le pistole verso l'alto. L'azione era stata concordata in questo modo.
Perciò iniziammo a lavorare su questo progetto. Calamandrei e gli altri fino ad una certa fase non seppero nulla. Sasà non ne sapeva niente! Non ne sapeva niente! I soli a sapere eravamo io e Carlo, noi due ci siamo sentiti più volte per preparare l'azione. Dunque non più via Quattro Fontane ma via Rasella. Passarono alcuni giorni e nel frattempo facemmo l'attacco a via Tomacelli del 10 marzo. Il 17 marzo ci incontrammo Carlo, Franco Calamandrei ed io per discutere i nostri piani. Ci incontravamo sempre noi tre, Sasà non partecipava mai o quasi mai, perché lui era stato operativo a Centocelle ed era tornato da poco. Per esempio a viale Giulio Cesare lui non c'era perché si trovava in Sabina.
Alla fine della riunione Carlo disse a Franco, questo è scritto nel Diario di Franco: 'Giovanni' ha osservato una colonna tedesca che passa saltuariamente per via Rasella, andate sul posto e studiate l'azione da fare.
Il 18 Franco ed io ci incontrammo, ma lui non sapeva dove era via Rasella, perché era una via un po' defilata, lui non era di Roma, era appena arrivato da Venezia, perciò non la conosceva. Quel giorno la colonna non passò, quindi non è vero come qualcuno ha scritto che passavano tutti i giorni. Comunque studiammo l'azione.
Il 19 tornammo sul posto e discutemmo di nuovo sul da farsi, ma non passarono. E allora: il 18 e il 19 non passarono, però noi andammo sul posto a studiare i tempi. Il dispositivo di attacco era lo stesso: due coppie con le due cassette, però due cassette che non sarebbero state così letali come poi è stato.
Il 20 andammo in una trattoria vicino al tunnel, all'angolo di via del
Lavatoio, io, Sasà, Carla e Lucia, e quel giorno la colonna transitò. Quando li vide passare Sasà si rivolse a me dicendo: dobbiamo attaccarli. Io gli risposi: siamo qui per questo, per studiare questo attacco. Il 20 la situazione era ancora la stessa: l'attacco doveva essere fatto sempre con le due coppie.
Il 21 ancora pensavamo di fare l'azione contro i repubblichini a piazza Cavour al teatro Adriano, ma tra il 21 e il 22 arrivò la notizia che i fascisti, sempre su ordine dei tedeschi, avevano deciso di cambiare il loro progetto e di riunirsi per le celebrazioni del 23 marzo al Palazzo delle Corporazioni a via Veneto. Quel palazzo era una fortezza inespugnabile, era impossibile attaccare in quel luogo. Evidentemente ebbero una soffiata e cambiarono luogo. Però lo fecero all'ultimo momento, e quando dico all'ultimo momento, dico meno di due giorni prima. Naturalmente per noi gappisti che dovevamo preparare le azioni con cura questi repentini cambiamenti provocavano non pochi problemi. A volte leggevamo la notizia sul «Messaggero» il giorno prima, quindi l'azione programmata veniva annullata. Appresa la notizia del cambiamento di programma da parte dei fascisti si decise per via Rasella che, questo va detto, era ancora in dubbio.
A quel punto fummo costretti a cambiare piano. Ma io fino all'ultimo ero stato irriducibilmente avverso e cercai insieme a Giulio Cortini di fare in modo che le due cassette fossero fatte in maniera tale che non si vedesse il fumo. Io non amavo fare la guerra con le bombe.
D'altra parte ormai nella dirigenza del Partito si era affermata l'idea che per il 23 marzo dovevamo dare un segnale forte, doveva essere il giorno della vendetta storica contro il fascismo. Quindi non si poteva rinviare e siccome le due cassette non erano pronte, si decise per il carretto della spazzatura. Quel giorno la colonna passò. E poi le cose sono andate come sono andate.
C'è un altro aspetto che va ricordato. Noi non pensavamo che l'azione avesse avuto quel successo, perché non potevamo immaginare quante perdite avesse subito il nemico. Potevano essere 33 come 21, anzi noi pensavamo molti di meno. Questa è una cosa che abbiamo un po' mancato, però non potevi andare e contare i morti, né potevi andare a via Rasella a vedere, naturalmente noi ci siamo ritirati nei nostri rifugi.
Io nell'azione non sono stato impegnato per un motivo molto semplice: ero conosciuto, dormivo a via del Boccaccio. Dopo di che, cosa avrei dovuto fare in quella situazione, il carretto? Poi c'era anche un altro fattore non secondario: io ero uno stuzzicadenti, non avevo la forza necessaria per trainare il carretto, invece Sasà era un giovane robusto e forte, aveva una costituzione più solida e più grande della mia. Quindi quel ruolo non lo potevo svolgere. Io avrei potuto svolgere un ruolo in via del Vantaggio, però avevo sotto casa i miei parenti. E difatti fu Carlo Salinari che mi disse: senti, così come è fatta l'azione tu non puoi partecipare. Però, diciamo che ci sono stato lo stesso in qualche modo; non tutte le cose si sanno, ma non è questo il punto, le cose sono andate come sono andate.
Il giorno successivo, il 24, ci incontrammo di nuovo Carlo, Franco ed io, e non c'era nessun sentore della rappresaglia, quindi non era all'ordine del giorno qualche nostra iniziativa al fine di evitarla. Noi non conoscevamo l'esito dell'azione! La notizia della rappresaglia è stata data dai giornali addirittura il giorno dopo, i1 25: 'l'ordine è già stato eseguito'. Ma sulla vicenda della rappresaglia delle Fosse Ardeatine fa fede la puntuale e argomentata ricostruzione storica di Alessandro Portelli e quanto affermato da Giorgio Amendola nelle sue memorie. Noi non sapevamo che ci fossero stati tutti quei morti.
Nella riunione del 24 studiammo altre azioni da fare; a me venne dato l'ordine di far fuori Caruso e mi fornirono anche le indicazioni dell'albergo dove lui risiedeva. Il 25, come tutti gli italiani, apprendemmo la notizia della rappresaglia. Il dopo via RaseIla fu drammatico: fummo tutti colti da una tragica tristezza quando venimmo a sapere delle Fosse
Ardeatine. Tutti, non solo i democristiani! La nostra reazione di dolore e di sconforto venne ben fotografata da Vasco Patrolini in Diario Sentimentale. I compagni balbettavano dal dolore. Però non ci potevamo fermare, dovevamo continuare nella lotta, questo era il messaggio. E infatti nei giorni successivi pensammo di attaccare nuovamente il carcere di Regina Coeli dove erano stati prelevati gran parte dei 335 fucilati.
Naturalmente la notizia della rappresaglia ci lasciò tutti sbigottiti.
Carlo Salinari, che già parlava poco, rimase completamente ammutolito, non aveva neanche la forza di dare nuove disposizioni. È stata proprio dura. Però in linea di massima noi eravamo dell'avviso di fare altre azioni, come è attestato dal comunicato del Comando scritto da Mario Alicata e pubblicato sull'Unità clandestina del 30 marzo, anche se a quel punto avevamo timore di altre rappresaglie. Ma in quel caso Roma sarebbe esplosa. La rappresaglia l'hanno potuta eseguire perché è stata fatta in segreto e velocemente, nessuno a Roma lo venne a sapere. Se i romani avessero saputo Roma sarebbe saltata in aria, ci sarebbe stata una grande reazione popolare. Comunque sia il Partito Comunista, e quanto ha affermato Giorgio Amendola in proposito ne fa fede, il problema delle rappresaglie lo aveva affrontato.
Le cose andarono così, ormai fa parte della storia. È una storia triste, durissima, atroce, sanguinosa, come lo sono tutte le guerre. La Resistenza romana senza via Rasella ne sarebbe uscita molto ridimensionata.
D'altronde gli Alleati, che erano impantanati sulla spiaggia di Anzio, ripetutamente tramite le loro missioni, questo è molto importante, ci mandavano a dire: badate che noi siamo in grave sofferenza, siamo in grande difficoltà, perché avevano fatto centinaia di prigionieri americani, e c'era il pericolo, che abbiamo sfiorato, che venisse ributtato a mare il corpo di sbarco. Ora rigettare a mare il corpo di sbarco significava ricominciare la guerra dall'inizio perlomeno in Italia. Lo sbarco di Anzio spiega via Rasella: noi facemmo quell'azione perché gli Alleati erano in seria difficoltà.
Quindi gli Alleati ci dicevano colpite duro. E così per la prima volta gli americani mandarono le armi ai comunisti. Loro ci dicevano colpite duro e ci mandarono le armi-. Quando noi abbiamo preso un carico di armi, un nostro compagno è stato preso dai fascisti, e a questo nostro compagno di Monterotondo, Edmondo Riva, gli hanno bucato gli occhi e tagliato le mani. Perché aveva preso le armi degli americani mandate a noi comunisti. Questa è una cosa importante. Noi colpiamo molto duro, forse avremmo dovuto fare di meno. Ma io ho fatto tre dispositivi d'attacco, il terzo è stato quello che poi decidemmo di utilizzare. Io non lo volevo fare, volevo fare le cassette, però avremmo dovuto rinviare l'azione.
I tedeschi volevano il terrore, non si doveva muovere nessuno. Dovevamo reagire e l'abbiamo fatto. Tra quattro anni per il mio centenario si discuterà ancora di questo, perché la guerriglia urbana così come è stata fatta in Italia sarà discussa ancora negli ambienti militari, negli ambienti politici, nella storia, nell'arte militare della guerra, nella legislazione, nell'etica. Una delle cose più dure in proposito l'ho detta io: ad ogni guerra si accompagna un imbarbarimento del modo di fare la guerra.
Noi gappisti ne eravamo coscienti, tanto che quando ci incontrammo prima al Fontanone di Ponte Sisto e poi a Castel Sant'Angelo discutemmo dell'innalzamento del livello dello scontro. D'altra parte come facevi a disarmare le SS? mica lo potevi fare con la fionda. (…)


Rosario Bentivegna da «Achtung Banditen! Prima e dopo via Rasella», 2004


«Fu in Via Rasella che portammo a termine la più importante azione di guerra che i partigiani abbiano condotto a Roma, senza dubbio una delle più importanti d’Europa».
Roma è occupata ormai dal settembre dell’anno scorso.
L’8 settembre l’euforia ha riempito ogni angolo della capitale, dal centro alle borgate. La gioia per la fine dell’infamia fascista ci ha permesso di prendere il coraggio a due mani e il fucile in pugno, pronti a tutto pur di impedire ai nazisti di occupare Roma.
Ma ancora una volta a tradirci i nemici di classe, i generali e quell'inetto del Re che, degno epilogo di una vita da vigliacco, decide di scappare con il suo codazzo di fedelissimi. Si sa che i ricchi cascano sempre in piedi. Mentre a noi, sfruttati dai governi liberali, spediti al fronte, uccisi, perseguitati, incarcerati da Mussolini, rimane ora l’onere di lottare contro l’invasore e il nemico fascista. Ma senza un comando, senza armi, già il 10 settembre Roma è piegata e costretta all'armistizio. È ingenuo attendersi dai tedeschi il rispetto di qualunque clausola; ma la guerra ci ha prostrati, annichiliti; qualcuno ingenuamente ha sperato che quei criminali tenessero fede alla parola data e che Roma restasse città libera. Ma da gente senza onore non ci si può aspettare tanto e così l’11 settembre sono iniziate le prime deportazioni e da allora i tedeschi sono ovunque in città.
Noi a Roma gli scarponi di Kappler, dei suoi commilitoni e di quelle merde repubblichine non li abbiamo mai sopportati. Ovunque troviamo solidarietà, spontanea o organizzata.
Si moltiplicano gli attacchi e i sabotaggi ai danni degli occupanti. Dai quartieri e dai dintorni tedeschi e fascisti raccolgono molto più odio e disprezzo che simpatie.
Le loro sono odiose violenze, persecuzioni, stragi, torture; migliaia le vittime nella nostra città.
Noi romani siamo orgogliosi di essere la loro spina nel fianco, qui non si arrende nessuno, abbiamo chiaro di fronte a noi l’obiettivo, liberare la nostra città.


Proprio per far capire che la città non è domata, che non bastano le fucilazioni come quella di Forte Bravetta a far morire i GAP, che si decide di dare un segnale fortissimo.
È a “Giovanni” che viene l’idea. Da tempo aveva osservato quel reparto con le divise della polizia nazista sfilare nelle “zone più belle della nostra città”. “Le loro canzoni, la loro voce, il loro passo cadenzato, l’orgoglio del nazismo, il loro incedere da occupatori sprezzanti, suscitavano in chiunque si trovasse a passare di lì un brivido di paura.”
Solo vederli ci spronava all'attacco.
Così, sentito il Comando militare del CLN, Paolo, Giovanni e gli altri passano alla realizzazione pratica. Si decide che l’attacco avverrà su via Rasella, all'altezza di palazzo Tittoni. Un simbolo che si aggiunge a un altro. Infatti Palazzo Tittoni era stato sede del primo governo Mussolini e il 23 marzo, data stabilita per l’azione, aveva visto, nel 1919, nascere i Fasci di Combattimento. Un avvertimento per entrambi dunque, fascisti e nazisti.
Un uomo vestito da spazzino “Paolo”, un carrettino della nettezza urbana pieno di 18 chili di tritolo, ferro e immondizia per coprire.
Una bella giornata di sole; il caldo primaverile si univa alla tensione, adrenalina e sudore, determinazione che riga la fronte di Paolo.
Alle due del pomeriggio è lì, con il suo carrettino. Gli altri compagni disposti a copertura nelle strade intorno. I nazisti sono attesi per le 2 e 15, come al solito.
“Ma i tedeschi non arrivavano”. Dopo un’ora, un falso allarme. L’attesa è snervante. Diversi contrattempi e incomprensioni e ancora due falsi allarmi. “Paolo” alle 3 e 45 è ancora lì, fermo, da più di un’ora e mezzo, sempre più preoccupato.
L’azione sembra sfumare, ma alle 3 e 50 arrivano i tedeschi. Cantando, prima l’avanguardia e poi il resto, con i mitra in braccio. Paolo aveva acceso la sua pipa, pronto ad innescare la miccia. L’avanguardia gli sfila davanti, a una ventina di metri la compagnia.”Le divise, le armi puntate, il passo cadenzato, perfino la carretta su cui era piazzata la mitragliatrice, le voci straniere, tutto era un oltraggio al cielo azzurro di Roma, agli intonachi, ai sampietrini [..]“. Il loro oltraggio troverà oggi una giusta risposta.
“Cola” si toglie il berretto, per Paolo è il segnale. Alza il coperchio, la miccia prende fuoco. Chiuso il coperchio dà il segnale agli altri compagni. L’azione è cominciata.
Paolo se ne va lentamente, dice a un uomo di allontanarsi, va verso “Elena” che lo aspetta.
Infila l’impermeabile, impugna la pistola.
Ecco i tedeschi, seguiti dal boato dell’esplosione. I nazisti sono a terra. Seguono le bombe a mano dei compagni. Rosario e Carla camminano con calma ormai, sono salvi.
A piazza Vittorio si riuniscono i gappisti dopo l’azione. Tutto è andato per il verso giusto, l’azione è riuscita!




Lettera di un anestesista rianimatore - riceviamo e pubblichiamo

"Spero che impareremo dai cubani che la vita di un solo paziente è più importante del budget di un'intera azienda ospedaliera"

"Noi anestesisti rianimatori abbiamo sempre lavorato nell'ombra, ritratti che leggiamo un giornale in sala operatoria mentre il chirurgo opera e salva le vite. L'anestesista ti addormenta e poi quando l'intervento è finito ti risvegli. Invece l'anestesista rianimatore era lì e c'è sempre stato. C'era in sala parto quando siete nati, c'era quando vi hanno tolto le tonsille, c'era quando avete fatto l'incidente col motorino e l'ortopedico vi ha messo due viti nella gamba, c'era quando il cugino dell'amico tuo dopo essersi cappottato con la macchina è finito in Rianimazione, c'era quando tua nonna non riusciva a respirare e l'hanno portata all'ospedale. Comprendete bene che l'anestesista non può mancare in ogni scenario dell'ospedale. C'è sempre stata la grande necessità di queste figure anche quando per anni non sono stati banditi concorsi pubblici per anestesisti rianimatori e sono stati dirottati nelle cliniche private o private convenzionate, con la partita IVA, pagati 30 euro lorde l'ora. Poi qualcuno per tenerseli stretti diceva pure più lavori e più ti pago.  Eccola la mercificazione del lavoro, professionisti spogliati dell'aureola come direbbe un vecchio saggio. Gli anestesisti, che sono medici specialisti, hanno continuato a lavorare nell'ombra, sottopagati con responsabilità immense. Addormentare un paziente vuol dire controllarne il respiro e quindi la vita.




L'emergenza sanitaria, determinata dalla diffusione del nuovo coronavirus, ha messo in evidenza alcune delle falle del Sistema Sanitario Nazionale. Oggi medici e pazienti, quindi tutti i cittadini, pagano le scellerate scelte neoliberiste, che in nome del pareggio di bilancio, hanno anteposto il profitto di pochi alla salute e al benessere di tutti. Era solo il 1978 quando la Partigiana Tina Anselmi istituì il Sistema Sanitario Nazionale perché la salute potesse essere un diritto fondamentale dell'individuo e interesse della collettività.
Oggi quei pochi medici del SSN si trovano soli a fronteggiare una catastrofe annunciata dalla Cina e dalla OMS. Medici, infermieri, ausiliari, addetti alle pulizie, soccorritori sono stati lasciati soli allo sbaraglio con un SSN inadeguato e non preparato perché anche quando il virus era nell'aria abbiamo continuato ad impiantare protesi d'anca. Il budget è sempre tiranno. Il budget è stato più importante della salute dei pazienti, dei medici e di tutti gli operatori sanitari che dovevano essere i primi ad essere sottoposti a prevenzione e protezione. Invece gli operatori sanitari, quelli in prima linea, sono stati lasciati senza dpi o con dpi di scarsa qualità. Questo ha esposto non solo tantissimi operatori al contagio, ma ha fatto si che essi siano oggi fonte di diffusione del virus all'interno degli ospedali, delle RSA, delle cliniche di riabilitazione che stanno diventando veri e propri focolai. I lavoratori della sanità sono esenti dalla quarantena, devono continuare a lavorare anche se potenzialmente positivi, questo li rende degli untori e mette colleghi, pazienti e tutta la collettività in pericolo.
Gli operatori della sanità, da furbetti e vittime di denunce per malasanità , sono diventati eroi e soldati al fronte per salvare l'Italia da una crisi sanitaria ed economica senza precedenti. Non sono eroi, ma sono martiri, vite sacrificabili. Non sono soldati, non sono volontari, i medici come gli infermieri e gli operatori sanitari sono professionisti, lavoratori e per questo vanno retribuiti e  protetti sul posto di lavoro con adeguati dispositivi. Invece l'Italia ha risposto alla crisi con l'appello al volontariato, facendo leva sui sentimenti più nobili dell'animo. Non si può pensare di superare un'emergenza del genere col volontariato. Bisogna avere un'organizzazione forte. Agli anestesisti hanno proposto contrattini Covid di tre, sei, dodici mesi senza possibilità di rinnovo. Il sistema sta permettendo che medici appena laureati o neospecialisti  o addirittura tirocinanti siano buttati tra i malati covid positivi esponendo i professionisti al contagio e non garantendo assistenza di qualità ai malati. Non ci si improvvisa intensivisti, ma mi chiedo... se fossero state date maggiori garanzie e tutele lavorative agli anestesisti rianimatori non saremmo riusciti a sottrarli al privato?  Se solo si fosse deciso di investire sui professionisti ci troveremmo in questa situazione? Tutto ciò dimostra che il piano diabolico di distruggere l'assistenza sanitaria universale non si ferma, non ci raccontassero frottole. Si perpetua anche in questa fase emergenziale la mancanza di volontà di investire nella sanità pubblica. Sconcertante l'incapacità dei sindacati di categoria, assordante il silenzio politico di partiti, sindacati e movimenti. In Italia non esiste una soggettività in grado di incrociare le lotte degli operai e degli operatori della sanità. Eppure ci sono le nostre vite in gioco, quelle dei nostri cari, quelle dei figli degli operai che vorranno essere dottori e che magari tra vent'anni non avranno neanche la possibilità accedere ai servizi sanitari e alle università.
E' notizia che medici cubani stanno venendo ad aiutarci. Mi auguro che avranno poco da insegnarci su come curare i malati. Spero che i cubani ci insegnino come curare un sistema corrotto e piegato al profitto di pochi, un sistema che ha investito poco nella prevenzione, che ha accreditato per l'emergenza nuovi posti letto ai privati convenzionati garantendo loro altri fondi per la sopravvivenza nel futuro, fondi che potevano essere investiti nelle strutture sanitarie pubbliche e sui lavoratori del settore, in particolare medici e infermieri. Spero che impareremo dai cubani che la vita di un solo paziente è più importante del budget di un'intera azienda ospedaliera."





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