26 luglio 2026

Pastasciutte antifasciste del 25 luglio (e dintorni) 2026 delle sezioni di Roma e provincia

Alcune delle pastasciuttate organizzate dalle sezioni ANPI di Roma e Provincia, da sole o con realtà associative amiche e sorelle!
Grande partecipazione popolare, convivialità e gioia pur nella piena consapevolezza del momento storico in cui siamo chiamati ad operare.
Ora e sempre Resistenza!!



























 

Le pastasciutte antifasciste delle sezioni di Roma e provincia:
Le sezioni che organizzano le pastasciutte antifasciste per l'anniversario dell'arresto di Mussolini e della caduta del regime fascista: tradizione introdotta dalla famiglia Cervi il 25 luglio del 1943 come "il più bel funerale del fascismo". 
Sappiamo che fu purtroppo una tragica illusione, morì il regime fascista che aveva soggiogato l'Italia e seminato morte e distruzione con guerre di aggressione e di conquista e repressione per un ventennio, ma come la testa dell'Idra rinacque asservito al nazismo prima, sconfitto con la Resistenza e la Guerra di Liberazione ancor oggi minaccia l'umanità.
Ma la sua sepoltura simbolica sotto mestolate di maccheroni, penne, rigatoni e forchettate di spaghetti rimane un simbolo potentissimo di amore per il prossimo e per la Libertà.
 
Auguriamo a tutti e a tutte buon appetito!
 
PS: le locandine sono in costante aggiornamento, le carichiamo man mano che ci giungono
 


 
 
 
 
 


 
 









 














20 luglio 2026

20 luglio 2001: Carlo Giuliani è assassinato da un colpo di pistola durante le manifestazioni del G8 di Genova



Alle 17:27 del 20 luglio 2001, mentre le strade e le piazze di Genova sono teatro di una vera e propria battaglia ingaggiata dalle forze dell'ordine contro i pacifici manifestanti che sfilavano lungo Via Tolemaide, in Piazza Alimonda la pistola di un carabiniere spezza lavita del giovane ventitreenne Carlo Giuliani.

Carlo Giuliani è stato il simbolo non solo della volontà di una vastissima realtà fatta di associazioni laiche e confessionali, sindacati, social forum e ONG di ribadire in faccia ai potenti della terra riuniti a Genova che "un altro mondo è possibile", ma anche della più grave e ampia sospensione dello Stato di diritto in Europa dopo la seconda guerra mondiale, delle cariche contro i manifestanti inermi, della mattanza della Diaz, delle torture di Bolzaneto: tutti crimini ad oggi in larga parte rimasti impuniti.

Di fronte al ritorno dell'estrema destra in Italia e in Europa, ai venti di guerra che tornano a soffiare, alla crisi climatica e sociale seguita alla pandemia globale, le questioni poste all'attenzione dei grandi della terra da Carlo Giuliani e da chi in quei giorni di luglio scese in strada suonano più attuali che mai.

A Carlo Giuliani, ragazzo.

19 luglio 2026

19 luglio 1943: il bombardamento di San Lorenzo

Poco dopo le ore 11 del 19 luglio 1943, 662 bombardieri e 268 caccia della United States Army Air Force fanno la loro comparsa nel cielo di Roma, difesa da appena 38 velivoli della Regia Aeronautica e del tutto sguarnita di un sistema di difesa contraerea adatto a fronteggiare un attacco di quelle proporzioni, a dispetto della martellante propaganda del regime sull'inviolabilità del cielo di Roma: obiettivo dell'incursione aerea è lo scalo ferroviario di San Lorenzo, snodo di cruciale importanza per il transito di mezzi, uomini e rifornimenti diretti verso il fronte siciliano. Migliaia di bombe cadono sullo scalo e sull'adiacente quartiere popolare di San Lorenzo, radendo al suolo interi caseggiati, l'antica basilica e il Cimitero del Verano, ma molte di più sono le zone colpite, situate lungo le principali arterie di uscita dalla capitale, nei quartieri Tuscolano, Prenestino, Casilino, Tiburtino e Nomentano: alla fine dell'incursione, alle ore 13, le vittime saranno più di 3000.

Il re, recatosi a visitare il quartiere di San Lorenzo, è prontamente accolto da insulti ed improperi e costretto ad allontanarsi; ben più apprezzate sono invece la visita della Principessa di Piemonte Maria Josè del Belgio, della quale sono note le simpatie antifasciste, e di Papa Pio XII, accompagnato dall'allora Segretario di Stato Giovanni Battista Montini, il quale distribuisce anche aiuti in denaro agli sfollati. Il bombardamento del 19 luglio 1943 imprime una decisiva accelerazione alle sorti della guerra in corso: appena sei giorni dopo, a seguito della fatale seduta del Gran Consiglio del Fascismo, il regime cadrà. Il 14 agosto successivo, dopo un ulteriore, devastante bombardamente sui quartieri San Giovanni e Appio-Latino, Roma verrà dichiarata "città aperta": la disposizione sarà prontamente disattesa dai comandi tedeschi, i quali continuarono a considerare Roma un centro nevralgico di fondamentale importanza, posto nelle immediate retrovie di un fronte che si avvicinava ogni giorno di più, rendendo la capitale bersaglio di altre incursioni aeree alleate sino alla sua liberazione nel giugno 1944.

14 luglio 2026

14 luglio 1948: l'attentato a Palmiro Togliatti

Alle ore 11:45 del 14 luglio 1948, mentre si allontana da Montecitorio in compagnia di Nilde Iotti, il segretario del PCI Palmiro Togliatti è fatto segno di quattro colpi di rivoltella esplosi dallo studente siciliano Antonio Pallante. Togliatti, gravemente ferito, viene trasportato al Policlinico per essere operato d’urgenza, mentre la notizia si sparge per il paese: i lavoratori scendono spontaneamente in sciopero e nelle piazze di tutte le città d’Italia si tengono comizi, la CGIL indice per il giorno successivo lo sciopero generale, il più imponente della storia dell’Italia repubblicana. La situazione si fa particolarmente tesa: nelle città industriali del nord Italia diverse fabbriche vengono occupate e manifestazioni e comizi di protesta sono duramente repressi dalla polizia di Scelba. 

Nonostante la vulgata storiografica conservatrice abbia spesso mirato a porre in risalto le presunte finalità eversive e rivoluzionarie dello sciopero generale e delle imponenti manifestazioni di piazza, fu lo stesso Togliatti, dal letto d’ospedale, ad invitare alla calma e a scongiurare in tal modo la degenerazione di una situazione potenzialmente esplosiva; la stessa CGIL esonerò dallo sciopero generale gli addetti alla panificazione, alla distribuzione del latte, ai servizi ospedalieri e telefonici.

In tale contesto, di fondamentale importanza risulta il ruolo rivestito dall'ANPI nell’evitare incidenti: già il 15 luglio, a seguito di una riunione del Comitato nazionale, il Presidente Arrigo Boldrini dirama a nome dell’associazione tutta fonogrammi a Togliatti, alla direzione del PCI, al Presidente della Repubblica e ai Presidenti delle Camere in cui si stigmatizza l’attentato e si rilevano le gravi situazioni di disordine in tutta la penisola, in specie a Torino, Taranto, Parma, Livorno e Savona; a Genova, il questore telefona all'ANPI per richiedere la messa a disposizione di un gruppo di partigiani per proteggere la questura, abbandonata da tutti gli agenti in servizio. «È da prendere in esame – conclude Boldrini nella sua relazione al Comitato – la possibilità di aderire alla protesta e all’azione della Confederazione Generale del Lavoro e, attraverso i suoi organi centrali e periferici, far pervenire le opportune istruzioni ai partigiani, affinché non escano dai limiti delle direttive di carattere generale impartite ai lavoratori. Si tratta di uno sciopero di protesta che non ha alcuna velleità insurrezionale.»

10 luglio 2026

VI Municipio: no alla cessione di spazi pubblici per iniziative di propaganda fascistoide. Comunicato congiunto ANPI provinciale di Roma e sezione VI Municipio "Alberto Nascimben"


 
Molti di noi ricorderanno negli anni '70 tutta una serie di film del tipo "Milano Violenta", "La polizia sta a guardare" ecc. (il c.d. genere "poliziottesco") che mostravano una società allo sbando preda di criminalità dove i cittadini erano vittime inermi e la polizia aveva le mani legate nel combatterla, e quindi i messaggi trasmessi erano di invocazione all'ordine, sfiducia nelle istituzioni, richiesta di auto-difesa e quindi politicamente strumentale alla reazione di estrema destra, pidduista, stragista e antidemocratica di quegli anni.
Anche adesso c'è un cinema spazzatura simile, con la sola differenza che ora i criminali sono tutti immigrati. Stiamo parlando di film del tipo "Citizen Vigilante" che alcuni vorrebbero proiettare nei locali pubblici del VI Municipio di Roma. "Una pellicola rozza e apertamente provocatoria è stata trasformata in vessillo politico da chi vive di indignazione permanente. Il regista Uwe Boll ha costruito l’ennesima provocazione sapendo che il rifiuto di alcuni cinema tedeschi avrebbe acceso la macchina della mobilitazione reazionaria". Senza che ci dilunghiamo tanto, si legga l'illuminata critica su Linkiesta:
 
 
Ora, ogni cittadino che si guardi 'sti filmucci a casa propria nessuno avrebbe da ridire. Ma che lo si proietti nei locali pubblici del VI Municipio sì, perché chi governa un Municipio non può dare stura a questa spazzatura provocatoria, un Municipio dovrebbe rispettare i valori costituzionali. Invece questo Municipio, in una data simbolo come il 12 dicembre scorso, ha permesso la manifestazione “Remigrazione e Riconquista” con ospite addirittura Marsella, esponente di Casapound e già condannato a due mesi per minacce. Inoltre, già in passato il Presidente Nicola Franco si è fatto fotografare al fianco di tale Carabella, influencer del degrado che fa profitto sulle difficoltà degli ultimi.
Per questo chiediamo alle autorità competenti di vigilare sull’utilizzo spregiudicato di spazi pubblici appartenenti a tutta la comunità e chiediamo che il presidente del Municipio non si presti più a tali becere e tragicomiche strumentalizzazioni: il VI Municipio non può diventare megafono delle peggiori propagande fascistoidi!

10 luglio 1943: lo sbarco in Sicilia

Nella notte tra il 9 e il 10 luglio 1943 le forze Alleate britanniche, americane e canadesi sbarcarono sulle spiagge della Sicilia, ancora controllata dalle forze dell’Asse, nell’ambito della cosiddetta "Operazione Husky". Nell’arco di terra tra Licata e Siracusa si riversarono 160.000 soldati; 4000 aerei da combattimento e da trasporto fornirono l’appoggio dal cielo mentre nel mare ci furono 285 navi da guerra, due portaerei e 2.775 unità di trasporto.

Lo sbarco in Sicilia fu la seconda più imponente operazione offensiva organizzata dagli Alleati nella seconda guerra mondiale, la più vasta in assoluto nel settore del Mediterraneo; soltanto con l’invasione della Normandia ("Operazione Overlord"), undici mesi dopo, si riuscì ad impiegare un numero maggiore di uomini. Per la prima volta apparvero il DUKW, camion anfibio a sei ruote, ed il LST, mezzo da sbarco per i carri armati. Nella fase iniziale vennero sbarcate ben sette divisioni (tre inglesi, tre americane ed una canadese) contro le cinque sbarcate nel corso della corrispondente fase in Normandia.

La Sicilia venne liberata in soli 39 giorni quando, il 17 agosto, le truppe Alleate entrarono a Messina dopo aver conquistato tutte le altre importanti città (Palermo il 22 luglio, Catania il 5 agosto) e costringendo i tedeschi alla fuga i tedeschi. 

10 luglio 1976: l'assassinio del giudice Vittorio Occorsio

La mattina del 10 luglio 1976, mentre percorre in auto il tragitto dalla propria abitazione al luogo di lavoro, il magistrato Vittorio Occorsio è assassinato a colpi di mitra dai terroristi neofascisti Pierluigi Concutelli e Gianfranco Ferro all’incrocio tra Via Mogadiscio e Via Giuba, nel Quartiere Trieste.

Dopo essersi occupato delle indagini sulla strage di Piazza Fontana in qualità di sostituto procuratore, Occorsio ricopri nel 1972 l’incarico di pubblico ministero nel processo contro i membri dell’organizzazione eversiva neofascista Ordine Nuovo, prodigandosi attivamente perché l’organizzazione venisse bandita e messa fuori legge secondo quanto stabilito dalla Legge Scelba, trattandosi di un movimento avente quale finalità la ricostituzione del partito fascista. Negli stessi anni cominciò ad indagare sui rapporti tra ambienti deviati del SIFAR, massoneria ed eversione nera, gettando precocemente luce sull’attività della P2 di Licio Gelli, oltre che sul tentato Golpe Borghese e sul cosiddetto “Piano Solo”: proprio per questo, sin dal 1975, negli ambienti del terrorismo neofascista si era tentato di addivenire ad una convergenza operativa tra Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale finalizzata all’eliminazione del magistrato, il cui operato aveva iniziato anche ad infastidire personalità che già allora giocavano un ruolo chiave in quella che sarebbe poi divenuta nota con il nome di “strategia della tensione”.

Le antifasciste e gli antifascisti non dimenticano!

07 luglio 2026

Ordine del Giorno approvato all'unanimità dal Comitato Provinciale dell'ANPI di Roma nella seduta del 6 luglio 2026

 



Il comitato provinciale dell’ANPI di Roma, riunito presso la Casa della Memoria e della Storia,

nel ribadire la posizione storica dell’ANPI per una pace stabile e duratura tra i popoli rileva come la crisi del contesto internazionale si vada aggravando ulteriormente, anche alla luce della guerra in medio-oriente promossa da Israele e dagli Stati Uniti nell’area (Libano e Iran). Così come si vanno aggravando le condizioni disperate del popolo palestinese, sottoposto a Gaza e in Cisgiordania alla politica genocidaria di occupazione dei territori e repressione dei civili da parte del governo di Israele. Tale politica genocidaria ha portato alla violazione sistematica di tutti i diritti umani, con decine e decine di migliaia di civili innocenti, donne, bambini, anziani, uccisi, senza contare i mutilati e i feriti nel corpo e nello spirito, a cui tutto è negato. E la stessa politica il governo israeliano la sta replicando in Libano.

Condanna altresì la continua aggressione politico-economica con minacce di intervento militare degli Stati Uniti nei confronti di Cuba, senza alcuna reale giustificazione se non l’intento di soggiogare e sottomettere un popolo che mai ha curvato la schiena. Il governo statunitense sta ferocemente applicando una versione “aggiornata” della cosiddetta dottrina Monroe che prevede che tutto il continente americano cada sotto l’influenza degli USA: lo si è visto con l’aggressione al di fuori di ogni previsione del diritto internazionale al Venezuela e col rapimento del tutto arbitrario e illegale del presidente Maduro e di sua moglie, ancora detenuti negli Stati Uniti.

Il comitato provinciale dell’ANPI di Roma ribadisce il totale rifiuto delle politiche di riarmo europeo e NATO al centro del summit di Ankara e del piano internazionale di riconversione delle catene del valore organizzate sull’economia di guerra e sull’aumento di investimenti pubblici in armamenti. Condanna la decisione cieca di continuare a foraggiare il governo ucraino in assenza di una qualsiasi parvenza di tentativo diplomatico europeo di composizione del conflitto, il silenzio calato sui circa 500 voli militari dalle basi militari presenti nel nostro territorio concessi agli USA per bombardare l’Iran. Trattasi di gravissime decisioni che ledono profondamente il dettato costituzionale di ripudio della guerra. Sono tutti chiarissimi segnali di una completa soggezione del nostro esecutivo agli USA, alla NATO e alla parte più retriva di un’Europa sempre meno riconducibile allo spirito di Ventotene, non per nulla sbeffeggiato tempo fa dall’attuale presidente del Consiglio dei ministri.

Le politiche di riarmo mirano nel nostro Paese ad un aumento significativo della spesa militare in un contesto di crescente crisi sociale e lavorativa aggravata dall’esaurimento delle risorse del PNRR. E in questo quadro si inserisce il tentativo di imporre una legge elettorale avente forti caratteri di incostituzionalità, che ci fa temere sul rispetto dei principi democratici fondamentali.

È indispensabile rivitalizzare il Movimento per la Pace con una serie continua di iniziative unitarie diffuse che confluiscano in grandi momenti di più ampio respiro, sotto la spinta delle giovani generazioni.

Un ulteriore elemento di elevata preoccupazione è l’emergere di “nuove” formazioni politiche che si richiamano a parole d’ordine e sentimenti dell’estrema destra italiana e internazionale più reazionaria che cercano di inserirsi nello spazio pubblico. Queste formazioni contribuiscono a una crescente polarizzazione della società italiana.

La somma di questi fattori segna un momento cruciale per il futuro del nostro Paese, in cui le scelte politiche e sociali potrebbero avere conseguenze durature per le generazioni a venire.

7 luglio 1960: strage di Reggio Emilia

Nelle tumultuose giornate del luglio 1960 che seguirono alla straordinaria manifestazione antifascista di Genova del 30 giugno, esplose in tutta Italia la vigorosa protesta dell'Italia antifascista contro l'appoggio del Movimento Sociale Italiano al governo monocolore di Fernando Tambroni, il quale reagì con durezza ingiungendo alla forza pubblica di aprire il fuoco in "situazioni di emergenza". Il 5 luglio, a Licata, un bracciante fu ucciso dal fuoco della celere, mentre il giorno successivo, a Roma, un corteo guidato dall'ANPI e dalle associazioni della Resistenza fu caricato da un reparto di carabinieri a cavallo nel tentativo di raggiungere Porta San Paolo.

Quello stesso giorno, la Camera del Lavoro di Reggio Emilia indisse, dalle ore 12 alle ore 14 del giorno successivo, uno sciopero generale provinciale di portesta per i fatti di Licata e Roma, in concomitanza del quale si sarebbe dovuto tenere un comizio presso la Sala Verdi, nel centro della città. L'indomani, un nutrito corteo di protesta composto da più di 20.000 persone attraversò le strade del capoluogo, mentre un gruppo di circa 300 operai delle Officine Meccaniche Reggiane si radunò attorno al monumento ai caduti, in Piazza Cavour, intonando alcuni canti della Resistenza. 

Nel pomeriggio, il pacifico presidio fu investito dalle violente cariche di polizia e carabinieri, a cui i manifestanti cercarono di scampare rifugiandosi dietro i tavolini e le sedie dei caffé della piazza: seguì un lancio di oggetti, cui le forze dell'ordine reagirono con inaudita violenza sparando ad altezza uomo. Al termine delle cariche, cinque furono le vittime tra i manifestanti:

Lauro Farioli, operaio di 22 anni, orfano di padre, sposato e padre di un bambino;
Ovidio Franchi, operaio di 19 anni, il più giovane tra i caduti;
Marino Serri, operaio di 41 anni, già partigiano della 76ª SAP, sposato e padre di due bambini;
Afro Tondelli, operaio di 26 anni, già partigiano della 76ª SAP, quinto di otto fratelli;
Emilio Reverberi, operaio di 39 anni, già partigiano nella 144ª Brigata Garibaldi con il grado di commissario politico del distaccamento "Amendola", sposato, padre di due figli.

𝑆𝑎𝑛𝑔𝑢𝑒 𝑑𝑒𝑙 𝑛𝑜𝑠𝑡𝑟𝑜 𝑠𝑎𝑛𝑔𝑢𝑒, 𝑛𝑒𝑟𝑣𝑖 𝑑𝑒𝑖 𝑛𝑜𝑠𝑡𝑟𝑖 𝑛𝑒𝑟𝑣𝑖.

06 luglio 2026

La Sezione ANPI RAI e il Comitato Provinciale dell’ANPI di Roma promuovono una Carta della Responsabilità civica, per il Servizio Pubblico come Bene Comune






Roma, 6 luglio 2026

OLTRE LA RAI, IL SERVIZIO PUBBLICO

Con CostituiRAI, la Sezione ANPI RAI e il Comitato Provinciale dell’ANPI di Roma promuovono il percorso per la costruzione della Carta della Responsabilità Civica per il Servizio Pubblico della Repubblica democratica e antifascista.

Di fronte alla crisi degli organismi di garanzia del Servizio Pubblico, scegliamo la strada della responsabilità civica.

La crisi della Commissione parlamentare di Vigilanza RAI, culminata nelle dimissioni dei componenti espressione prima delle opposizioni e, successivamente, della maggioranza, rappresenta un passaggio che va ben oltre la cronaca politica. Al di là delle diverse valutazioni sulle responsabilità che hanno condotto a questo esito, essa richiama tutte le cittadine e tutti i cittadini a una riflessione sul rapporto tra il Servizio Pubblico, le istituzioni democratiche e la società, confermando quanto sia necessario riportare al centro del dibattito il Servizio Pubblico come Bene Comune.
Per questo diamo avvio a CostituiRAI, un percorso che intende riportare il Servizio Pubblico al centro della riflessione pubblica, promuovendo la costruzione della Carta della Responsabilità Civica per il Servizio Pubblico della Repubblica democratica 
e antifascista.
Nel prossimo mese di settembre presenteremo il documento di lancio di CostituiRAI, con il quale prenderà avvio un percorso di ascolto, confronto e partecipazione destinato ad accompagnare la costruzione della Carta della Responsabilità Civica.
Con CostituiRAI, la Sezione ANPI RAI e il Comitato Provinciale dell’ANPI di Roma rivolgono un invito al mondo della cultura, della scuola, dell'università e della ricerca, del lavoro, delle professioni, dell'impresa, del sindacato, del volontariato, dell'associazionismo, alle istituzioni repubblicane, alle forze politiche democratiche e a tutte le cittadine e tutti i cittadini che riconoscono nel Servizio Pubblico un Bene Comune da custodire, rafforzare e trasmettere alle generazioni future.
CostituiRAI invita tutte le donne e tutti gli uomini che hanno a cuore il futuro del Servizio Pubblico a costruire insieme la Carta della Responsabilità Civica.
Per prendersi cura, insieme, di un Bene Comune della Repubblica democratica e antifascista.


6 luglio 1960: l'antifascismo in piazza contro i fascisti e il governo Tambroni

Il 6 luglio 1960 a Roma, come in quei giorni in tutta Italia, le donne e gli uomini della Resistenza, attraverso una mobilitazione unitaria, chiamarono a raccolta le forze politiche e sindacali del paese per difendere le conquiste nate dalla lotta alla tirannia nazifascista, con una mobilitazione che costrinse alle dimissioni il governo Tambroni tenuto in piedi dai voti del MSI, ovvero di chi proclamava l'eredità del fascismo a 15 anni dalla Liberazione. La scintilla delle proteste fu la provocazione fascista che avrebbe voluto radunarsi a congresso a Genova, città Medaglia d’Oro per la Guerra di Liberazione. A sessant'anni da quella mobilitazione ricordiamo in tutta Italia e rivendichiamo quell'unità antifascista. Quell'unità antifascista, oggi come ieri rappresenta il baluardo posto a difesa della Repubblica, della Costituzione e della sua attuazione. Come nella Resistenza uomini e donne di diverso orientamento politico e culturale si unirono contro i nazifascisti per riscattare il paese e la dignità del popolo italiano, oggi l’Italia democratica e antifascista ricorda quelle giornate come momento cruciale di sviluppo della Repubblica nata dall'antifascismo e dalla Resistenza. L'antifascismo è ancora valore portante e cemento della nostra convivenza civile ed oggi come allora non solo movimento morale ma teoria dello Stato improntato ai principi fondamentali della Costituzione di libertà, di uguaglianza, di democrazia e di giustizia sociale.

6 luglio ’60 a Roma: io c’ero

Marisa Cinciari Rodano

La resistibile ascesa del governo Tambroni, il voto determinante del Msi, la manifestazione a Porta San Paolo, gli incidenti, Genova e Reggio Emilia, Palermo e Catania, ed infine la caduta del presidente del Consiglio. Una vicenda da non dimenticare

Schierati in un gruppo compatto, fianco a fianco, tenendosi sottobraccio, ben stretti, avanzavamo come una falange macedone: eravamo i parlamentari di sinistra, seguiti da un corteo di cittadini, che era abituale, allora, definire “democratici”. “Democratici di passaggio” spesso ironizzavamo tra noi. Quei cittadini infatti non erano certamente “di passaggio”, non vi si trovavano casualmente: erano convenuti grazie a una mobilitazione: compagni del Pci, militanti socialisti, iscritti all’Anpi, antifascisti romani erano accorsi in gran numero. In testa al corteo veniva recata una corona d’alloro rotonda con il nastro tricolore da deporre sulla lapide di Porta S. Paolo che ricordava i soldati e i civili italiani caduti nella resistenza alle truppe naziste dirette a occupare la capitale l’8 settembre 1943. Eravamo a piazza Albania. La decisione di andare in corteo a portare la corona alla lapide di Porta S. Paolo, malgrado la manifestazione contro il governo Tambroni, in precedenza autorizzata, fosse stata vietata dal Prefetto di Roma solo mezz’ora prima dell’appuntamento – un’autentica e voluta provocazione! – era stata adottata durante una concitata riunione improvvisata, convocata da Paolo Bufalini, allora segretario della Federazione romana del Pci, non ricordo bene dove, forse nella sede della sezione del Pci di S. Saba. Si era deciso, per “forzare il blocco” – l’idea era stata proprio di Bufalini –, di mettere tutti i parlamentari in testa al corteo.

Era il 6 luglio 1960. Ci si trovava in un momento climaterico, di acuta tensione politica. Come vi si era giunti? In febbraio il Partito liberale, diretto da Giovanni Malagodi, aveva tolto l’appoggio al governo di Antonio Segni, che, di conseguenza, si era dimesso. Si era aperta una crisi lunghissima e ricca di mutamenti di fronte: prima un “incarico esplorativo” al presidente della Camera Giovanni Leone, poi, dopo la rinuncia di Leone e il rifiuto di Attilio Piccioni, l’incarico era stato nuovamente affidato a Segni, il quale, vista l’impossibilità, per l’opposizione di una parte della Dc, di formare un governo che si reggesse sull’astensione dei socialisti, aveva rinunciato. Il 26 marzo Gronchi aveva affidato abbastanza inopinatamente l’incarico a un fanfaniano suo amico, Fernando Tambroni. Il Ministero presieduto da Tambroni aveva ottenuto in aprile la fiducia della Camera col voto determinante del Msi.

Tre ministri democristiani (Bo, Pastore e Sullo) e tre sottosegretari (Antonio Pecoraro, Nullo Biagi e Lorenzo Spallino) avevano immediatamente abbandonato il governo. La Direzione Dc aveva dovuto chiedere al Gabinetto Tambroni di dimettersi. Dopo un incarico a Fanfani perché tentasse di comporre un governo tripartito con l’appoggio del Psi, tentativo abortito ancora una volta per l’opposizione interna Dc, Gronchi aveva respinto le dimissioni di Tambroni, che a fine aprile aveva ottenuto anche la fiducia del Senato, sempre con i voti determinanti di monarchici e missini. La Dc aveva votato la fiducia “fino al 31 ottobre”, una fiducia “tecnica” per garantire l’approvazione del bilancio.

Situazione torbida, dunque, confusa e di tensione. Ma il casus belli era sorto con la decisione del Movimento sociale italiano di tenere il proprio Congresso nazionale a Genova. Ai cittadini del capoluogo ligure l’idea che si potessero riunire acongresso i neofascisti di Giorgio Almirante nella loro città, Medaglia d’oro della Resistenza, era parsa una intollerabile provocazione. Ed era chiaro che i missini se lo potevano permettere solo perché coperti dal governo, ben deciso a proteggerli perché determinanti della sua maggioranza.

Quasi spontaneamente erano cominciate fermate del lavoro nel porto e nelle fabbriche, poi erano scesi in corteo i docenti universitari; la protesta era estesa e capillare: si narrava che persino nei pitali dentro ai comodini delle camere da letto negli alberghi prenotati per il Congresso fosse stato scritto “via i fascisti da Genova”. E soprattutto erano scesi in piazza migliaia e migliaia di ragazzi giovanissimi, alla loro prima manifestazione: una nuova generazione in campo, che, dall’abbigliamento caratteristico, venne definita “la generazione delle magliette a strisce”. La repressione da parte della polizia era stata dura, scontri, feriti, arresti. Il 28 giugno Sandro Pertini aveva parlato in una grande manifestazione organizzata da Pci, Psi, Psdi, Pri, radicali e dalle associazioni partigiane. Il 30 giugno un grande corteo antifascista era stato violentemente bloccato dalla polizia: 38 i feriti.

A Genova si reagì proclamando lo sciopero generale, mentre la protesta si estendeva ad altre città italiane. In questo contesto si collocava la manifestazione indetta a Roma.

Così ci muovemmo, preceduti dalla corona, lungo viale Aventino. Fatti pochi passi, prima ancora di raggiungere Porta S. Paolo, cominciò il finimondo: la cavalleria, guidata da Raimondo d’Inzeo, caricò la testa del corteo, su cui si rovesciava il getto di acqua colorata degli idranti, e intervenivano le camionette della celere. La folla si disperse per i giardinetti dietro l’ufficio postale Ostiense, per le scale che salivano tra le case verso S. Saba e per le vie del vicino quartiere Testaccio. Si scatenò una vera e propria guerriglia urbana: i manifestanti si difendevano dalle cariche gettando sulla polizia tutti gli oggetti che riuscivano a trovare. Franco Rodano, Ugo Bartesaghi ed io non so come ci ritrovammo illesi e asciutti in mezzo alla confusione. Pietro Ingrao però, e un parlamentare socialista di Bologna, l’on. Gian Guido Borghese, vennero feriti dalle manganellate e furono subito portati alla Camera: entrarono sanguinanti in aula, dove avvenne un vero putiferio.

Quella decisione di portare la corona a Porta S. Paolo avrebbe avuto conseguenze di non poco conto: gli eventi di Roma – l’attacco ai parlamentari che guidavano il corteo, il ferimento di alcuni di loro – scatenarono scioperi generali e manifestazioni in tutta Italia, innescando una serie di drammatici scontri: 5 uccisi dalla polizia il 7 luglio a Reggio Emilia, 4 a Palermo e a Catania l’8 luglio. Il 9 ai funerali dei morti di Reggio Emilia parteciparono 80.000 persone. Il 19 luglio il governo Tambroni fu costretto a dimettersi. L’incarico tornò a Fanfani; si costituì un governo monocolore democristiano, che ottenne la fiducia del Senato il 3 agosto e alla Camera il 5 agosto, grazie al voto favorevole di Dc, Psdi, Pri e Pli e all’astensione di socialisti e monarchici. Votarono contro comunisti e Msi: Aldo Moro lo definì – definizione tanto contraddittoria quanto destinata a restare famosa – il “governo delle convergenze parallele”. Dopo mesi di manovre, di scontri di piazza, di morti e feriti vedeva la luce una nuova fase della politica italiana: l’astensione socialista apriva la strada al centro-sinistra, una strada, però, ancora lunga e tortuosa.

Marisa Rodano, partigiana, già deputata, senatrice e parlamentare europea

https://www.patriaindipendente.it/ultime-news/6-luglio-60-a-roma-io-cero/

vedi anche:

https://www.anpi.it/patria-indipendente/media/uploads/patria/2011/14-16_BIGI.pdf

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