20 marzo 2026

Viaggio della Memoria 2026 a Auschwitz-Birkenau, organizzato da Roma Capitale



Dal 16 al 18 marzo appena passati, l'ANPI provinciale di Roma ha partecipato, nella persona della presidente Marina Pierlorenzi e di Stefano Bonifazi, della presidenza con delega alla comunicazione, al bellissimo e toccante "Viaggio della Memoria 2026" organizzato da Roma Capitale

Hanno partecipato al Viaggio della Memoria 132 studenti romani della scuola secondaria di secondo grado, oltre a rappresentanti istituzionali di Roma Capitale, l'Assessore alla Cultura, Massimiliano Smeriglio; l'Assessora alla Scuola, Formazione e Lavoro, Claudia Pratelli; l'Assessora alle Politiche Sociali e alla Salute, Barbara Funari, la Presidente della Commissione Permanente Scuola, Carla Fermariello, la Presidente della Commissione capitolina Pari Opportunità, Michela Cicculli, i consiglieri capitolini, Tommaso Amodeo, Riccardo Corbucci; il Presidente del Municipio III, Paolo Emilio Marchionne; il Presidente del Municipio VII, Francesco Laddaga; il Presidente del Municipio VIII, Amedeo Ciaccheri. Rappresentanti di associazioni quali l'ANPI provinciale di Roma, l'ANED, il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, l'Associazione di Promozione Sociale Libellula Italia, rappresentanti della Comunità Ebraica Romana e della Fondazione Museo della Shoah. 

Ha partecipato anche il sindaco Roberto Gualtieri, che nel corso della visita ha deposto alcune corone nei punti più significativi del viaggio.

L'intensissimo programma ha previsto la visita in Cracovia alla sinagoga Tempel, al quartiere ebraico Kazimierz e al ghetto di Podgórze; al cosiddetto Judenranpe, il punto di arrivo degli ebrei, dove avveniva la selezione delle persone abili ai lavori forzati e di quelle destinate fin da subito alle camere a gas. Si sono poi visitati i campi di sterminio di Auschwitz-Birkenau, il più grande complesso di sterminio e di concentramento realizzato dai nazisti. Tra il 1940 e il 1945 vi furono deportate oltre 1,1 milioni di persone, in stragrande maggioranza ebrei provenienti da tutta Europa, inclusi oltre 7.800 italiani. Nel complesso furono internati e sterminati anche moltissimi polacchi non ebrei, Sinti e Rom, prigionieri di guerra sovietici, oppositori politici, omosessuali e testimoni di Geova. 

Ringraziamo tutti gli organizzatori e i compagni di viaggio, il preparatissimo e appassionato storico Marcello Pezzetti, le preziose guide. Un grazie particolare a tutti i ragazzi delle scuole (e al personale docente che li accompagnava) che hanno dimostrato grandissima attenzione, partecipazione, sensibilità e maturità, il che dona speranza in questo momento storico così duro e problematico

Al link le foto che abbiamo scattato durante il viaggio

https://photos.app.goo.gl/aUgjQfmM6FPVftz79


20 marzo 2019: ci lasciava Tina Costa

Tina Costa - illustrazione di Francesca Gatto



Il 20 marzo 2019 ci lasciava Tina Costa
La sua scomparsa ha prodotto nell'ANPI provinciale di Roma e nell'antifascismo tutto un vuoto incolmabile. 
Rimane in noi indelebile quello che ci ha insegnato: 
"non mettete mai al primo posto il vostro io, sviluppate un lavoro, un pensiero in cui il NOI dia la dimensione della consapevolezza di star applicando la nostra Costituzione e difendendo la pace".
Tina è stata una donna, comunista, che si è battuta fin dalla prima giovinezza per la conquista della Libertà e per i diritti di ogni persona. 

L'ANPI provinciale di Roma, per il centenario della nascita, ha voluto ricordare l'impegno di Tina nella lotta antifascista e per l'applicazione e la difesa della Costituzione, e soprattutto farla tornare a vivere tra la sua gente e le nuove generazioni, come era usa fare da sempre, promuovendo la realizzazione di un fumetto e di un docufilm che sono stati realizzati, con la produzione dell'ANPI provinciale di Roma, un crowdfunding e il patrocinio gratuito di Roma Capitale e del Comune di Gemmano.

Tina, partigiana e pacifista, sempre in prima fila nella lotta contro le ingiustizie e sempre a fianco dei popoli oppressi, fu sostenitrice appassionata della rivoluzione cubana e della causa del popolo palestinese. 

"Tina Costa - Una vita ribelle- documentario realizzato da Andrea White e Matteo Bennati

"Tina Costa - Partigiana della Pace" - fumetto realizzato dall’illustratrice Francesca Gatto e dalla sceneggiatrice Chiara Benazzi.

la locandina della presentazione del docufilm e del fumetto


Riportiamo di seguito l'articolo che lo storico e vicepresidente dell'ANPI di Roma Davide Conti ha scritto e pubblicato su il Manifesto del 21 marzo 2019


La «grammatica» partigiana di Tina Costa

- Davide Conti, 21.03.2019

Il ricordo. Scomparsa ieri a 94 anni, era stata prima una giovanissima staffetta partigiana e aveva partecipato poi alle lotte sociali e politiche fin dal secondo dopoguerra. Dirigente dell'Anpi, iscritta al Pci nel 1944, poi a Rifondazione Comunista. La camera ardente per Tina si terrà venerdì 22 marzo presso la Casa della Memoria e della Storia di Roma.

Tina Costa è scomparsa ieri a 94 anni. È stata una donna che ha scelto ed è stata partigiana lungo tutto il corso della sua vita. Nata nel 1925, anno terzo della dittatura fascista, faceva parte di quella generazione che nelle intenzioni di Mussolini sarebbe stata allevata al «culto del littorio» garantendo fedeltà cieca al regime. Al contrario, come amava spesso ripetere con un sorriso vispo e beffardo, «aveva succhiato un altro latte».

L’estrazione politica e sociale della sua famiglia romagnola, padre socialista, madre e fratelli comunisti, richiama quell'antifascismo della prima ora che non aspettò gli «errori in mezzo alle cose buone» della dittatura, come ancora oggi siamo costretti ad ascoltare da alti esponenti delle istituzioni, per opporvisi senza timore.

Durante la Resistenza, appena diciottenne, divenne staffetta del Partito (quello di cui non serviva specificare la qualifica politica) sul fronte di guerra della linea gotica, quello diviso tra le tante stragi ed i crimini nazifascisti da un lato e la lotta partigiana di Liberazione dall'altro.

Per significare il carattere popolare di un conflitto asimmetrico come la guerriglia, Tina raccontava sempre di quando durante una sua missione di collegamento venne salvata dalle donne riminesi che, «anche se fingevano di non sapere chi io fossi e cosa facessi mi avvertirono di una retata dei tedeschi a poca distanza e mi fecero tornare indietro».



Arrestata con un fratello e la madre a seguito della delazione di una spia italiana (che a partire dagli anni Novanta avrebbe dovuto chiamare «ragazzo di Salò» secondo la nuova linea dell’ex Partito) riuscì a fuggire durante un bombardamento Alleato mentre veniva deportata nel campo d’internamento di Fossoli.

Iscritta al Pci dal 1944, la prima tessera le venne consegnata da Pietro Ingrao, ha continuato la sua lotta nell’Italia libera e repubblicana sempre nel solco ideale e valoriale tracciato dalla Resistenza, identificata come radice d’origine della nostra fragile e complessa democrazia post-bellica e come eredità di vincolo rispetto alla conquista dell’uguaglianza sostanziale delle classi e dei ceti popolari dai cui proveniva e che aveva sempre rappresentato in seno al sindacato della Cgil.





L’opposizione irriducibile alla costruzione ideologica della società categoriale e razzista voluta dal fascismo e strutturata sulla base della discriminazione «per legge» dei diritti delle donne, degli omosessuali, dei dissidenti politici e degli ebrei è sempre stata il punto centrale del suo messaggio storico-politico. Ed il riemergere di istanze regressive nel cuore della nostra modernità venivano da lei identificate prima ancora che con un «eterno ritorno» del fascismo come una profonda crisi della democrazia.

È dentro questa dimensione interpretativa della crisi democratica e delle torsioni divisive che la attraversano che il carattere storico dell’antifascismo riassume una centralità reale che non si limita all'opposizione ideale al riemergere dell’estrema destra in Italia ed in Europa ma come «teoria dello Stato» intesa come risposta storica democratica e pluralista alla complessità del presente, in grado di stabilire una relazione diretta e reale con quelle periferie sociali, culturali e politiche che la crisi internazionale del sistema economico ha spinto verso la paura del «diverso» e verso un sordo egoismo sociale di sopravvivenza.


È lungo questo crinale che l’eredità di Tina Costa e della Resistenza assume il senso di istanza del presente e non di retorica celebrativa del passato. Attraverso la sua grammatica partigiana la dirigente dell’Anpi sottolineava, soprattutto ai tanti giovani incontrati quotidianamente nelle scuole, la necessità del sapere critico e della conoscenza della storia come vaccini indispensabili in una società che tutto cancella nel breve volgere di un giorno esponendoci ai gravi pericoli connessi ad un vissuto senza passato.





Il suo «bisogno di memoria» mal si acconciava alle cerimonie ufficiali riecheggiando piuttosto le parole di Piero Calamandrei che nel 1953 davanti al ritorno nel Parlamento dei deputati neofascisti evocava i caduti della Resistenza per ammonire i vivi dell’Italia democratica «Non rammaricatevi dai vostri cimiteri di montagna se giù al piano nell’aula ove fu giurata la Costituzione murata col vostro sangue sono tornati da remote caligini i fantasmi della vergogna, troppo presto li avevamo dimenticati».

08 marzo 2026

Quest’anno l’8 marzo è per le donne travolte dalle guerre. di Luciana "Luce" Romoli

Quest’anno l’8 marzo è per le donne travolte dalle guerre.

Quest’anno l’8 marzo è per le donne vittime di violenza che sono schiacciate perfino dalla legge. Senza consenso è stupro, sempre.

Non è una festa, è un giorno in cui tutti devono sapere che siamo PARTIGIANE: non lasceremo indietro nessuna. 

La forza delle donne è come il mare, nessuno ci può ingabbiare.

Luciana "Luce" Romoli



03 marzo 2026

3 marzo 1944:Teresa Gullace viene ammazzata dai nazisti


Nata a Cittanova, in provincia di Reggio Calabria, nel 1910, Teresa emigra in giovanissima età a Roma: lì conosce Girolamo Gullace, che sposerà poco dopo e da cui avrà cinque figli. La famiglia Gullace abita in Via del Vicario, non lontano da Porta Cavalleggeri; Girolamo lavora come operaio in un cantiere, ma con le ristrettezze imposte dalla guerra prima e dall'occupazione poi garantire alla moglie e ai figli il minimo indispensabile per sopravvivere si fa sempre più difficile.
Il 26 febbraio 1944 Girolamo è catturato durante un rastrellamento e condotto assieme a centinaia di altri uomini nella caserma dell'81° Reggimento Fanteria in Viale Giulio Cesare: da lì usciranno per essere avviati al lavoro coatto al fronte, con l'organizzazione Todt, o in Germania.
Fuori dalla caserma si raduna sin da subito un gran numero di donne, in prevalenza mogli, figlie e parenti dei deportati, ma non mancano componenti dei Gruppi di Difesa della Donna e appartenenti alle fila della Resistenza a solidarizzare con le manifestanti e a sostenere la loro protesta. La mattina del 3 marzo 1944 tra di loro c'è anche Teresa, assieme al figlio quattordicenne Umberto, mentre tra la folla si trovano le gappiste Carla Capponi, Marisa Musu e Lucia Ottobrini.
Le donne sono assiepate all'ingresso della caserma, mentre sotto il muro staziona un cordone di soldati delle SS e di militi fascisti. Tutto si svolge in pochi istanti: Teresa riesce a farsi largo tra i soldati che ogni volta respingono violentemente la folla e cerca di lanciare un piccolo fagotto, contenente forse indumenti o un po' di cibo, verso la grata alla quale ha visto sporgersi il viso del marito, ma il piccolo pacchetto rimbalza contro il muro. Mentre tenta di raccoglierlo, arriva alle sue spalle un giovane sottufficiale delle SS, che estrae la pistola e le spara a bruciapelo un colpo a distanza ravvicinata. Teresa muore sul colpo, sotto gli occhi del figlio e del marito.
Carla Capponi, che ha assistito a tutta la scena, cerca di intervenire, ma è fermata da uno dei militi che la portano all'interno della caserma: riesce fortunatamente a liberarsi della pistola che aveva in mano grazie alla prontezza di Marisa Musu, che le mette in tasca una falsa tessera del gruppo fascista "Onore e Combattimento". Viene così prontamente rilasciata. Le partigiane Laura Lombardo Radice, Adele Maria Jemolo e Marcella Lapiccirella adagiano il corpo di Teresa sul marciapiede, invitando le altre donne a deporre fiori: si dà vita così ad un'altra, più silenziosa protesta contro i soprusi dell'occupazione nazista, di cui Teresa era rimasta vittima.
Nel pomeriggio si mescolano alla folla sempre più numerosa una ventina di gappisti, comandati da Mario Fiorentini, Franco Calamandrei, Mario Carrani e Alfredo Orecchio, decisi a compiere un'azione per liberare i prigionieri. Dileguatesi le SS, sono rimasti a presidio della caserma alcuni militi della Guardia Nazionale Repubblicana. L'irruenza di un ufficiale, che respinge con violenza un'altra donna che aveva tentato di avvicinarsi alla finestra, provoca la reazione di Guglielmo Blasi, che lo uccide all'istante. I GAP ingaggiano quindi con i repubblichini un vero e proprio conflitto a fuoco, che si conclude con lo sganciamento dei partigiani e il ferimento di altri due militi: l'azione prevista è annullata.
Alla figura di Teresa Gullace si ispirò il regista Roberto Rossellini per la figura di Pina, magistralmente interpretata da Anna Magnani, nel film "Roma città aperta", uscito appena un anno dopo.


Vedi anche: 

28 febbraio 2026

28 febbraio 1978: l'assassinio di Roberto Scialabba da parte dei NAR

 


La sera del 28 febbraio 1978, verso le undici, un commando composto da otto terroristi dei NAR - Valerio e Cristiano Fioravanti, Alessandro Alibrandi, Franco Anselmi e altri quattro - fa la sua comparsa in Piazza Don Bosco, nel quartiere popolare di Cinecittà: è in cerca di militanti della sinistra e dell'autonomia da assassinare per vendicare i morti di Acca Larentia. Dopo essersi invano diretti a Via Calpurnio Fiamma, dove si trovava uno stabile occupato dal quale si credeva provenissero i responsabili del fatto, i neofascisti vedono Roberto assieme al fratello Nicola e ad un altro amico conversare su una panchina, nei giardinetti della piazza. Il loro abbigliamento e il luogo frequentato non lasciano dubbi: sono dei "rossi" e in quanto tali vanno puniti.
I fratelli Fioravanti scendono dalle loro macchine assieme ad Anselmi, raggiungono i tre e aprono il fuoco: Roberto è colpito da un proiettile che non lo uccide, ma è raggiunto da Valerio Fioravanti che lo finisce sparandogli alla nuca.
Poche ore dopo, con una telefonata alla sede de "Il Messaggero", l'omicidio è rivendicato dai NAR, che si identificano con la sigla "Gioventù Nazional Popolare"; ciononostante, le indagini si concentreranno su alcuni lievi precedenti penali di Roberto e il suo omicidio verrà descritto dalla stampa come l'esito di un regolamento di conti interno a piccole bande di spacciatori del quartiere. Solo la confessione resa da Cristiano Fioravanti nel 1982 assieme alla meticolosa ricostruzione della dinamica dell'omicidio porrà fine alla campagna di disinformazione condotta da certa stampa e restituirà giustizia a Roberto, vigliaccamente assassinato perché comunista e antifascista.

Felice Chilanti - partigiano di Bandiera Rossa, giornalista e scrittore, moriva il 26 febbraio del 1982

 



Nato a Ceneselli (Rovigo) nel 1914, deceduto a Roma nel 1982, giornalista e scrittore.
Aveva collaborato, su posizioni per nulla ortodosse, con la stampa giovanile fascista. Vincitore nel 1935 dei Littoriali, era poi passato all’antifascismo militante; per questo il Tribunale speciale lo aveva condannato a 5 anni di confino. Dopo la riunione del Gran Consiglio e la caduta di Mussolini, si era ideologicamente orientato verso il comunismo. Diventato nel 1943 inviato speciale del giornale Il Popolo di Roma, con l’occupazione tedesca della Capitale, Felice Chilanti (che per la diffidenza nutrita nei suoi confronti da alcuni intellettuali comunisti romani non riesce ad entrare nell’organizzazione clandestina del PCI), aderisce al Movimento “Bandiera Rossa” e ne diventa uno dei dirigenti. Col nome di battaglia di “Marino” combatte contro i nazifascisti, con al fianco la moglie Viviana (nome di copertura “Marisa”), con i gruppi armati di Primavalle, Torpignattara e Quarticciolo. Prende parte a numerose azioni, anche con Giuseppe Albano (“Il Gobbo”), che sarebbe morto nell’immediato dopoguerra in uno scontro con i carabinieri. Terminato il conflitto Chilanti, riprende il suo lavoro di giornalista a L’Unità di Roma. Per l’organo del PCI, di cui diviene vicedirettore, conduce coraggiose inchieste giornalistiche che, nel 1960, gli valgono “Il Premiolino”. Autore di un ventina di libri (molti a soggetto biografico ed autobiografico) e di un documentario cinematografco sul quartiere romano di San Lorenzo, ha pubblicato nel 1952 per la “Lavoro Editrice” La vita di Giuseppe Di Vittorio. Negli ultimi suoi anni, Felice Chilanti aveva aderito ad “Avanguardia Operaia”.
Vedi anche:
 
Il ritratto dipinto di Felice Chilanti è di Giulio Turcato

23 febbraio 2026

Perché votiamo NO al referendum costituzionale del 22 e 23 marzo




Perché votiamo NO al referendum costituzionale del 22 e 23 marzo!
ne parliamo con
Giuseppe Salmè, - Comitato 15 per il NO
Maria Rosaria Guglielmi -  magistrato 
Antonello Ciervo - avvocato 
Modera
Marco Noccioli - presidenza ANPI Roma 
Mercoledì 25 febbraio, ore 17:30
sul canale youtube dell'ANPI provinciale di Roma:
https://youtube.com/live/yGGY567tl9Y



22 febbraio 2026

22 febbraio 1980: l'assassinio di Valerio Verbano



È da poco passata l'una e mezza del pomeriggio quando il giovane Valerio Verbano, diciannovenne studente del Liceo Archimede di Montesacro, rincasa al termine delle lezioni nell'appartamento di Via Monte Bianco, 114 dove vive con la mamma Carla e il papà Sardo. Non sa che dietro la porta lo attende un commando armato composto da tre fascisti, introdottisi in casa con una scusa circa un'ora prima, che hanno già immobilizzato i suoi genitori. Appena entrato Valerio riesce a disarmare uno dei tre aggressori, ma viene colpito alle spalle mentre cerca di fuggire da una finestra dell'appartamento e muore poco prima dell'arrivo dei soccorsi.

Valerio non era un semplice ragazzo di diciannove anni, ma uno studente impegnato nel collettivo della propria scuola e nel movimento di Autonomia Operaia, fieramente antifascista: proprio per questo, da anni stava raccogliendo assieme ad alcuni compagni fotografie, articoli di giornale e schede personali all'interno di un proprio dossier personale sull'eversione nera nel triangolo compreso tra i quartieri Trieste/Salario, Montesacro e Talenti. Il materiale, sequestrato dalla polizia nel corso di una perquisizione in casa Verbano, non verrà mai più ritrovato, così come il memorandum consegnato da Sardo ai giudici inquirenti contenenti le ricostruzioni di alcuni possibili piste da seguire nelle indagini sull'omicidio.

Nonostante una rivendicazione dell'omicidio da parte dei NAR fosse giunta la sera stessa dell'omicidio e altre si fossero susseguite nei mesi successivi, le indagini non riusciranno mai ad individuare i responsabili dell'assassinio di Valerio, mentre le vicende giudiziarie vedranno nel corso degli anni la sparizione nei meandri dei depositi giudiziari della maggior parte del materiale in grado di fornire informazioni sull'identità degli assassini. Sardo e Carla continueranno per tutta la loro vita a chiedere che sia fatta luce sull'omicidio del figlio, ucciso sotto i loro occhi, sostenuti dalle compagne e dai compagni del movimento antifascista romano.

La lotta e la passione antifasciste di Valerio sono vive oggi più che mai e continuano a rappresentare per noi fonte d'esempio nelle nostre battaglie per la democrazia, la pace e la giustizia sociale.

Dall'Europa delle armi all'Europa dei diritti. La democrazia necessaria al tempo della crisi" - 21 febbraio 2026



Dall'Europa delle armi all'Europa dei diritti. La democrazia necessaria al tempo della crisi

21 febbraio 2026 un ore 10.00 Aula Consiliare Palazzo Valentini

Introduce
Marina Pierlorenzi Presidente ANPI provinciale Roma
porterà un saluto l'assessore alla Cultura del Comune di Roma Massimiliano Smeriglio
Intervengono
Davide Conti - storico
Giulio Marcon - scrittore e saggista  
Luigi Ferrajoli - professore emerito di Filosofia del diritto
Natale Di Cola - segretario generale CGIL Roma e Lazio
Albino Amodio - componente Comitato nazionale ANPI
Fabrizio Truini - PaxChristi
Anna Falcone - giurista
Conclude
Fabrizio De Sanctis segreteria nazionale ANPI
Modera 
Simona Maggiorelli direttore settimanale Left
 
L'incontro è stato trasmesso in diretta sul canale Youtube dell'ANPI provinciale di Roma
https://www.youtube.com/c/ANPIProvincialediRoma





















19 febbraio 2026

19 febbraio 2026 - ricordiamo il Giorno delle e dei Martiri del massacro del 19 febbraio 1937: l'eccidio di Addis Abeba (Yekatit 12)




Il 19 febbraio 1937, giorno corrispondente al 12 del mese di Yekatit secondo il calendario etiope, Abraham Deboch e Mogus Asghedom, appartenenti al movimento etiope di resistenza all'occupazione coloniale dell'Italia fascista, compirono un attentato lanciando delle bombe a mano nel Piccolo Ghebì del Palazzo Guenete Leul di Addis Abeba, residenza del viceré d'Etiopia Rodolfo Graziani, ove era in corso una cerimonia pubblica cui presenziano importanti autorità italiane, tra cui lo stesso Graziani, principale obiettivo dell'attentato, numerosi dignitari etiopi fedeli agli occupanti e una vastissima folla di poveri della capitale. 

    L'esplosione delle bombe causò sette vittime, ma riuscì soltanto a ferire lievemente Graziani, i generali Aurelio Liotta e Italo Gariboldi, il vice-governatore  Armando Petretti, il governatore della capitale Alfredo Siniscalchi e alcune decine di persone. Graziani venne prontamente trasportato in ospedale, mentre soldati e carabinieri, con l'ausilio di militi delle truppe coloniali, chiusero gli accessi del recinto e aprirono il fuoco sulla folla, massacrando decine di persone. Ciò non fu che il preludio ad una vera e propria "caccia al moro", come fu successivamente definita da Antonio Dordoni, testimone del massacro: centinaia di civili italiani, organizzati in squadre armate di spranghe e manganelli su precisa disposizione del federale Guido Cortese, compirono violentissime incursioni nei quartieri più poveri di Addis Abeba, unendosi ai militari, impiccando, bruciando vivi, massacrando di botte e fucilando chiunque incontrassero.

    La ritorsione fu particolarmente feroce negli agglomerati di tucul lungo i torrenti Ghenfilè e Ghilifalign, che attraversano Addis Abeba da nord a sud. La ritorsione fu particolarmente feroce negli agglomerati di tucul lungo i torrenti Ghenfilè e Ghilifalign, che attraversano Addis Abeba da nord a sud. «Per ogni abissino in vista – scrive lo storico del colonialismo italiano Angelo Del Boca – non ci fu scampo in quei terribili tre giorni ad Addis Abeba, città di africani dove per un pezzo non si vide più un africano». I corpi dei civili massacrati vennero gettati in fosse comuni: secondo le stime più recenti, le vittime della selvaggia mattanza italiana furono circa 19.000.

    L'eccidio di Yekatit 12, uno dei più efferati crimini mai compiuti nella storia coloniale dell'Italia, è a malapena conosciuto nel nostro paese, ove simili atrocità sono rimaste sostanzialmente impunite, mentre è commemorato ogni anno ad Addis Abeba con una cerimonia presso il monumento che lo ricorda.

18 febbraio 2026

18 febbraio 1963: muore Beppe Fenoglio

Il 18 febbraio 1963 Beppe Fenoglio, scrittore e partigiano, si spegneva a Torino a seguito di un cancro ai bronchi.

Nato ad Alba il 1° marzo 1922, conclusi gli studi liceali si iscrive alla Facoltà di lettere dell'Università di Torino; interrompe gli studi nel 1943 e frequenta il corso per ufficiali, prima a Ceva, poi a Roma.

L’8 settembre l’esercito si dissolve e Fenoglio rientra in famiglia. Sceglie la guerriglia partigiana sulle Langhe, come già avevano fatto i suoi professori di Liceo, Cocito e Chiodi.
Dapprima sale “a Murazzano presso quegli stessi parenti che solevano ospitarlo da ragazzo per le vacanze estive”, poi entra in una brigata d’ispirazione comunista, che opera tra Murazzano e Mombarcaro nell’alta Langa. Questa formazione partigiana, dopo l’assalto ai depositi militari di Carrù (3 marzo 1944), subisce una pesante sconfitta dai nazifascisti.
Per sfuggire ai rastrellamenti, Fenoglio ritorna ad Alba presso i suoi genitori. A settembre riprende la strada delle colline con le formazioni autonome: “gli azzurri” badogliani, presso il presidio di Mango.
Il 10 ottobre 1944 è con le forze che liberano Alba, che viene difesa fino al 2 novembre (i ventitré giorni della città di Alba).
Trascorre il difficile e lungo inverno in un isolamento terribile, presso la Cascina della Langa. Nell’ultimo periodo della sua attività partigiana (marzo – maggio 1945), è ufficiale di collegamento presso la missione inglese, che opera nel Monferrato, nel Vercellese ed in Lomellina. Dopo la Liberazione ritorna alla vita civile, ma l’esperienza partigiana è fondamentale nella sua vita ed ispira molti dei suoi romanzi e racconti, tra cui "Giovinezza", "Una questione privata" e "Il partigiano Johnny", uscito postumo nel 1968.

«𝑆𝑒𝑚𝑝𝑟𝑒 𝑠𝑢𝑙𝑙𝑒 𝑙𝑎𝑝𝑖𝑑𝑖, 𝑎 𝑚𝑒 𝑏𝑎𝑠𝑡𝑒𝑟𝑎̀ 𝑖𝑙 𝑚𝑖𝑜 𝑛𝑜𝑚𝑒, 𝑙𝑒 𝑑𝑢𝑒 𝑑𝑎𝑡𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑜𝑙𝑒 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑎𝑛𝑜, 𝑒 𝑙𝑎 𝑞𝑢𝑎𝑙𝑖𝑓𝑖𝑐𝑎 𝑑𝑖 𝑠𝑐𝑟𝑖𝑡𝑡𝑜𝑟𝑒 𝑒 𝑝𝑎𝑟𝑡𝑖𝑔𝑖𝑎𝑛𝑜.»

(Dal "Diario", appunto dell'estate 1954)

16 febbraio 2026

16 febbraio 1943: la strage di Domenikon. Quando ad ammazzare sono gli italiani nessun fascista si spertica per ricordare

La strage di Domenikon fu una delle tante stragi che vennero compiute dall’esercito italiano e dalle milizie fasciste in Africa, Grecia, Albania e soprattutto in Jugoslavia. «Si stima che siano stati circa 400 i centri abitati rurali distrutti dalle forze di occupazione italiane o congiunte italo-tedesche durante la brutale campagna condotta nei primi mesi del 1943 nella Grecia continentale» (Francesco Sinapi: Domenikon 1943).

Nei pressi di Domenikon, piccolo villaggio della Tessaglia, un attacco partigiano contro un convoglio italiano provocò la morte di nove soldati delle Camicie Nere. Come reazione il generale Cesare Benelli, comandante della Divisione 'Pinerolo', ordinò la repressione secondo l'esempio nazista: centinaia di soldati circondarono e dettero alle fiamme il paese, rastrellarono la popolazione e, nella notte, fucilarono circa 140 uomini e ragazzi dai 14 agli 80 anni.

Nessun criminale di guerra italiano è mai stato consegnato alle nazioni che ne fecero richiesta alla fine della guerra. Ci furono 180 richieste da parte della Grecia, 140 dall’Albania, 750 dalla Jugoslavia oltre ad altre decine dall’Unione Sovietica. In Italia, nel 1946, venne istituita una commissione per indagare sui crimini compiuti dall’Italia nei paesi che aveva occupato. Non furono prese in considerazione le richieste provenienti dall’Africa (Libia, Eritrea, Etiopia e Somalia). La commissione in cinque anni di lavoro produsse un elenco di 34 nomi che vennero segnalati alla magistratura militare italiana. Furono emessi dei mandati di cattura ma i ricercati ebbero il tempo di rifugiarsi all’estero.

Per la strage di Domenikon in anni recenti furono svolte indagini che però non portarono a nulla e i procedimenti si chiusero con l'archiviazione.

https://www.mursia.com/products/vincenzo-sinapi-domenikon-1943



https://www.anpiroma.org/2019/02/la-guerra-sporca-di-mussolini-strage-di.html




15 febbraio 2026

Nella notte tra il 15 ed il 16 febbraio 1926 moriva Piero Gobetti






Cento anni fa, nella notte tra il 15 ed il 16 febbraio 1926, Piero Gobetti, anima del liberalismo antifascista, moriva a Parigi per le conseguenze di un pestaggio fascista.

Nato a Torino il 19 giugno 1901.
Studente di acuta intelligenza, promotore della rivista culturale Energie Nuove. Esponente della sinistra liberale progressista, collegata con l'intellettuale meridionalista Gaetano Salvemini. Estimatore di Antonio Gramsci e del giornale socialista e poi comunista Ordine Nuovo, Gobetti si avvicina al proletariato torinese, divenendo attivo antifascista. Nel 1922 promuove la nascita della rivista Rivoluzione Liberale che via via diventa centro di impegno antifascista di segno liberale, collegato ad altri nuclei liberali di Milano, Firenze, Roma, Napoli, Palermo.
Più volte arrestato nel '23-24 dalla polizia fascista, la sua rivista ripetutamente sequestrata. Nel settembre del '25 è duramente picchiato a Torino, lasciato esanime sulla porta di casa, con gravi ferite invalidanti. Costretto a espatriare in Francia, mai più riavutosi dalle ferite, muore esule a Parigi nel febbraio del 1926. Saggista e autore di numerosi scritti culturali e politici pubblicati in Italia e all'estero, simbolo del liberalismo progressista sensibile al riscatto delle classi lavoratrici.


Il 15 febbraio 2019 moriva il prof. Adriano Ossicini

Il 15 febbraio 2019 moriva il prof. Adriano Ossicini, militante nella sinistra cattolica, partigiano, psichiatra, senatore nel PCI, ministro per la famiglia e la solidarietà sociale nel governo Dini. 

Medaglia d'argento al valor militare; questa la motivazione del riconoscimento:

«Già detenuto per antifascismo contraeva in carcere grave malattia e, riconquistata la libertà alla caduta della dittatura, si ergeva nobile assertore di ogni libero principio contro gli oppressori. Organizzava una valorosa forte formazione partigiana alla cui testa compiva numerosi atti di sabotaggio e azioni di guerriglia costituenti numeroso serto di eroismi che infiora il periodo della lotta clandestina dalle giornate di Porta San Paolo a quelle della liberazione di Roma. Braccato, dalle polizie nazifasciste che avevano posto sulla sua persona elevata taglia, riusciva due volte ad evitare l'arresto occultando documenti importantissimi che, se fossero caduti in possesso del nemico, avrebbero compromesso il movimento partigiano locale e le personalità in esso implicate. Perseguitato sugli affetti famigliari e, benché fisicamente menomato, non desisteva dalla lotta e persisteva nella sua azione di comando dei suoi prodi infondendo in essi l'ardire e la fede per il conseguimento della vittoria. Bello esempio di valoroso combattente e di capace organizzatore.»

Roma, 8 settembre 1943 - 4 giugno 1944.

Insieme al prof. Pietro Borromeo inventò un famigerato "morbo K" per salvare molti ebrei dalla deportazione.






Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7/03/2001. Il blog è strumento di comunicazione degli eventi (e i relativi commenti) organizzati dal Comitato Provinciale e dalle Sezioni dell’A.N.P.I. Provinciale di Roma; promuove la libertà di pensiero, aderisce ai principi della Costituzione repubblicana, è antifascista e antitotalitario.
Ripudia intolleranza, razzismo e antisemitismo.
Le foto contenute in questo blog sono da intendersi a puro carattere rappresentativo, divulgativo e senza alcun fine di lucro. Sono © dei rispettivi autori, persone, agenzie o editori detenenti i diritti. In qualunque momento il proprietario può richiederne la rimozione tramite mail qui indicata. Tutto il materiale letterario/fotografico che esula dalle suddette specifiche è invece di proprietà © del curatore del presente blog e soggetto alle leggi sul diritto d'autore. Se ne vieta espressamente l'utilizzo in qualsiasi sede e con qualsiasi modalità di riproduzione globale o parziale esso possa essere rappresentato, salvo precedenti specifici accordi presi ed approvati con l'autore stesso e scrivente del blog medesimo, e alle condiizoni Creative Commons.© Copyright - Tutti i diritti riservati.