28 febbraio 2026

28 febbraio 1978: l'assassinio di Roberto Scialabba da parte dei NAR

 


La sera del 28 febbraio 1978, verso le undici, un commando composto da otto terroristi dei NAR - Valerio e Cristiano Fioravanti, Alessandro Alibrandi, Franco Anselmi e altri quattro - fa la sua comparsa in Piazza Don Bosco, nel quartiere popolare di Cinecittà: è in cerca di militanti della sinistra e dell'autonomia da assassinare per vendicare i morti di Acca Larentia. Dopo essersi invano diretti a Via Calpurnio Fiamma, dove si trovava uno stabile occupato dal quale si credeva provenissero i responsabili del fatto, i neofascisti vedono Roberto assieme al fratello Nicola e ad un altro amico conversare su una panchina, nei giardinetti della piazza. Il loro abbigliamento e il luogo frequentato non lasciano dubbi: sono dei "rossi" e in quanto tali vanno puniti.
I fratelli Fioravanti scendono dalle loro macchine assieme ad Anselmi, raggiungono i tre e aprono il fuoco: Roberto è colpito da un proiettile che non lo uccide, ma è raggiunto da Valerio Fioravanti che lo finisce sparandogli alla nuca.
Poche ore dopo, con una telefonata alla sede de "Il Messaggero", l'omicidio è rivendicato dai NAR, che si identificano con la sigla "Gioventù Nazional Popolare"; ciononostante, le indagini si concentreranno su alcuni lievi precedenti penali di Roberto e il suo omicidio verrà descritto dalla stampa come l'esito di un regolamento di conti interno a piccole bande di spacciatori del quartiere. Solo la confessione resa da Cristiano Fioravanti nel 1982 assieme alla meticolosa ricostruzione della dinamica dell'omicidio porrà fine alla campagna di disinformazione condotta da certa stampa e restituirà giustizia a Roberto, vigliaccamente assassinato perché comunista e antifascista.

Felice Chilanti - partigiano di Bandiera Rossa, giornalista e scrittore, moriva il 26 febbraio del 1982

 



Nato a Ceneselli (Rovigo) nel 1914, deceduto a Roma nel 1982, giornalista e scrittore.
Aveva collaborato, su posizioni per nulla ortodosse, con la stampa giovanile fascista. Vincitore nel 1935 dei Littoriali, era poi passato all’antifascismo militante; per questo il Tribunale speciale lo aveva condannato a 5 anni di confino. Dopo la riunione del Gran Consiglio e la caduta di Mussolini, si era ideologicamente orientato verso il comunismo. Diventato nel 1943 inviato speciale del giornale Il Popolo di Roma, con l’occupazione tedesca della Capitale, Felice Chilanti (che per la diffidenza nutrita nei suoi confronti da alcuni intellettuali comunisti romani non riesce ad entrare nell’organizzazione clandestina del PCI), aderisce al Movimento “Bandiera Rossa” e ne diventa uno dei dirigenti. Col nome di battaglia di “Marino” combatte contro i nazifascisti, con al fianco la moglie Viviana (nome di copertura “Marisa”), con i gruppi armati di Primavalle, Torpignattara e Quarticciolo. Prende parte a numerose azioni, anche con Giuseppe Albano (“Il Gobbo”), che sarebbe morto nell’immediato dopoguerra in uno scontro con i carabinieri. Terminato il conflitto Chilanti, riprende il suo lavoro di giornalista a L’Unità di Roma. Per l’organo del PCI, di cui diviene vicedirettore, conduce coraggiose inchieste giornalistiche che, nel 1960, gli valgono “Il Premiolino”. Autore di un ventina di libri (molti a soggetto biografico ed autobiografico) e di un documentario cinematografco sul quartiere romano di San Lorenzo, ha pubblicato nel 1952 per la “Lavoro Editrice” La vita di Giuseppe Di Vittorio. Negli ultimi suoi anni, Felice Chilanti aveva aderito ad “Avanguardia Operaia”.
Vedi anche:
 
Il ritratto dipinto di Felice Chilanti è di Giulio Turcato

23 febbraio 2026

Perché votiamo NO al referendum costituzionale del 22 e 23 marzo




Perché votiamo NO al referendum costituzionale del 22 e 23 marzo!
ne parliamo con
Giuseppe Salmè, - Comitato 15 per il NO
Maria Rosaria Guglielmi -  magistrato 
Antonello Ciervo - avvocato 
Modera
Marco Noccioli - presidenza ANPI Roma 
Mercoledì 25 febbraio, ore 17:30
sul canale youtube dell'ANPI provinciale di Roma:
https://youtube.com/live/yGGY567tl9Y



22 febbraio 2026

22 febbraio 1980: l'assassinio di Valerio Verbano



È da poco passata l'una e mezza del pomeriggio quando il giovane Valerio Verbano, diciannovenne studente del Liceo Archimede di Montesacro, rincasa al termine delle lezioni nell'appartamento di Via Monte Bianco, 114 dove vive con la mamma Carla e il papà Sardo. Non sa che dietro la porta lo attende un commando armato composto da tre fascisti, introdottisi in casa con una scusa circa un'ora prima, che hanno già immobilizzato i suoi genitori. Appena entrato Valerio riesce a disarmare uno dei tre aggressori, ma viene colpito alle spalle mentre cerca di fuggire da una finestra dell'appartamento e muore poco prima dell'arrivo dei soccorsi.

Valerio non era un semplice ragazzo di diciannove anni, ma uno studente impegnato nel collettivo della propria scuola e nel movimento di Autonomia Operaia, fieramente antifascista: proprio per questo, da anni stava raccogliendo assieme ad alcuni compagni fotografie, articoli di giornale e schede personali all'interno di un proprio dossier personale sull'eversione nera nel triangolo compreso tra i quartieri Trieste/Salario, Montesacro e Talenti. Il materiale, sequestrato dalla polizia nel corso di una perquisizione in casa Verbano, non verrà mai più ritrovato, così come il memorandum consegnato da Sardo ai giudici inquirenti contenenti le ricostruzioni di alcuni possibili piste da seguire nelle indagini sull'omicidio.

Nonostante una rivendicazione dell'omicidio da parte dei NAR fosse giunta la sera stessa dell'omicidio e altre si fossero susseguite nei mesi successivi, le indagini non riusciranno mai ad individuare i responsabili dell'assassinio di Valerio, mentre le vicende giudiziarie vedranno nel corso degli anni la sparizione nei meandri dei depositi giudiziari della maggior parte del materiale in grado di fornire informazioni sull'identità degli assassini. Sardo e Carla continueranno per tutta la loro vita a chiedere che sia fatta luce sull'omicidio del figlio, ucciso sotto i loro occhi, sostenuti dalle compagne e dai compagni del movimento antifascista romano.

La lotta e la passione antifasciste di Valerio sono vive oggi più che mai e continuano a rappresentare per noi fonte d'esempio nelle nostre battaglie per la democrazia, la pace e la giustizia sociale.

Dall'Europa delle armi all'Europa dei diritti. La democrazia necessaria al tempo della crisi" - 21 febbraio 2026



Dall'Europa delle armi all'Europa dei diritti. La democrazia necessaria al tempo della crisi

21 febbraio 2026 un ore 10.00 Aula Consiliare Palazzo Valentini

Introduce
Marina Pierlorenzi Presidente ANPI provinciale Roma
porterà un saluto l'assessore alla Cultura del Comune di Roma Massimiliano Smeriglio
Intervengono
Davide Conti - storico
Giulio Marcon - scrittore e saggista  
Luigi Ferrajoli - professore emerito di Filosofia del diritto
Natale Di Cola - segretario generale CGIL Roma e Lazio
Albino Amodio - componente Comitato nazionale ANPI
Fabrizio Truini - PaxChristi
Anna Falcone - giurista
Conclude
Fabrizio De Sanctis segreteria nazionale ANPI
Modera 
Simona Maggiorelli direttore settimanale Left
 
L'incontro è stato trasmesso in diretta sul canale Youtube dell'ANPI provinciale di Roma
https://www.youtube.com/c/ANPIProvincialediRoma





















19 febbraio 2026

19 febbraio 2026 - ricordiamo il Giorno delle e dei Martiri del massacro del 19 febbraio 1937: l'eccidio di Addis Abeba (Yekatit 12)




Il 19 febbraio 1937, giorno corrispondente al 12 del mese di Yekatit secondo il calendario etiope, Abraham Deboch e Mogus Asghedom, appartenenti al movimento etiope di resistenza all'occupazione coloniale dell'Italia fascista, compirono un attentato lanciando delle bombe a mano nel Piccolo Ghebì del Palazzo Guenete Leul di Addis Abeba, residenza del viceré d'Etiopia Rodolfo Graziani, ove era in corso una cerimonia pubblica cui presenziano importanti autorità italiane, tra cui lo stesso Graziani, principale obiettivo dell'attentato, numerosi dignitari etiopi fedeli agli occupanti e una vastissima folla di poveri della capitale. 

    L'esplosione delle bombe causò sette vittime, ma riuscì soltanto a ferire lievemente Graziani, i generali Aurelio Liotta e Italo Gariboldi, il vice-governatore  Armando Petretti, il governatore della capitale Alfredo Siniscalchi e alcune decine di persone. Graziani venne prontamente trasportato in ospedale, mentre soldati e carabinieri, con l'ausilio di militi delle truppe coloniali, chiusero gli accessi del recinto e aprirono il fuoco sulla folla, massacrando decine di persone. Ciò non fu che il preludio ad una vera e propria "caccia al moro", come fu successivamente definita da Antonio Dordoni, testimone del massacro: centinaia di civili italiani, organizzati in squadre armate di spranghe e manganelli su precisa disposizione del federale Guido Cortese, compirono violentissime incursioni nei quartieri più poveri di Addis Abeba, unendosi ai militari, impiccando, bruciando vivi, massacrando di botte e fucilando chiunque incontrassero.

    La ritorsione fu particolarmente feroce negli agglomerati di tucul lungo i torrenti Ghenfilè e Ghilifalign, che attraversano Addis Abeba da nord a sud. La ritorsione fu particolarmente feroce negli agglomerati di tucul lungo i torrenti Ghenfilè e Ghilifalign, che attraversano Addis Abeba da nord a sud. «Per ogni abissino in vista – scrive lo storico del colonialismo italiano Angelo Del Boca – non ci fu scampo in quei terribili tre giorni ad Addis Abeba, città di africani dove per un pezzo non si vide più un africano». I corpi dei civili massacrati vennero gettati in fosse comuni: secondo le stime più recenti, le vittime della selvaggia mattanza italiana furono circa 19.000.

    L'eccidio di Yekatit 12, uno dei più efferati crimini mai compiuti nella storia coloniale dell'Italia, è a malapena conosciuto nel nostro paese, ove simili atrocità sono rimaste sostanzialmente impunite, mentre è commemorato ogni anno ad Addis Abeba con una cerimonia presso il monumento che lo ricorda.

18 febbraio 2026

18 febbraio 1963: muore Beppe Fenoglio

Il 18 febbraio 1963 Beppe Fenoglio, scrittore e partigiano, si spegneva a Torino a seguito di un cancro ai bronchi.

Nato ad Alba il 1° marzo 1922, conclusi gli studi liceali si iscrive alla Facoltà di lettere dell'Università di Torino; interrompe gli studi nel 1943 e frequenta il corso per ufficiali, prima a Ceva, poi a Roma.

L’8 settembre l’esercito si dissolve e Fenoglio rientra in famiglia. Sceglie la guerriglia partigiana sulle Langhe, come già avevano fatto i suoi professori di Liceo, Cocito e Chiodi.
Dapprima sale “a Murazzano presso quegli stessi parenti che solevano ospitarlo da ragazzo per le vacanze estive”, poi entra in una brigata d’ispirazione comunista, che opera tra Murazzano e Mombarcaro nell’alta Langa. Questa formazione partigiana, dopo l’assalto ai depositi militari di Carrù (3 marzo 1944), subisce una pesante sconfitta dai nazifascisti.
Per sfuggire ai rastrellamenti, Fenoglio ritorna ad Alba presso i suoi genitori. A settembre riprende la strada delle colline con le formazioni autonome: “gli azzurri” badogliani, presso il presidio di Mango.
Il 10 ottobre 1944 è con le forze che liberano Alba, che viene difesa fino al 2 novembre (i ventitré giorni della città di Alba).
Trascorre il difficile e lungo inverno in un isolamento terribile, presso la Cascina della Langa. Nell’ultimo periodo della sua attività partigiana (marzo – maggio 1945), è ufficiale di collegamento presso la missione inglese, che opera nel Monferrato, nel Vercellese ed in Lomellina. Dopo la Liberazione ritorna alla vita civile, ma l’esperienza partigiana è fondamentale nella sua vita ed ispira molti dei suoi romanzi e racconti, tra cui "Giovinezza", "Una questione privata" e "Il partigiano Johnny", uscito postumo nel 1968.

«𝑆𝑒𝑚𝑝𝑟𝑒 𝑠𝑢𝑙𝑙𝑒 𝑙𝑎𝑝𝑖𝑑𝑖, 𝑎 𝑚𝑒 𝑏𝑎𝑠𝑡𝑒𝑟𝑎̀ 𝑖𝑙 𝑚𝑖𝑜 𝑛𝑜𝑚𝑒, 𝑙𝑒 𝑑𝑢𝑒 𝑑𝑎𝑡𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑜𝑙𝑒 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑎𝑛𝑜, 𝑒 𝑙𝑎 𝑞𝑢𝑎𝑙𝑖𝑓𝑖𝑐𝑎 𝑑𝑖 𝑠𝑐𝑟𝑖𝑡𝑡𝑜𝑟𝑒 𝑒 𝑝𝑎𝑟𝑡𝑖𝑔𝑖𝑎𝑛𝑜.»

(Dal "Diario", appunto dell'estate 1954)

16 febbraio 2026

16 febbraio 1943: la strage di Domenikon. Quando ad ammazzare sono gli italiani nessun fascista si spertica per ricordare

La strage di Domenikon fu una delle tante stragi che vennero compiute dall’esercito italiano e dalle milizie fasciste in Africa, Grecia, Albania e soprattutto in Jugoslavia. «Si stima che siano stati circa 400 i centri abitati rurali distrutti dalle forze di occupazione italiane o congiunte italo-tedesche durante la brutale campagna condotta nei primi mesi del 1943 nella Grecia continentale» (Francesco Sinapi: Domenikon 1943).

Nei pressi di Domenikon, piccolo villaggio della Tessaglia, un attacco partigiano contro un convoglio italiano provocò la morte di nove soldati delle Camicie Nere. Come reazione il generale Cesare Benelli, comandante della Divisione 'Pinerolo', ordinò la repressione secondo l'esempio nazista: centinaia di soldati circondarono e dettero alle fiamme il paese, rastrellarono la popolazione e, nella notte, fucilarono circa 140 uomini e ragazzi dai 14 agli 80 anni.

Nessun criminale di guerra italiano è mai stato consegnato alle nazioni che ne fecero richiesta alla fine della guerra. Ci furono 180 richieste da parte della Grecia, 140 dall’Albania, 750 dalla Jugoslavia oltre ad altre decine dall’Unione Sovietica. In Italia, nel 1946, venne istituita una commissione per indagare sui crimini compiuti dall’Italia nei paesi che aveva occupato. Non furono prese in considerazione le richieste provenienti dall’Africa (Libia, Eritrea, Etiopia e Somalia). La commissione in cinque anni di lavoro produsse un elenco di 34 nomi che vennero segnalati alla magistratura militare italiana. Furono emessi dei mandati di cattura ma i ricercati ebbero il tempo di rifugiarsi all’estero.

Per la strage di Domenikon in anni recenti furono svolte indagini che però non portarono a nulla e i procedimenti si chiusero con l'archiviazione.

https://www.mursia.com/products/vincenzo-sinapi-domenikon-1943



https://www.anpiroma.org/2019/02/la-guerra-sporca-di-mussolini-strage-di.html




15 febbraio 2026

Nella notte tra il 15 ed il 16 febbraio 1926 moriva Piero Gobetti






Cento anni fa, nella notte tra il 15 ed il 16 febbraio 1926, Piero Gobetti, anima del liberalismo antifascista, moriva a Parigi per le conseguenze di un pestaggio fascista.

Nato a Torino il 19 giugno 1901.
Studente di acuta intelligenza, promotore della rivista culturale Energie Nuove. Esponente della sinistra liberale progressista, collegata con l'intellettuale meridionalista Gaetano Salvemini. Estimatore di Antonio Gramsci e del giornale socialista e poi comunista Ordine Nuovo, Gobetti si avvicina al proletariato torinese, divenendo attivo antifascista. Nel 1922 promuove la nascita della rivista Rivoluzione Liberale che via via diventa centro di impegno antifascista di segno liberale, collegato ad altri nuclei liberali di Milano, Firenze, Roma, Napoli, Palermo.
Più volte arrestato nel '23-24 dalla polizia fascista, la sua rivista ripetutamente sequestrata. Nel settembre del '25 è duramente picchiato a Torino, lasciato esanime sulla porta di casa, con gravi ferite invalidanti. Costretto a espatriare in Francia, mai più riavutosi dalle ferite, muore esule a Parigi nel febbraio del 1926. Saggista e autore di numerosi scritti culturali e politici pubblicati in Italia e all'estero, simbolo del liberalismo progressista sensibile al riscatto delle classi lavoratrici.


Il 15 febbraio 2019 moriva il prof. Adriano Ossicini

Il 15 febbraio 2019 moriva il prof. Adriano Ossicini, militante nella sinistra cattolica, partigiano, psichiatra, senatore nel PCI, ministro per la famiglia e la solidarietà sociale nel governo Dini. 

Medaglia d'argento al valor militare; questa la motivazione del riconoscimento:

«Già detenuto per antifascismo contraeva in carcere grave malattia e, riconquistata la libertà alla caduta della dittatura, si ergeva nobile assertore di ogni libero principio contro gli oppressori. Organizzava una valorosa forte formazione partigiana alla cui testa compiva numerosi atti di sabotaggio e azioni di guerriglia costituenti numeroso serto di eroismi che infiora il periodo della lotta clandestina dalle giornate di Porta San Paolo a quelle della liberazione di Roma. Braccato, dalle polizie nazifasciste che avevano posto sulla sua persona elevata taglia, riusciva due volte ad evitare l'arresto occultando documenti importantissimi che, se fossero caduti in possesso del nemico, avrebbero compromesso il movimento partigiano locale e le personalità in esso implicate. Perseguitato sugli affetti famigliari e, benché fisicamente menomato, non desisteva dalla lotta e persisteva nella sua azione di comando dei suoi prodi infondendo in essi l'ardire e la fede per il conseguimento della vittoria. Bello esempio di valoroso combattente e di capace organizzatore.»

Roma, 8 settembre 1943 - 4 giugno 1944.

Insieme al prof. Pietro Borromeo inventò un famigerato "morbo K" per salvare molti ebrei dalla deportazione.






“La resistenza degli alberi e la crisi climatica". 17 febbraio 2026, ore 17:30 Casa della Socialità, Via dei Volsci 86

 “La resistenza degli alberi e la crisi climatica.”

Gruppo di lavoro ambiente - Quarto incontro tematico sull’emergenza climatica e la relazione con l’economia e i problemi sociali:

“La resistenza degli alberi e la crisi climatica.”
Da soggetti che soffrono il cambiamento climatico al ruolo di regolatori degli ecosistemi urbani con effetti per l’ambiente e la giustizia sociale.

17 febbraio 2026, ore 17. 30 - Casa della Socialità, Via dei Volsci 86
Saluti: Adriana Via, Presidente Anpi San Lorenzo
Stefano Valentini, Coordinatore Gruppo ambiente ANPI provinciale Roma
Giampietro CANTIANI, dottore forestale, arboricoltore
Juscelio PANTOJA, direttore Centro Alternativo di Cultura di Belem Brasile, attivista ambientale e per i diritti delle comunità indigene amazzoniche.
modera Tullio BERLENGHI, esperto di diritto ambientale

Invitiamo tutt* alla partecipazione
Incontro organizzato in collaborazione con la sezione ANPI San Lorenzo.



12 febbraio 2026

Casapound condannata per ricostituzione del partito fascista. ANPI Roma: si sciolga cp e le altre organizzazioni che si richiamano al nazifascismo




  

Il comitato provinciale dell’ANPI di Roma, visto lo storico pronunciamento del Tribunale di Bari che, dopo quasi 8 anni di indagini approfondite ed un processo iniziato nel 2022, ha condannato 12 militanti baresi di CasaPound per i reati di riorganizzazione del disciolto partito fascista e manifestazione fascista applicando le leggi della Repubblica, torna a chiedere lo scioglimento dell’organizzazione (e di tutte le organizzazioni che analogamente si richiamano direttamente o indirettamente al fascismo e al nazismo) e lo sgombero immediato delle occupazioni illecite degli stabili in Via Napoleone III a Roma e di Via delle Baleniere a Ostia che di sociale non hanno nulla ma si caratterizzano, soprattutto la prima, per essere covi fascisti. Le Istituzioni non possono continuare a sottrarsi al dovere costituzionalmente sancito e ribadito da leggi in vigore di combattere vigorosamente il fascismo, il razzismo e le organizzazioni che ne portano avanti ideologie e pratiche violente.

In base all’articolo 1 della legge Scelba, che attua la 12esima disposizione transitoria e finale della Costituzione, “si ha riorganizzazione del disciolto partito fascista quando una associazione o un movimento persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politico o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principii, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista”. L’articolo 3 della stessa legge, inoltre, prevede che, “qualora con sentenza risulti accertata la riorganizzazione del disciolto partito fascista, il ministro dell’Interno, sentito il Consiglio dei ministri, ordina lo scioglimento e la confisca dei beni dell’associazione o movimento”.

10 febbraio 2026

La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale "Giorno del ricordo"

La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale "Giorno del ricordo" al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale.








09 febbraio 2026

Le ultime attività dei FASCISTI: gli attacchi agli Orti Urbani di Garbatella e al Liceo Scientifico Righi di Roma

Il comitato provinciale dell'ANPI di Roma denuncia le ultime attività di gruppi FASCISTI: gli atti di vandalismo al grido di viva il duce agli Orti Urbani di Garbatella e quelli al Liceo scientifico Righi di Roma. 

Mentre il governo si è sperticato in allarmi da invasioni aliene per i fatti di Torino, per le contestazioni subite all'apertura dei giochi olimpici invernali (chi protesta è contro l'Italia), ed una solitamente assente presidente del Consiglio si è spesa per difendere un comico da presunti attacchi liberticidi, prendendo questi fatti addirittura a pretesto per operare una ennesima pericolosissima stretta autoritaria, nulla è la reazione quando a muoversi sono i figli e i nipotini neri, ben altrimenti eversivi e nocivi alla vita comunitaria del Paese e nei fatti specifici della città di Roma, capitale d'Italia, medaglia d'oro al valor militare per i fatti della Resistenza e della Guerra di Liberazione con la sua provincia che in quanto a Resistenza non fu seconda a nessuno.

Nella realtà questi fatti che denunciamo sono solo gli ultimi di una lunghissima lista che con il Coordinamento permanente Roma Città Antifascista abbiamo raccolto e che si sta completando a dimostrazione che non esiste alcun pericolo da brigate rosse come improvvidamente membri del governo paventano, ma che invece è reale, concreto e fattuale quello dell'eversione nera per cui si chiede alle autorità di applicare una volta per tutte le leggi della Repubblica Scelba e Mancino in ottemperanza al dettato costituzionale.








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