sabato 23 giugno 2018

L’“agenda Salvini” e il capro espiatorio. Articolo di "Patria Indipendente"

L’“agenda Salvini” e il capro espiatorio

Una scelta calcolata per conquistare consensi nella prospettiva di elezioni anticipate. Le campagne propagandistiche contro i migranti e quella sulla schedatura dei rom per distrarre dai veri problemi del Paese, a partire dalle diseguaglianza sociali. L’oscuro quadro europeo e la strategia di Trump
In pochi giorni la situazione politica ha subito un’impressionante accelerazione. La nascita del governo Conte, infatti, non è avvenuta sulla scorta di un percorso di progressiva stabilizzazione ma ha inaugurato un processo di radicalizzazione che, in tutta probabilità, proseguirà anche per i tempi a venire, poiché una parte degli attori politici che sono entrati in gioco ha tutto interesse a mantenere questo cammino. Il quale, se da una parte libera dall’onere di tenere concreta fede dall’improbabile “programma” sottoscritto dai due maggiori partiti, dall’altro permette di spostare il fuoco dell’attenzione collettiva su una serie di temi che hanno assunto da tempo una rilevanza ideologica, completamente sganciata dal riscontro dei fatti: le immigrazioni, la condotta dell’Unione Europea ma anche la presenza di minoranze identificate come tendenzialmente delinquenziali.

Il caso del rimando, in ipotesi, ad un «censimento dei nomadi», si inscrive all’interno di questa costellazione di suggestioni. Ed è il prodotto non solo di una strategia politica di lungo periodo, della quale la Lega di Matteo Salvini è oramai da molto tempo l’alfiere, ma anche di un complesso di sollecitazioni che arrivano da quella parte del Continente dove esecutivi chiaramente conservatori, se non reazionari, sono saliti al potere in questo ultimo decennio. L’Italia guarda ad essi, almeno dal risultato delle elezioni del 4 marzo scorso in poi. Quindi, gli interlocutori attuali e a venire sono sempre più spesso baricentrati nell’Europa orientale piuttosto che in quella occidentale. Così per l’Austria di Sebastian Kurz e Heinz-Christian Strache, del Partito popolare; per il blocco euroscettico del «gruppo di Visegràd», che raccoglie la Polonia, l’Ungheria, la Repubblica ceca e quella slovacca; ma adesso anche con la Macedonia e la Slovenia. In capo a tutti si pone quello che per molti di essi già costituisce (o diventerà presto) il polo di attrazione per eccellenza, la Russia di Putin. Che condivide, insieme ad altri paesi come la Turchia di Erdogan, un regime politico che sempre più spesso è assimilato ad una «democratura», ossia ad un habitat politico dove a fronte del rispetto formale di alcune procedure di diritto, nei fatti le libertà sono fortemente vincolate e le opposizioni, spesso già intimidite, sono ridotte al rango di dissidenze. L’obiettivo comune a questi Paesi, pur nella diversità di interessi geopolitici e nella varietà delle loro storie, è di avvantaggiarsi della crisi dell’Unione Europea, in alcuni casi non solo intendendone ridimensionare la capacità di azione, ma anche lo sgretolarne il potere residuo. È plausibile che questo obiettivo, perdurante lo stato attuale delle cose, possa essere raggiunto nei tempi a venire. Anche perché la stessa Unione si rivela scarsamente avveduta.
Cosa c’entra tutto ciò con la concreta situazione del nostro Paese? Poiché la fase che si sta vivendo è di trasformazione profonda, bisogna ricollegare i fili sparsi della realtà quotidiana, e le sue molte spinte contraddittorie, con lo scenario di quadro. Un primo dato da cui partire, quindi, è il rapporto – forse anche il legame – che una parte delle organizzazioni sovraniste italiane intrattengono con quei governi che hanno fatto dell’antieuropeismo una delle loro bandiere più importanti. Si tratta di una precisa collocazione di campo che vede tutta la Lega, ed una parte del Movimento 5 stelle, chiamati direttamente in causa. Non si tratta solo di una convinzione politica o di un’opzione ideologica, bensì di una strategia di rinegoziazione dei rapporti a lungo termine all’interno del nostro Continente. Se le forze populiste vogliono avere un futuro debbono d’altro canto inevitabilmente spingere alla radicalizzazione del confronto con Bruxelles, che altrimenti negherà loro risorse e spazi di manovra per dare seguito anche solo ad una parte dei propri programmi elettorali.Nessuna correzione di rotta, infatti, ha introdotto rispetto alle sue radicate posizioni liberiste, fondate sull’ossessione del «pareggio di bilancio», dal quale derivano richieste di politiche sociali fortemente punitive nei confronti delle collettività nazionali più indebitate. La stessa presidenza americana di Donald Trump si sta adoperando in un indirizzo antieuropeo, riconoscendo nei governi e nelle forze di taglio populista e sovranista i propri effettivi interlocutori, a scapito del sistema di relazioni internazionali che è valso fino a non molto tempo fa e che invece identificava nei partiti più tradizionali (e nei loro esponenti) i concreti destinatari dell’azione politica. Al multilateralismo degli accordi precedenti, dove ad essere chiamate in causa erano una pluralità di nazioni e, insieme ad esse, il consesso degli organismi mondiali, come ad esempio le Nazioni Unite, si sta quindi sostituendo il bilateralismo dei rapporti a due soli protagonisti, che saltano ogni altra forma di mediazione.
Hanno quindi ragione coloro che chiedono all’attuale opposizione politica e parlamentare di liberarsi dalla morsa alla quale ci si sta altrimenti consegnando, con la passiva accettazione del giocare la propria partita politica sul terreno della mera risposta all’aggressività del leader della Lega. La condotta mediatica di Salvini (poiché al momento di ciò si tratta, ossia di una serie di annunci in successione, molto eclatanti ma non certo di sicura realizzabilità) è infatti tanto studiata quanto prevedibile: tenere inchiodato l’intero Paese sulle proprie quotidiane prese di posizione, facendo circolare il più possibile la propria immagine e il proprio nome; dettare una fittizia ma “clamorosa” agenda politica non solo all’opposizione, ma anche e soprattutto ai suoi attuali (e probabilmente temporanei) coinquilini di governo, ciò facendo con l’intento di sfiancarli; dare l’impressione di essere colui che domina temi e problemi cari alla «gente»; mantenere il più possibile in caldo i motori, continuando la campagna elettorale, poiché altrimenti ci si dovrebbe confrontare con una serie di problemi concreti per i quali non si hanno strategie né, tanto meno, risorse; alimentare allo spasimo la finta dialettica degli opposti tra affermazioni roboanti, urticanti, fittiziamente “veraci” (“accidenti, ha il coraggio di essere politicamente scorretto! Finalmente uno che parla come mangia!”) e la prevedibile risposta degli avversari, tutta basata sull’esecrazione e sul diniego, due condotte che se lasciate a sé rischiano solo di marcare l’impotenza politica di chi non ha altro orizzonte che esse stesse (così come era già stato con Berlusconi, quanto il rifiuto di ciò che rappresentava non si era tradotto nella proposta di un programma politico alternativo); in altre parole, il portare l’Italia a elezioni anticipate, plausibilmente nella primavera del prossimo anno, prima, durante o dopo la tornata delle europee, essendo l’azionista di maggioranza, pronto ad essere incoronato.Da tutto ciò deriva un secondo elemento, ovvero la propensione a considerare l’azione di governo non come l’ambito nel quale realizzare ciò che è stato promesso agli elettori (ossia di tutto e di più, quindi il nulla all’atto concreto), ma una specie di eterna campagna elettorale, nel corso della quale identificare i «nemici» contro i quali raccogliere e convogliare la rabbia popolare. La disumanizzazione del discorso politico, infatti, fa il paio con la sua etnicizzazione. Le campagne contro i migranti, quella sulla schedatura dei rom, più in generale la ricerca di un gruppo di esseri umani contro i quali scagliare la propria rabbia, rimanda a due ordine di discorsi. Il primo è quello per cui la presunta pericolosità (la «minaccia») di una minoranza avrebbe una ragione e un fondamento di natura etnica, derivando dal fatto che gli appartenenti a quello specifico gruppo sarebbero un po’ tutti propensi a delinquere, in quanto membri della medesima comunità. Se una tale visione delle cose è espressa da esponenti politici al governo, il rischio al quale si è esposti è quello di dare seguito ad un vero e proprio razzismo di Stato. Il secondo aspetto è che l’aggredire verbalmente la minoranza in questione, con il favore amplificatorio dei mezzi di comunicazione, serve – nel medesimo tempo – a deviare l’attenzione collettiva dai grandi problemi, a partire da quello delle crescenti diseguaglianze sociali, così come a stabilire una sorta di pregiudizio destinato a imporsi nel pensare comune, tra l’opinione pubblica. La quale si allineerà consenziente alla volontà di una parte dei suoi esponenti politici senza comprendere di essere stata espropriata del suo diritto a conoscere e a giudicare in autonomia.
Alla strategia illiberale delle dichiarazioni aggressive ed eclatanti – il muoversi nella logica di scompaginare l’ordine costituito della prassi politica, presentando ciò come un liberatorio “atto di verità” che finalmente interverrebbe nella palude della politica impotente – si accompagna lo spostamento ossessivo del baricentro della claque politica verso temi sempre più intolleranti, ben sapendo che in gioco c’è la conquista del senso comune (cosa che sta riuscendo) così come il rapporto privilegiato con i Paesi più conservatori. Poste queste premesse – quindi – sussiste un problema di strategia politica che diventa il problema politico per eccellenza: come si risponde ad una offensiva che si qualifica come Kulturkampf – una vera e propria battaglia per influenzare il senso comune, pertanto il voto dei molti – e che quindi, plausibilmente, non solo si ripeterà ma cercherà di divorare qualsiasi altro orizzonte di discussione e riflessione? Basta rispondere solo nel merito? Basta stringersi nella cittadella, sempre più assediata, della sola Costituzione? Nulla da obiettare a manifestazioni contro queste angoscianti derive. Da ciò – tuttavia – pensare che possano reggere da sé, e non in alleanza con altro, parrebbe non essere sufficiente. La vera forza del regresso in atto sta nella disarticolazione dell’opposizione sociale. Ma tale disarticolazione non è un mero problema di “volontà” difettante, bensì di effetto della ristrutturazione dei sistemi di funzioni, ruoli e relazioni delle società nazionali nell’età della globalizzazione. Ci si trova in una nuova fase politica e culturale. Bisogna pensare, studiare, capire e poi rispondere. Va da sé che oggi tutto ciò si consumi anche per l’assoluta insufficienza della politica organizzata, a partire da quella dei partiti e dei movimenti tradizionali. Gli imprenditori politici dell’angoscia l’hanno pienamente compreso. Come tali coltivano un obiettivo praticabile, poiché non irreale: spostare il fuoco della polemica dalla politica alle istituzioni. Per archiviare la Costituzione sociale, che garantisce il diritto alla diversità in accordo a quello all’uguaglianza (dei diritti). In una sorta di escalation. C’è un grande problema di egemonia culturale, prima ancora che di debolezza politica. Da qui bisogna ripartire, altrimenti il sovranismo avrà un futuro garantito.
Claudio Vercelli, storico – Università cattolica del Sacro Cuore

martedì 19 giugno 2018

Carla Nespolo: "I censimenti etnici non appartengono all'Italia democratica"


"I censimenti etnici non appartengono all'Italia democratica. Il Ministro dell'Interno smetta di provocare la Costituzione su cui ha giurato


19 Giugno 2018
http://www.anpi.it/articoli/2007/i-censimenti-etnici-non-appartengono-allitalia-democratica-il-ministro-dellinterno-smetta-di-provocare-la-costituzione-su-cui-ha-giurato

venerdì 15 giugno 2018

Carla Nespolo all'ANSA: Anche se la Sindaca di Roma ha bloccato Via Almirante, resta un vulnus. Non si gioca a carte a con la Resistenza


Anche se la Sindaca di Roma ha bloccato Via Almirante, resta un vulnus. Non si gioca a carte a con la Resistenza










15 Giugno 2018

http://www.anpi.it/articoli/2005/anche-se-la-sindaca-di-roma-ha-bloccato-via-almirante-resta-un-vulnus-non-si-gioca-a-carte-a-con-la-resistenza

giovedì 14 giugno 2018

L'ANPI provinciale di Roma contro ogni ipotesi di una via ad Almirante


L'ANPI provinciale di Roma esprime la propria indignazione per la mozione approvata dal Consiglio Comunale di Roma Capitale con la quale si intende intitolare una via a Giorgio Almirante. E’ inaccettabile che nella capitale della Repubblica, nella città che ha vissuto sulla propria pelle la barbarie dell'occupazione nazifascista, nella città che ha subito la strage delle Fosse Ardeatine, l'eccidio de La Storta, la deportazione dei Carabinieri, la razzia del Ghetto, le fucilazioni di patrioti a forte Bravetta, il rastrellamento del Quadraro, le torture nelle carceri di Via Tasso, nella pensione Jaccarino, e molti altri episodi di oppressione fascista e nazista venga reso omaggio ad un tale esponente del mondo fascista repubblichino e del razzismo mai ripudiato. Fu prima uno dei massimi sostenitori delle leggi razziali del 1938 (delle quali quest’anno viene ricordato l’80° lugubre anniversario), fu fucilatore di patrioti durante la guerra di Liberazione, fu esponente di punta del neofascismo nel dopoguerra e camerata e maestro di truci picchiatori e terroristi fascisti negli anni ’70.


Il fatto che sedette negli scranni del Parlamento non fa di tal figuro un padre della Patria, semmai significa che approfittò della democrazia che i partigiani conquistarono e che solo l’amnistia e la mancata applicazione della Costituzione (della quale quest’anno ricorre il 70° dell’entrata in vigore) lo salvò da condanna certa e dall’oblio nelle discariche della Storia che avrebbe meritato.


Che questa vergognosa mozione l’abbiano presentata esponenti che si sentono manifestamente discendenti dell’abominio fascista è comprensibile, ma che l’abbiano votata esponenti di una forza politica come il Movimento 5 Stelle desta perlomeno perplessità: o si è ignoranti riguardo la storia recente del nostro Paese e della nostra Città, e allora non si può pretendere di guidarne sulla fiducia un suo presunto rinnovamento, o si è scelto deliberatamente di amoreggiare con le forze oscurantiste, razziste, fasciste per biechi interessi politici immediati di bottega e allora, lo stesso, non ci si può millantare di essere forza di cambiamento rivoluzionario.
Data l'assenza della sindaca, ci chiediamo questa come avrebbe votato se fosse stata presente.
Il Comitato Provinciale dell’ANPI di Roma chiede che questa mozione venga immediatamente ritirata. In caso contrario si mobiliterà insieme a tutti i cittadini antifascisti, alle associazioni, organizzazioni politiche e sindacali, movimenti che si riconoscono nella Costituzione Repubblicana, nata dalla Resistenza e dalla Lotta di Liberazione, quindi antifascista per antonomasia, fino a che la stessa non sarà ritirata.


Non è possibile partecipare al 25 aprile, rendere omaggio ai martiri delle Fosse Ardeatine, ricevere sulla bandiera cittadina la medaglia d’oro per meriti civili per il contributo alla Resistenza di un quartiere intero come Centocelle e poi votare un simile disgustoso obbrobrio.
Ora e sempre Resistenza


mercoledì 13 giugno 2018

Nespolo: avvilenti i 5 Stelle a rimorchio del razzismo. Intervista a Carla Nespolo su Il Manifesto del 12 giugno 2018




Nespolo: avvilenti i 5 Stelle a rimorchio del razzismo

- Andrea Fabozzi, 12.06.2018

Il blocco navale del governo gialloverde. «L'odio verso i deboli di Salvini era noto.  I grillini hanno meno voti della Lega ma sono subalterni anche al linguaggio violento. A questo punto si facciano sentire i loro elettori. Toninelli dice che con il nuovo esecutivo c'è un vento nuovo?  E' il vento vecchissimo dell'egoismo, gli italiano lo hanno già sconfitto una volta»

«Bloccare in mare le persone è un atto malvagio che ci offende come  donne e uomini», dice  Carla Nespolo, presidente nazionale dell’Associazione partigiani. «Salvini si vanta dell’uso della  forza,  ma non l’ha diretta contro l’Europa, come  dice,  bensì contro donne incinta e bambini senza genitori. È stato violento con i più deboli. Ora la nave  va in Spagna, c’è un governo nuovo  e democratico, lì. Un po’ dell’onore dell’Italia lo hanno difeso  i sindaci che  hanno messo a disposizione i porti delle  loro città: Napoli, Messina, Ravenna, Taranto, Palermo, Reggio  e Livorno  tra  le altre».
Il sindaco di Livorno ha cancellato l’offerta per non creare problemi al governo.
Ha fatto  sentire una  voce diversa ma ha subito taciuto. La vicenda potrebbe dimostrare che  dentro il Movimento 5 Stelle si sta  aprendo un confronto. C’è da augurarselo. Anche  perché il vero  problema sta  lì.
In che senso?
Che il ministro dell’interno avesse come  linea  politica l’odio verso i più deboli  era  cosa  nota. Che sia lo stesso anche per  i 5 Stelle è avvilente.
È grillino il ministro delle infrastrutture responsabile della chiusura dei  porti.
Ho trovato agghiacciante la dichiarazione di Toninelli  che  ha detto «con  noi soffia un vento  nuovo». Nuovo?  Con voi soffia il vento  dell’egoismo e della  mancanza di umanità. Se lo chiamate «nuovo» significa che  non conoscete per  nulla  la storia. È un vento  che  il popolo italiano ha conosciuto. E sconfitto.
Si aspettava più  autonomia da parte dei  grillini?
Dobbiamo sentire la voce di chi dissente, se c’è. Altrimenti stiamo vedendo all’opera il governo più razzista del dopoguerra. Al momento parlano con una  voce sola,  quella di Salvini.  La subalternità dei 5 Stelle alla sua  linea  è evidente. Salvini  si impone anche nello  stile,  nelle  forme  di comunicazione. I tweet violenti non sono  un dettaglio di cattivo gusto, servono ad affermare che  il vero  capo  è lui. A questo punto penso che  sia il caso  di rivolgersi a tutti quelli  che  in buona fede,  e per  certi versi anche comprensibilmente, hanno votato i 5 Stelle per  convinzione democratica e da sinistra.
Per  dirgli cosa?
Semplicemente: dove  siete? Perché non vi fate  sentire? Perché non chiedete il rispetto del vostro voto e delle  vostre idee?  Votando 5 Stelle cercavano giustizia sociale e hanno finito  per  votare Salvini  con la sua  politica razzista e di odio.
I 5 Stelle sono il partito di maggioranza relativa.
Con il 32% hanno preso il doppio dei voti della  Lega  e adesso sono  in tutto e per  tutto al rimorchio. Dieci giorni fa i loro ministri, come  tutti gli altri  e il presidente del Consiglio, hanno giurato sulla Costituzione antifascista. Che ha il suo cardine nel rispetto della  vita umana e dei diritti umani, dell’uguaglianza senza distinzioni di razza , lingua e religione.
Non  è altrettanto disonorevole una  reazione della società civile non  all’altezza?
Certamente, ma non vorrei che  fosse  sottovalutato il gesto dei sindaci. So bene che  questo è il paese dei razzisti che  vanno  a messa la domenica. Ma sono  convinta che  l’Italia  sia ancora, nel profondo, un paese democratico. Anche  se, certo, vedo  i passi indietro che  abbiamo fatto. E vedo  le responsabilità di chi diffonde odio ed egoismo, facendoci retrocedere come  collettività. Bisogna che si torni a parlare a voce alta  di solidarietà e rispetto. Anche  perché questo non sarà un singolo episodio.
Purtroppo è sicuro. Salvini dichiara di aver  «vinto» ed  è pronto a replicare il blocco con  la prossima nave.
C’è davanti a noi un vero  e proprio scontro di civiltà, sono  in campo due  visioni  opposte del mondo. È compito nostro, delle  associazioni come  delle  singole persone democratiche, lavorare per  difendere e far crescere una  coscienza civile e democratica, per  sconfiggere la brutalità e l’odio. Con l’Arci, l’Azione cattolica, Libera, Legambiente e altre associazioni abbiamo denunciato «l’imperdonabile errore di alzare nuovi muri  di odio e paura che  aumentano le disuguaglianze». Siamo  in campo.

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11 giugno 2918: "Si aprano i porti all'arrivo di vite umane che fuggono da conflitti e disperazione"

"Si aprano i porti all'arrivo di vite umane che fuggono da conflitti e disperazione"

11 Giugno 2018
http://www.anpi.it/articoli/2002/si-aprano-i-porti-allarrivo-di-vite-umane-che-fuggono-da-conflitti-e-disperazione

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Ripudia intolleranza, razzismo e antisemitismo.
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