10 luglio 2026

10 luglio 1943: lo sbarco in Sicilia

Nella notte tra il 9 e il 10 luglio 1943 le forze Alleate britanniche, americane e canadesi sbarcarono sulle spiagge della Sicilia, ancora controllata dalle forze dell’Asse, nell’ambito della cosiddetta "Operazione Husky". Nell’arco di terra tra Licata e Siracusa si riversarono 160.000 soldati; 4000 aerei da combattimento e da trasporto fornirono l’appoggio dal cielo mentre nel mare ci furono 285 navi da guerra, due portaerei e 2.775 unità di trasporto.

Lo sbarco in Sicilia fu la seconda più imponente operazione offensiva organizzata dagli Alleati nella seconda guerra mondiale, la più vasta in assoluto nel settore del Mediterraneo; soltanto con l’invasione della Normandia ("Operazione Overlord"), undici mesi dopo, si riuscì ad impiegare un numero maggiore di uomini. Per la prima volta apparvero il DUKW, camion anfibio a sei ruote, ed il LST, mezzo da sbarco per i carri armati. Nella fase iniziale vennero sbarcate ben sette divisioni (tre inglesi, tre americane ed una canadese) contro le cinque sbarcate nel corso della corrispondente fase in Normandia.

La Sicilia venne liberata in soli 39 giorni quando, il 17 agosto, le truppe Alleate entrarono a Messina dopo aver conquistato tutte le altre importanti città (Palermo il 22 luglio, Catania il 5 agosto) e costringendo i tedeschi alla fuga i tedeschi. 

10 luglio 1976: l'assassinio del giudice Vittorio Occorsio

La mattina del 10 luglio 1976, mentre percorre in auto il tragitto dalla propria abitazione al luogo di lavoro, il magistrato Vittorio Occorsio è assassinato a colpi di mitra dai terroristi neofascisti Pierluigi Concutelli e Gianfranco Ferro all’incrocio tra Via Mogadiscio e Via Giuba, nel Quartiere Trieste.

Dopo essersi occupato delle indagini sulla strage di Piazza Fontana in qualità di sostituto procuratore, Occorsio ricopri nel 1972 l’incarico di pubblico ministero nel processo contro i membri dell’organizzazione eversiva neofascista Ordine Nuovo, prodigandosi attivamente perché l’organizzazione venisse bandita e messa fuori legge secondo quanto stabilito dalla Legge Scelba, trattandosi di un movimento avente quale finalità la ricostituzione del partito fascista. Negli stessi anni cominciò ad indagare sui rapporti tra ambienti deviati del SIFAR, massoneria ed eversione nera, gettando precocemente luce sull’attività della P2 di Licio Gelli, oltre che sul tentato Golpe Borghese e sul cosiddetto “Piano Solo”: proprio per questo, sin dal 1975, negli ambienti del terrorismo neofascista si era tentato di addivenire ad una convergenza operativa tra Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale finalizzata all’eliminazione del magistrato, il cui operato aveva iniziato anche ad infastidire personalità che già allora giocavano un ruolo chiave in quella che sarebbe poi divenuta nota con il nome di “strategia della tensione”.

Le antifasciste e gli antifascisti non dimenticano!

08 luglio 2026

Pastasciutte antifasciste del 25 luglio (e dintorni) 2026 delle sezioni di Roma e provincia


 

Le pastasciutte antifasciste delle sezioni di Roma e provincia:
Le sezioni che organizzano le pastasciutte antifasciste per l'anniversario dell'arresto di Mussolini e della caduta del regime fascista: tradizione introdotta dalla famiglia Cervi il 25 luglio del 1943 come "il più bel funerale del fascismo". 
Sappiamo che fu purtroppo una tragica illusione, morì il regime fascista che aveva soggiogato l'Italia e seminato morte e distruzione con guerre di aggressione e di conquista e repressione per un ventennio, ma come la testa dell'Idra rinacque asservito al nazismo prima, sconfitto con la Resistenza e la Guerra di Liberazione ancor oggi minaccia l'umanità.
Ma la sua sepoltura simbolica sotto mestolate di maccheroni, penne, rigatoni e forchettate di spaghetti rimane un simbolo potentissimo di amore per il prossimo e per la Libertà.
 
Auguriamo a tutti e a tutte buon appetito!
 
PS: le locandine sono in costante aggiornamento, le carichiamo man mano che ci giungono
 


 
 
 
 


 
 









 












07 luglio 2026

Ordine del Giorno approvato all'unanimità dal Comitato Provinciale dell'ANPI di Roma nella seduta del 6 luglio 2026

 



Il comitato provinciale dell’ANPI di Roma, riunito presso la Casa della Memoria e della Storia,

nel ribadire la posizione storica dell’ANPI per una pace stabile e duratura tra i popoli rileva come la crisi del contesto internazionale si vada aggravando ulteriormente, anche alla luce della guerra in medio-oriente promossa da Israele e dagli Stati Uniti nell’area (Libano e Iran). Così come si vanno aggravando le condizioni disperate del popolo palestinese, sottoposto a Gaza e in Cisgiordania alla politica genocidaria di occupazione dei territori e repressione dei civili da parte del governo di Israele. Tale politica genocidaria ha portato alla violazione sistematica di tutti i diritti umani, con decine e decine di migliaia di civili innocenti, donne, bambini, anziani, uccisi, senza contare i mutilati e i feriti nel corpo e nello spirito, a cui tutto è negato. E la stessa politica il governo israeliano la sta replicando in Libano.

Condanna altresì la continua aggressione politico-economica con minacce di intervento militare degli Stati Uniti nei confronti di Cuba, senza alcuna reale giustificazione se non l’intento di soggiogare e sottomettere un popolo che mai ha curvato la schiena. Il governo statunitense sta ferocemente applicando una versione “aggiornata” della cosiddetta dottrina Monroe che prevede che tutto il continente americano cada sotto l’influenza degli USA: lo si è visto con l’aggressione al di fuori di ogni previsione del diritto internazionale al Venezuela e col rapimento del tutto arbitrario e illegale del presidente Maduro e di sua moglie, ancora detenuti negli Stati Uniti.

Il comitato provinciale dell’ANPI di Roma ribadisce il totale rifiuto delle politiche di riarmo europeo e NATO al centro del summit di Ankara e del piano internazionale di riconversione delle catene del valore organizzate sull’economia di guerra e sull’aumento di investimenti pubblici in armamenti. Condanna la decisione cieca di continuare a foraggiare il governo ucraino in assenza di una qualsiasi parvenza di tentativo diplomatico europeo di composizione del conflitto, il silenzio calato sui circa 500 voli militari dalle basi militari presenti nel nostro territorio concessi agli USA per bombardare l’Iran. Trattasi di gravissime decisioni che ledono profondamente il dettato costituzionale di ripudio della guerra. Sono tutti chiarissimi segnali di una completa soggezione del nostro esecutivo agli USA, alla NATO e alla parte più retriva di un’Europa sempre meno riconducibile allo spirito di Ventotene, non per nulla sbeffeggiato tempo fa dall’attuale presidente del Consiglio dei ministri.

Le politiche di riarmo mirano nel nostro Paese ad un aumento significativo della spesa militare in un contesto di crescente crisi sociale e lavorativa aggravata dall’esaurimento delle risorse del PNRR. E in questo quadro si inserisce il tentativo di imporre una legge elettorale avente forti caratteri di incostituzionalità, che ci fa temere sul rispetto dei principi democratici fondamentali.

È indispensabile rivitalizzare il Movimento per la Pace con una serie continua di iniziative unitarie diffuse che confluiscano in grandi momenti di più ampio respiro, sotto la spinta delle giovani generazioni.

Un ulteriore elemento di elevata preoccupazione è l’emergere di “nuove” formazioni politiche che si richiamano a parole d’ordine e sentimenti dell’estrema destra italiana e internazionale più reazionaria che cercano di inserirsi nello spazio pubblico. Queste formazioni contribuiscono a una crescente polarizzazione della società italiana.

La somma di questi fattori segna un momento cruciale per il futuro del nostro Paese, in cui le scelte politiche e sociali potrebbero avere conseguenze durature per le generazioni a venire.

7 luglio 1960: strage di Reggio Emilia

Nelle tumultuose giornate del luglio 1960 che seguirono alla straordinaria manifestazione antifascista di Genova del 30 giugno, esplose in tutta Italia la vigorosa protesta dell'Italia antifascista contro l'appoggio del Movimento Sociale Italiano al governo monocolore di Fernando Tambroni, il quale reagì con durezza ingiungendo alla forza pubblica di aprire il fuoco in "situazioni di emergenza". Il 5 luglio, a Licata, un bracciante fu ucciso dal fuoco della celere, mentre il giorno successivo, a Roma, un corteo guidato dall'ANPI e dalle associazioni della Resistenza fu caricato da un reparto di carabinieri a cavallo nel tentativo di raggiungere Porta San Paolo.

Quello stesso giorno, la Camera del Lavoro di Reggio Emilia indisse, dalle ore 12 alle ore 14 del giorno successivo, uno sciopero generale provinciale di portesta per i fatti di Licata e Roma, in concomitanza del quale si sarebbe dovuto tenere un comizio presso la Sala Verdi, nel centro della città. L'indomani, un nutrito corteo di protesta composto da più di 20.000 persone attraversò le strade del capoluogo, mentre un gruppo di circa 300 operai delle Officine Meccaniche Reggiane si radunò attorno al monumento ai caduti, in Piazza Cavour, intonando alcuni canti della Resistenza. 

Nel pomeriggio, il pacifico presidio fu investito dalle violente cariche di polizia e carabinieri, a cui i manifestanti cercarono di scampare rifugiandosi dietro i tavolini e le sedie dei caffé della piazza: seguì un lancio di oggetti, cui le forze dell'ordine reagirono con inaudita violenza sparando ad altezza uomo. Al termine delle cariche, cinque furono le vittime tra i manifestanti:

Lauro Farioli, operaio di 22 anni, orfano di padre, sposato e padre di un bambino;
Ovidio Franchi, operaio di 19 anni, il più giovane tra i caduti;
Marino Serri, operaio di 41 anni, già partigiano della 76ª SAP, sposato e padre di due bambini;
Afro Tondelli, operaio di 26 anni, già partigiano della 76ª SAP, quinto di otto fratelli;
Emilio Reverberi, operaio di 39 anni, già partigiano nella 144ª Brigata Garibaldi con il grado di commissario politico del distaccamento "Amendola", sposato, padre di due figli.

𝑆𝑎𝑛𝑔𝑢𝑒 𝑑𝑒𝑙 𝑛𝑜𝑠𝑡𝑟𝑜 𝑠𝑎𝑛𝑔𝑢𝑒, 𝑛𝑒𝑟𝑣𝑖 𝑑𝑒𝑖 𝑛𝑜𝑠𝑡𝑟𝑖 𝑛𝑒𝑟𝑣𝑖.

06 luglio 2026

La Sezione ANPI RAI e il Comitato Provinciale dell’ANPI di Roma promuovono una Carta della Responsabilità civica, per il Servizio Pubblico come Bene Comune






Roma, 6 luglio 2026

OLTRE LA RAI, IL SERVIZIO PUBBLICO

Con CostituiRAI, la Sezione ANPI RAI e il Comitato Provinciale dell’ANPI di Roma promuovono il percorso per la costruzione della Carta della Responsabilità Civica per il Servizio Pubblico della Repubblica democratica e antifascista.

Di fronte alla crisi degli organismi di garanzia del Servizio Pubblico, scegliamo la strada della responsabilità civica.

La crisi della Commissione parlamentare di Vigilanza RAI, culminata nelle dimissioni dei componenti espressione prima delle opposizioni e, successivamente, della maggioranza, rappresenta un passaggio che va ben oltre la cronaca politica. Al di là delle diverse valutazioni sulle responsabilità che hanno condotto a questo esito, essa richiama tutte le cittadine e tutti i cittadini a una riflessione sul rapporto tra il Servizio Pubblico, le istituzioni democratiche e la società, confermando quanto sia necessario riportare al centro del dibattito il Servizio Pubblico come Bene Comune.
Per questo diamo avvio a CostituiRAI, un percorso che intende riportare il Servizio Pubblico al centro della riflessione pubblica, promuovendo la costruzione della Carta della Responsabilità Civica per il Servizio Pubblico della Repubblica democratica 
e antifascista.
Nel prossimo mese di settembre presenteremo il documento di lancio di CostituiRAI, con il quale prenderà avvio un percorso di ascolto, confronto e partecipazione destinato ad accompagnare la costruzione della Carta della Responsabilità Civica.
Con CostituiRAI, la Sezione ANPI RAI e il Comitato Provinciale dell’ANPI di Roma rivolgono un invito al mondo della cultura, della scuola, dell'università e della ricerca, del lavoro, delle professioni, dell'impresa, del sindacato, del volontariato, dell'associazionismo, alle istituzioni repubblicane, alle forze politiche democratiche e a tutte le cittadine e tutti i cittadini che riconoscono nel Servizio Pubblico un Bene Comune da custodire, rafforzare e trasmettere alle generazioni future.
CostituiRAI invita tutte le donne e tutti gli uomini che hanno a cuore il futuro del Servizio Pubblico a costruire insieme la Carta della Responsabilità Civica.
Per prendersi cura, insieme, di un Bene Comune della Repubblica democratica e antifascista.


6 luglio 1960: l'antifascismo in piazza contro i fascisti e il governo Tambroni

Il 6 luglio 1960 a Roma, come in quei giorni in tutta Italia, le donne e gli uomini della Resistenza, attraverso una mobilitazione unitaria, chiamarono a raccolta le forze politiche e sindacali del paese per difendere le conquiste nate dalla lotta alla tirannia nazifascista, con una mobilitazione che costrinse alle dimissioni il governo Tambroni tenuto in piedi dai voti del MSI, ovvero di chi proclamava l'eredità del fascismo a 15 anni dalla Liberazione. La scintilla delle proteste fu la provocazione fascista che avrebbe voluto radunarsi a congresso a Genova, città Medaglia d’Oro per la Guerra di Liberazione. A sessant'anni da quella mobilitazione ricordiamo in tutta Italia e rivendichiamo quell'unità antifascista. Quell'unità antifascista, oggi come ieri rappresenta il baluardo posto a difesa della Repubblica, della Costituzione e della sua attuazione. Come nella Resistenza uomini e donne di diverso orientamento politico e culturale si unirono contro i nazifascisti per riscattare il paese e la dignità del popolo italiano, oggi l’Italia democratica e antifascista ricorda quelle giornate come momento cruciale di sviluppo della Repubblica nata dall'antifascismo e dalla Resistenza. L'antifascismo è ancora valore portante e cemento della nostra convivenza civile ed oggi come allora non solo movimento morale ma teoria dello Stato improntato ai principi fondamentali della Costituzione di libertà, di uguaglianza, di democrazia e di giustizia sociale.

6 luglio ’60 a Roma: io c’ero

Marisa Cinciari Rodano

La resistibile ascesa del governo Tambroni, il voto determinante del Msi, la manifestazione a Porta San Paolo, gli incidenti, Genova e Reggio Emilia, Palermo e Catania, ed infine la caduta del presidente del Consiglio. Una vicenda da non dimenticare

Schierati in un gruppo compatto, fianco a fianco, tenendosi sottobraccio, ben stretti, avanzavamo come una falange macedone: eravamo i parlamentari di sinistra, seguiti da un corteo di cittadini, che era abituale, allora, definire “democratici”. “Democratici di passaggio” spesso ironizzavamo tra noi. Quei cittadini infatti non erano certamente “di passaggio”, non vi si trovavano casualmente: erano convenuti grazie a una mobilitazione: compagni del Pci, militanti socialisti, iscritti all’Anpi, antifascisti romani erano accorsi in gran numero. In testa al corteo veniva recata una corona d’alloro rotonda con il nastro tricolore da deporre sulla lapide di Porta S. Paolo che ricordava i soldati e i civili italiani caduti nella resistenza alle truppe naziste dirette a occupare la capitale l’8 settembre 1943. Eravamo a piazza Albania. La decisione di andare in corteo a portare la corona alla lapide di Porta S. Paolo, malgrado la manifestazione contro il governo Tambroni, in precedenza autorizzata, fosse stata vietata dal Prefetto di Roma solo mezz’ora prima dell’appuntamento – un’autentica e voluta provocazione! – era stata adottata durante una concitata riunione improvvisata, convocata da Paolo Bufalini, allora segretario della Federazione romana del Pci, non ricordo bene dove, forse nella sede della sezione del Pci di S. Saba. Si era deciso, per “forzare il blocco” – l’idea era stata proprio di Bufalini –, di mettere tutti i parlamentari in testa al corteo.

Era il 6 luglio 1960. Ci si trovava in un momento climaterico, di acuta tensione politica. Come vi si era giunti? In febbraio il Partito liberale, diretto da Giovanni Malagodi, aveva tolto l’appoggio al governo di Antonio Segni, che, di conseguenza, si era dimesso. Si era aperta una crisi lunghissima e ricca di mutamenti di fronte: prima un “incarico esplorativo” al presidente della Camera Giovanni Leone, poi, dopo la rinuncia di Leone e il rifiuto di Attilio Piccioni, l’incarico era stato nuovamente affidato a Segni, il quale, vista l’impossibilità, per l’opposizione di una parte della Dc, di formare un governo che si reggesse sull’astensione dei socialisti, aveva rinunciato. Il 26 marzo Gronchi aveva affidato abbastanza inopinatamente l’incarico a un fanfaniano suo amico, Fernando Tambroni. Il Ministero presieduto da Tambroni aveva ottenuto in aprile la fiducia della Camera col voto determinante del Msi.

Tre ministri democristiani (Bo, Pastore e Sullo) e tre sottosegretari (Antonio Pecoraro, Nullo Biagi e Lorenzo Spallino) avevano immediatamente abbandonato il governo. La Direzione Dc aveva dovuto chiedere al Gabinetto Tambroni di dimettersi. Dopo un incarico a Fanfani perché tentasse di comporre un governo tripartito con l’appoggio del Psi, tentativo abortito ancora una volta per l’opposizione interna Dc, Gronchi aveva respinto le dimissioni di Tambroni, che a fine aprile aveva ottenuto anche la fiducia del Senato, sempre con i voti determinanti di monarchici e missini. La Dc aveva votato la fiducia “fino al 31 ottobre”, una fiducia “tecnica” per garantire l’approvazione del bilancio.

Situazione torbida, dunque, confusa e di tensione. Ma il casus belli era sorto con la decisione del Movimento sociale italiano di tenere il proprio Congresso nazionale a Genova. Ai cittadini del capoluogo ligure l’idea che si potessero riunire acongresso i neofascisti di Giorgio Almirante nella loro città, Medaglia d’oro della Resistenza, era parsa una intollerabile provocazione. Ed era chiaro che i missini se lo potevano permettere solo perché coperti dal governo, ben deciso a proteggerli perché determinanti della sua maggioranza.

Quasi spontaneamente erano cominciate fermate del lavoro nel porto e nelle fabbriche, poi erano scesi in corteo i docenti universitari; la protesta era estesa e capillare: si narrava che persino nei pitali dentro ai comodini delle camere da letto negli alberghi prenotati per il Congresso fosse stato scritto “via i fascisti da Genova”. E soprattutto erano scesi in piazza migliaia e migliaia di ragazzi giovanissimi, alla loro prima manifestazione: una nuova generazione in campo, che, dall’abbigliamento caratteristico, venne definita “la generazione delle magliette a strisce”. La repressione da parte della polizia era stata dura, scontri, feriti, arresti. Il 28 giugno Sandro Pertini aveva parlato in una grande manifestazione organizzata da Pci, Psi, Psdi, Pri, radicali e dalle associazioni partigiane. Il 30 giugno un grande corteo antifascista era stato violentemente bloccato dalla polizia: 38 i feriti.

A Genova si reagì proclamando lo sciopero generale, mentre la protesta si estendeva ad altre città italiane. In questo contesto si collocava la manifestazione indetta a Roma.

Così ci muovemmo, preceduti dalla corona, lungo viale Aventino. Fatti pochi passi, prima ancora di raggiungere Porta S. Paolo, cominciò il finimondo: la cavalleria, guidata da Raimondo d’Inzeo, caricò la testa del corteo, su cui si rovesciava il getto di acqua colorata degli idranti, e intervenivano le camionette della celere. La folla si disperse per i giardinetti dietro l’ufficio postale Ostiense, per le scale che salivano tra le case verso S. Saba e per le vie del vicino quartiere Testaccio. Si scatenò una vera e propria guerriglia urbana: i manifestanti si difendevano dalle cariche gettando sulla polizia tutti gli oggetti che riuscivano a trovare. Franco Rodano, Ugo Bartesaghi ed io non so come ci ritrovammo illesi e asciutti in mezzo alla confusione. Pietro Ingrao però, e un parlamentare socialista di Bologna, l’on. Gian Guido Borghese, vennero feriti dalle manganellate e furono subito portati alla Camera: entrarono sanguinanti in aula, dove avvenne un vero putiferio.

Quella decisione di portare la corona a Porta S. Paolo avrebbe avuto conseguenze di non poco conto: gli eventi di Roma – l’attacco ai parlamentari che guidavano il corteo, il ferimento di alcuni di loro – scatenarono scioperi generali e manifestazioni in tutta Italia, innescando una serie di drammatici scontri: 5 uccisi dalla polizia il 7 luglio a Reggio Emilia, 4 a Palermo e a Catania l’8 luglio. Il 9 ai funerali dei morti di Reggio Emilia parteciparono 80.000 persone. Il 19 luglio il governo Tambroni fu costretto a dimettersi. L’incarico tornò a Fanfani; si costituì un governo monocolore democristiano, che ottenne la fiducia del Senato il 3 agosto e alla Camera il 5 agosto, grazie al voto favorevole di Dc, Psdi, Pri e Pli e all’astensione di socialisti e monarchici. Votarono contro comunisti e Msi: Aldo Moro lo definì – definizione tanto contraddittoria quanto destinata a restare famosa – il “governo delle convergenze parallele”. Dopo mesi di manovre, di scontri di piazza, di morti e feriti vedeva la luce una nuova fase della politica italiana: l’astensione socialista apriva la strada al centro-sinistra, una strada, però, ancora lunga e tortuosa.

Marisa Rodano, partigiana, già deputata, senatrice e parlamentare europea

https://www.patriaindipendente.it/ultime-news/6-luglio-60-a-roma-io-cero/

vedi anche:

https://www.anpi.it/patria-indipendente/media/uploads/patria/2011/14-16_BIGI.pdf

30 giugno 2026

30 giugno 1960: la rivolta di Genova contro la provocazione fascista e del governo Tambroni




Nella primavera del 1960, l'appoggio del MSI al governo monocolore guidato dal democristiano Fernando Tambroni aveva definitivamente sancito l'ingresso dei reduci di Salò nell'area di governo, ad appena quindici anni dal termine della guerra. L'ulteriore decisione di convocare la sesta assise congressuale del partito neofascista presso il teatro Margherita di Genova, citta decorata di Medaglia d'Oro al Valor Militare per la Resistenza, fu interpretata dal movimento antifascista genovese come una vera e propria provocazione.

    Nel mese di giugno, vari appelli e manifestazioni di protesta promosse dai principali partiti antifascisti (comunista, socialista, socialdemocratico, radicale, repubblicano) dalle organizzazioni delle lavoratrici e dei lavoratori registrarono una partecipazione via via crescente. Circolava la notizia che ai lavori congressuali avrebbe preso parte Carlo Emanuele Basile, prefetto della città ai tempi della Repubblica Sociale e diretto responsabile della deportazione in Germania di centinaia di operai e antifascisti.

    Il 29 giugno la CGIL indisse per il giorno successivo uno sciopero di sei ore, in concomitanza con un vasto corteo di protesta che avrebbe attraversato la città nel primo pomeriggio. La grande manifestazione, partita da Piazza dell'Annunziata, raggiunse senza difficoltà Piazza della Vittoria, ove il segretario della Camera del Lavoro tenne un applaudito comizio. Frattanto, alcuni manifestanti che avevano cercato di raggiungere il Teatro Margherita e si erano radunati in Piazza De Ferrari furono colpiti da alcune violente cariche da parte della polizia, che aveva cercato di disperderli con gli idranti. Si scatenò allora una vera e propria guerriglia, attivamente supportata dagli abitanti dei vicini quartieri popolari e proseguita poi negli stretti caruggi del centro storico, che giunse al termine verso sera anche grazie alla mediazione dell'ANPI locale.

    Dopo aver tentato invano di spostare la sede del congresso, di fronte alla combattività del fronte antifascista genovese, il 2 luglio il segretario del MSI Arturo Michelini si vide costretto ad annullare il previsto congresso del partito. Il sentimento antifascista della popolazione di Genova aveva definitivamente trionfato.

Il 28 giugno 1960, in vista del Congresso del neofascista Movimento Sociale Italiano, programmato e autorizzato per il 30 giugno, viene indetta una manifestazione di protesta nel corso della quale il partigiano Sandro Pertini, deputato del PSI, afferma la netta opposizione al verificarsi di quel congresso e ad un governo appoggiato dai fascisti. Alla manifestazione parteciperanno circa 30.000 persone e davanti a questa platea immensa di uomini e di donne, Pertini scandisce parole come fossero pietre



“Gente del popolo, partigiani e lavoratori, genovesi di tutte le classi sociali. Le autorità romane sono particolarmente interessate e impegnate a trovare coloro che esse ritengono i sobillatori, gli iniziatori, i capi di queste manifestazioni di antifascismo. Ma non fa bisogno che quelle autorità si affannino molto: ve lo dirò io, signori, chi sono i nostri sobillatori: eccoli qui, eccoli accanto alla nostra bandiera: sono i fucilati del Turchino, della Benedicta, dell’Olivetta e di Cravasco, sono i torturati della casa dello Studente che risuona ancora delle urla strazianti delle vittime, delle grida e delle risate sadiche dei torturatori. Nella loro memoria, sospinta dallo spirito dei partigiani e dei patrioti, la folla genovese è scesa nuovamente in piazza per ripetere “no” al fascismo, per democraticamente respingere, come ne ha diritto, la provocazione e l’offesa. Io nego – e tutti voi legittimamente negate – la validità della obiezione secondo la quale il neofascismo avrebbe diritto di svolgere a Genova il suo congresso. Infatti, ogni atto, ogni manifestazione, ogni iniziativa, di quel movimento è una chiara esaltazione del fascismo e poiché il fascismo, in ogni sua forma è considerato reato dalla Carta costituzionale, l’attività dei missini si traduce in una continua e perseguibile apologia di reato. Si tratta del resto di un congresso che viene qui convocato non per discutere, ma per provocare, per contrapporre un vergognoso passato alla Resistenza, per contrapporre bestemmie ai valori politici e morali affermati dalla Resistenza. Ed è ben strano l’atteggiamento delle autorità costituite le quali, mentre hanno sequestrato due manifesti che esprimevano nobili sentimenti, non ritengono opportuno impedire la pubblicazione dei libelli neofascisti che ogni giorno trasudano il fango della apologia del trascorso regime, che insultano la Resistenza, che insultano la Libertà. Dinanzi a queste provocazioni, dinanzi a queste discriminazioni, la folla non poteva che scendere in piazza, unita nella protesta, né potevamo noi non unirci ad essa per dire no come una volta al fascismo e difendere la memoria dei nostri morti, riaffermando i valori della Resistenza. Questi valori, che resteranno finché durerà in Italia una Repubblica democratica sono: la libertà, esigenza inalienabile dello spirito umano, senza distinzione di partito, di provenienza, di fede. Poi la giustizia sociale, che completa e rafforza la libertà; l’amore di Patria, che non conosce le follie imperialistiche e le aberrazioni nazionalistiche, quell’amore di Patria che ispira la solidarietà per le Patrie altrui. La Resistenza ha voluto queste cose e questi valori, ha rialzato le glorie del nostro nuovamente libero paese dopo vent’anni di degradazione subita da coloro che ora vorrebbero riapparire alla ribalta, tracotanti come un tempo. La Resistenza ha spazzato coloro che parlando in nome della Patria, della Patria furono i terribili nemici perché l’hanno avvilita con la dittatura, l’hanno offesa trasformandola in una galera, l’hanno degradata trascinandola in una guerra suicida, l’hanno tradita vendendola allo straniero. Noi, oggi qui, riaffermiamo questi principi e questo amor di patria perché pacatamente, o signori, che siete preposti all’ordine pubblico e che bramate essere benevoli verso quelli che ho nominato poc’anzi e che guardate a noi, ai cittadini che gremiscono questa piazza, considerandoli nemici della Patria, sappiate che coloro che hanno riscattato l’Italia da ogni vergogna passata, sono stati questi lavoratori, operai e contadini e lavoratori della mente, che noi a Genova vedemmo entrare nelle galere fasciste non perché avessero rubato, o per un aumento di salario, o per la diminuzione delle ore di lavoro, ma perché intendevano battersi per la libertà del popolo italiano, e, quindi, anche per le vostre libertà.

E’ necessario ricordare che furono quegli operai, quegli intellettuali, quei contadini, quei giovani che, usciti dalle galere si lanciarono nella guerra di Liberazione, combatterono sulle montagne, sabotarono negli stabilimenti, scioperarono secondo gli ordini degli alleati, furono deportati, torturati e uccisi e morendo gridarono “Viva l’Italia”, “Viva la Libertà”. E salvarono la Patria, purificarono la sua bandiera dai simboli fascista e sabaudo, la restituirono pulita e gloriosa a tutti gli italiani. Dinanzi a costoro, dinanzi a questi cittadini che voi spesso maledite, dovreste invece inginocchiarvi, come ci si inginocchia di fronte a chi ha operato eroicamente per il bene comune. Ma perché, dopo quindici anni, dobbiamo sentirci nuovamente mobilitati per rigettare i responsabili di un passato vergognoso e doloroso, i quali tentano di tornare alla ribalta? Ci sono stati degli errori, primo di tutti la nostra generosità nei confronti degli avversari. Una generosità che ha permesso troppe cose e per la quale oggi i fascisti la fanno da padroni, giungendo a qualificare delitto l’esecuzione di Mussolini a Milano. Ebbene, neofascisti che ancora una volta state nell’ombra a sentire, io mi vanto di avere ordinato la fucilazione di Mussolini, perché io e gli altri, altro non abbiamo fatto che firmare una condanna a morte pronunciata dal popolo italiano venti anni prima. Un secondo errore fu l’avere spezzato la solidarietà tra le forze antifasciste, permettendo ai fascisti d’infiltrarsi e di riemergere nella vita nazionale, e questa frattura si è determinata in quanto la classe dirigente italiana non ha inteso applicare la Costituzione là dove essa chiaramente proibisce la ricostituzione sotto qualsiasi forma di un partito fascista ed è andata più in là, operando addirittura una discriminazione contro gli uomini della Resistenza, che è ignorata nelle scuole; tollerando un costume vergognoso come quello di cui hanno dato prova quei funzionari che si sono inurbanamente comportati davanti alla dolorosa rappresentanza dei familiari dei caduti. E’ chiaro che così facendo si va contro lo spirito cristiano che tanto si predica, contro il cristianesimo di quegli eroici preti che caddero sotto il piombo fascista, contro il fulgido esempio di Don Morosini che io incontrai in carcere a Roma, la vigilia della morte, sorridendo malgrado il martirio di giornate di tortura. Quel Don Morosini che è nella memoria di tanti cattolici, di tanti democratici, ma che Tambroni ha tradito barattando il suo sacrificio con 24 voti, sudici voti neofascisti. Si va contro coloro che hanno espresso aperta solidarietà, contro i Pastore, contro Bo, Maggio, De Bernardis, contro tutti i democratici cristiani che soffrono per la odierna situazione, che provano vergogna di un connubio inaccettabile. Oggi le provocazioni fasciste sono possibili e sono protette perché in seguito al baratto di quei 24 voti, i fascisti sono nuovamente al governo, si sentono partito di governo, si sentono nuovamente sfiorati dalla gloria del potere, mentre nessuno tra i responsabili, mostra di ricordare che se non vi fosse stata la lotta di Liberazione, l’Italia, prostrata, venduta, soggetta all’invasione, patirebbe ancora oggi delle conseguenze di una guerra infame e di una sconfitta senza attenuanti, mentre fu proprio la Resistenza a recuperare al Paese una posizione dignitosa e libera tra le nazioni. Il senso, il movente, le aspirazioni che ci spinsero alla lotta, non furono certamente la vendetta e il rancore di cui vanno cianciando i miserabili prosecutori della tradizione fascista, furono proprio il desiderio di ridare dignità alla Patria, di risollevarla dal baratro, restituendo ai cittadini la libertà. Ecco perché i partigiani, i patrioti genovesi, sospinti dalla memoria dei morti sono scesi in Piazza: sono scesi a rivendicare i valori della Resistenza, a difendere la Resistenza contro ogni oltraggio, sono scesi perché non vogliono che la loro città, medaglia d’oro della Resistenza, subisca l’oltraggio del neofascismo. Ai giovani, studenti e operai, va il nostro plauso per l’entusiasmo, la fierezza, il coraggio che hanno dimostrato. Finché esisterà una gioventù come questa nulla sarà perduto in Italia. Noi anziani ci riconosciamo in questi giovani. Alla loro età affrontavamo, qui nella nostra Liguria, le squadracce fasciste. E non vogliamo tradire, di questa fiera gioventù, le ansie, le speranze, il domani, perché tradiremmo noi stessi. Così, ancora una volta, siamo preparati alla lotta, pronti ad affrontarla con l’entusiasmo, la volontà la fede di sempre. Qui vi sono uomini di ogni fede politica e di ogni ceto sociale, spesso tra loro in contrasto, come peraltro vuole la democrazia. Ma questi uomini hanno saputo oggi, e sapranno domani, superare tutte le differenziazioni politiche per unirsi come quando l’8 settembre la Patria chiamò a raccolta i figli minori, perché la riscattassero dall’infamia fascista. A voi che ci guardate con ostilità, nulla dicono queste spontanee manifestazioni di popolo? Nulla vi dice questa improvvisa ricostituita unità delle forze della Resistenza? Essa costituisce la più valida diga contro le forze della reazione, contro ogni avventura fascista e rappresenta un monito severo per tutti. Non vi riuscì il fascismo, non vi riuscirono i nazisti, non ci riuscirete voi. Noi, in questa rinnovata unità, siamo decisi a difendere la Resistenza, ad impedire che ad essa si rechi oltraggio. Questo lo consideriamo un nostro preciso dovere: per la pace dei nostri morti, e per l’avvenire dei nostri vivi, lo compiremo fino in fondo, costi quello che costi”.

23 giugno 2026

23 giugno 1980: il giudice Mario Amato è ucciso per mano fascista


La mattina del 23 giugno 1980, mentre si trova in attesa dell'autobus che lo avrebbe portato a Piazzale Clodio presso la fermata all'incrocio tra Viale Jonio e Via Monte Rocchetta, il giudice Mario Amato è ucciso da un colpo di pistola alla nuca sparato da Gilberto Cavallini, che poco dopo fugge in motocicletta assieme al complice Ciavardini.


Nato a Palermo nel 1937, Mario Amato si trasferisce a Roma, ove svolge mansioni dirigenziali in vari ministeri per poi dedicarsi alla professione notarile. Dopo aver vinto nel 1970 il concorso in magistratura, durante il periodo di tirocinio ricopre l'incarico di uditore giudiziario, assumendo successivamente quale proprio primo incarico il ruolo di sostituto procuratore presso la Procura della Repubblica di Rovereto, a capo della quale viene posto nel 1976. Tornato nella capitale nell'estate del 1977, il giudice Amato indaga in qualità di sostituto procuratore presso la Procura della Repubblica di Roma sugli ambienti eversivi del neofascismo romano, agendo in un isolamento quasi totale e mettendo in luce i legami di importanti esponenti dei NAR e del disciolto movimento Ordine Nuovo con l'élite borghese romana e la rete di connivenza che all'interno di tali contesti li protegge e li tutela dalle indagini della magistratura, spesso più impegnata a fronteggiare il terrorismo di sinistra. Nel far ciò, si riallaccia alle indagini svolte dal giudice Vittorio Occorsio, assassinato dal militante dei NAR Pierluigi Concutelli il 10 luglio del 1976 a causa delle sue indagini sui legami tra movimenti neofascisti, logge massoniche segrete e apparati deviati dello Stato, nonché sulle rispettive responsabilità nell'ambito dell'elaborazione di quella che già al tempo venne definita "strategia della tensione". 

Amato riesce così a mettere a fuoco i legami tra i neofascisti e i componenti della nascente banda della Magliana ed intuisce i legami tra sottobosco finanziario, economico e potere pubblico, comprendendo che, nella clandestinità, i NAR si stavano organizzando in maniera non dissimile da analoghe sigle terroristiche della sinistra estrema quali le Brigate Rosse. Isolato all'interno della Procura e sottoposto addirittura agli attacchi di colleghi legati ai gruppi neofascisti, ad Amato viene persino negata la scorta, sino al tragico epilogo della sua attività in quel mattino del giugno 1980. Di lì a poco, gli stessi autori del suo assassinio si sarebbero resi responsabili della più efferata tra le stragi della storia dell'Italia repubblicana, la strage di Bologna.

Vogliamo ricordare la figura e l'opera di Mario Amato quale tenace e leale servitore dello Stato e della Costituzione antifascista, nel cui nome assolse alle proprie mansioni contribuendo in maniera decisiva all'eradicamento del terrorismo neofascista: nel suo ricordo proseguiamo la nostra battaglia quotidiana per la messa al bando delle organizzazione neofasciste nel segno dell'antifascismo.

19 giugno 2026

Primavera delle antifasciste: Marisa Musu - 27 giugno 2026 c/o il ristorante Fermentum, Via Lemonia

 


 

La sezione ANPI Nido di vespe – Cinecittà / Quadraro, nell’ambito dell’iniziativa denominata “La primavera delle antifasciste” dedicata da alcuni anni alle donne protagoniste della Resistenza, ha indetto un evento storico-culturale che ricorda l’Ottantesimo anniversario del primo voto alle donne e la figura di Marisa Musu partigiana dei GAP romani e nel dopoguerra protagonista delle lotte sociali e politiche della nostra città.
L’iniziativa doveva svolgersi nell’area del Parco degli Acquedotti in via Lemonia adiacente all’area giochi con l’adesione del VII Municipio.
La direzione dell’Ente Regionale dell’Appia Antica ha negato l’autorizzazione all’iniziativa con una serie di motivazioni pretestuose e in particolare precisando che la Direzione del Parco vieta qualsiasi evento di carattere politico all’interno del perimetro del Parco: affermazione grave perché ignora il valore dell’antifascismo e prefigura una inaccettabile sospensione del diritto costituzionale.
L’ANPI provinciale di Roma ha opposto una formale diffida e un ricorso al TAR contro tale grave decisione.
Denunciamo con forza questo grave atteggiamento discriminatorio tanto più inaccettabile in quanto opera di un soggetto istituzionale preposto alla gestione democratica di un patrimonio pubblico.
Rifiutiamo di annullare l’evento che pertanto si svolgerà nell’area di pertinenza del ristorante Fermentum sulla stessa via Lemonia sempre sabato 27 giugno 2026 dalle ore 16,30 alle ore 18,45 con la partecipazione di Marina Pierlorenzi (presidente dell’ANPI provinciale di Roma), Vittoria Tola (UDI nazionale) e Riccardo Sbordoni (assessore del VII Municipale).

14 giugno 2026

La più totale vicinanza e solidarietà a Claudia Pratelli, Assessora alla Scuola, Formazione e Lavoro di Roma Capitale



Il comitato provinciale dell'ANPI di Roma e la CGIL di Roma e Lazio esprimono la più totale vicinanza e solidarietà a Claudia Pratelli, Assessora alla Scuola, Formazione e Lavoro di Roma Capitale, da sempre al nostro fianco sulle battaglie per l’applicazione e il rispetto della nostra Costituzione.

Ha partecipato come tanti alla grande manifestazione democratica e antifascista di ieri e di questa pubblicato un video sui suoi spazi social ed è stata letteralmente presa di mira con tantissimi commenti sessisti, violenti, minacciosi, intimidatori, auguranti stupri ed altri mali.

Non ce ne stupiamo, questi sono i fascisti: persone sessiste e violente, la maggior parte delle volte vigliacche, perché agiscono solitamente al buio, in gruppo contro persone inermi, o dietro l'apparente anonimato di una tastiera. Questi sono i fascisti, altro che patrioti, difensori dei valori tradizionali italiani, sono dei meri delinquenti e come tali vanno trattati. I commenti sono stati debitamente denunciati e ci auguriamo che le autorità competenti individuino prontamente gli eroici e mitologici italioti e che si applichino nei loro confronti, severamente, le leggi della Repubblica. Ci auguriamo altresì che chi ha permesso e tollerato lo scempio di ieri, chi lo ha autorizzato in nome di una discutibilissima idea di democrazia, si ravveda e che tali offese alla Repubblica, alla Costituzione, alla Memoria non si ripetano. Applichino piuttosto le Leggi Scelba e Mancino. Da parte nostra non arretreremo di un centimetro, saremo sempre presenti e vigili contro i fascismi vecchi e nuovi e difenderemo gli spazi e le Istituzioni democratiche anche quando coloro che le ricoprono colpevolmente rimangono inermi, se non complici.

12 giugno 2026

13 giugno in piazza a difesa per i diritti e la Costituzione.

 



COMUNICATO STAMPA 
Roma, Associazioni: 13 giugno in piazza a difesa per i diritti e la Costituzione Domani, sabato 13 giugno, saremo in piazza con una grande e pacifica manifestazione che partirà dal Colosseo alle ore 15 per arrivare a piazza Vittorio Emanuele, a difesa dei diritti e della Costituzione e per dire no alla proposta razzista e xenofoba della remigrazione e alla manifestazione dell’estrema destra. Invitiamo tutte le persone e tutte le realtà che si riconoscono nella nostra Costituzione e nei valori democratici a scendere in piazza per far sentire il proprio dissenso nei confronti di chi ripropone, nei fatti, ideologie fondate sulla superiorità razziale, sull’esclusione e sull’odio, che nulla hanno a che fare con la sicurezza delle persone. Anche per queste ragioni ci aspettiamo che i rappresentanti istituzionali siano in piazza, a difesa delle persone e delle istituzioni che sono stati chiamati a rappresentare. Ribadiamo ancora una volta il nostro appello affinché nella Capitale d’Italia, Città Medaglia d’Oro per la Resistenza, non ci sia spazio per lo svolgimento di qualsiasi forma di iniziativa fondata sull’odio razziale, sulla discriminazione, sulla negazione dei diritti e in aperto contrasto con i valori della Costituzione e della democrazia.
Amnesty Roma, ANPI provinciale Roma, Anppia Roma, Arci Roma, Articolo 21, Auser Lazio, Aurelio In Comune, Carteinregola, Cgil Roma e Lazio, Emergency, Europa Verde- Verdi Roma e Provincia, Giovani Democratici di Roma, Giuristi Democratici, Libera Lazio, M5S Roma, Nonna Roma, Opera Nomadi, Partito Democratico di Roma, PCI Roma, Rete degli Studenti Medi del Lazio, Rete degli Studenti Medi di Roma, Rete dei Numeri Pari, Rete Nobavaglio - liberi di essere informati,Rifondazione Comunista Roma, Sinistra Civica Ecologista, Sinistra Italiana Lazio, Sinistra Italiana Roma Area Metropolitana, Stermini Dimenticati, Sunia di Roma, Unione degli Universitari di Roma

10 giugno 2026

10 giugno 1924: l'assassinio di Giacomo Matteotti

Poco dopo le ore 16 di martedì 10 giugno 1924, il deputato socialista Giacomo Matteotti esce dal portone della propria abitazione di Via Giuseppe Pisanelli e si incammina a piedi verso Montecitorio. Alcuni giorni prima, il 30 maggio, aveva pubblicamente denunciato alla Camera i brogli elettorali compiuti dai fascisti in occasione delle elezioni del 6 aprile di quell'anno, attirando su di sé numerose minacce.

Giunto sul Lungotevere Arnaldo da Brescia, da dove ha intenzione di proseguire verso il centro per poi tagliare verso Montecitorio, Matteotti è aggredito da tre uomini usciti da un'elegante Lancia Lambda posteggiata poco più avanti. Al volante c'è un uomo che li aspetta. L'automobile appartiene a Filippo Filippelli, direttore del giornale filofascista "Il Corriere Italiano" , mentre i quattro uomini appartengono alla polizia politica fascista: sono Amerigo Dumini, Albino Volpi, Giuseppe Viola, Augusto Malachia e Amleto Poveromo. Loro diretti superiori sono il capo ufficio stampa della Presidenza del Consiglio Cesare Rossi e il segretario amministrativo del Partito Nazionale Fascista Cesare Rossi; mandante del delitto è lo stesso Mussolini, che in un celebre discorso del 3 gennaio 1925 assunse la responsabilità politica del fatto.

Pur riuscendo ad atterrare uno degli aggressori, Matteotti è caricato a forza nel retro della macchina, che parte in direzione della Via Flaminia. Durante la colluttazione sviluppatasi all'interno del veicolo, Matteotti riesce a lanciare fuori dal finestrino il proprio tesserino di deputato, ma viene ferito da un violento colpo di pugnale sotto l'ascella, all'altezza del cuore, e muore di agonia dopo poche ore. Dopo aver lungamente girovagato per la campagna romana, i quattro seppelliscono il corpo di Matteotti nella Macchia della Pratarella, non lontano dall'abitato di Riano. Il suo corpo verrà rinvenuto soltanto il successivo 16 agosto.

09 giugno 2026

9 giugno 1937: i fratelli Rosselli sono assassinati dalla Cagoule francese

Nati rispettivamente il 16 novembre 1899 e il 29 novembre 1900, Carlo e Nello Rosselli ricevettero dalla loro madre, la veneziana Amelia Pincherle, un'educazione improntata ai valori familiari della tradizione democratica, liberale e mazziniana. Trasferitisi a Firenze nel 1903 a seguito della separazione della madre dal marito Giuseppe Emanuele, presero parte alla Grande Guerra, ove trovò la morte il fratello maggiore Aldo.

Nel fervido clima culturale della Firenze del primo dopoguerra, i fratelli Rosselli si legano a Gateano Salvemini, sotto la cui supervisione Nello si dedica alla ricerca storica laurendosi in Filosofia e Filologia nel 1923 con una tesi sugli ultimi anni della vita di Mazzini; parallelamente Carlo, colpito dalla scoperta dell'Italia proletaria nelle trincee della Grande Guerra, si laurea in Scienze politiche nel 1921 per poi perfezionare la propria formazione con la laurea in Legge conseguita a Siena nel 1923. L'anno successivo è assistente di Luigi Einaudi nel corso di Economia politica alla Bocconi di Milano. è lo stesso periodo in cui a Firenze imperversano le squadracce fasciste, i cui scontri con gli ardimentosi esponenti dell'antifascismo locale spingono i fratelli Rosselli a passare all'azione. Nel giugno del 1924 danno vita all'associazione clandestina "Italia Libera", cui aderirono personaggi che in seguito rivestirono un ruolo di primo piano nella Resistenza quali Nello Traquandi e Nello Niccoli, oltre ai quali va ricordato anche Ernesto Rossi; nel gennaio 1925 viene dato alle stampe il primo numero di "Non mollare", il primo foglio di stampa clandestina del movimento antifascista italiano. Frattanto, Carlo aderisce al Partito Socialista Unitario.

Nel dicembre 1926 Carlo organizza, insieme a Ferruccio Parri, Sandro Pertini, Riccardo Bauer e Umberto Ceva, l’espatrio di Filippo Turati; di conseguenza viene condannato a dieci mesi di carcere, e nel settembre 1927 a cinque anni di confino nell’isola di Lipari, dove viene trasferito in dicembre. Nel luglio 1929 fugge da Lipari in motoscafo insieme a Emilio Lussu e Francesco Fausto Nitti, e giunge a Parigi, dove fonda il periodico "Giustizia e libertà". Nello, arrestato in quanto aderente all'Unione Nazionale di Giovanni Amendola, è tratto in arresto e rilasciato più volte: raggiunge più volte il fratello nell'esilio parigino, ed è al suo fianco durante la Guerra di Spagna, ove i due si distinguono al comando di diverse formazioni repubblicane. Celebre la frase «Oggi qui, domani in Italia», pronunciata da Carlo durante un discorso pronunciato ai microfoni di Radio Barcellona il 13 novembre 1936 in cui s'invitavano i volontari italiani ad accorrere in soccorso del legittimo governo repubblicano.

Il 9 giugno 1937, mentre i due fratelli si trovano nella località termale di Bagnoles-de-l'Orne, in Normandia, ove Carlo sta curando i postumi di una grave flebite, vengono raggiunti dai sicari della Cagoule, un'organizzazione fascista francese che agisce dietro incarico del regime fascista italiano, e assassinati a pugnalate su un'isolata strada di campagna.

Sulla loro tomba nel cimitero di Trespiano, vicino Firenze, ove le loro spoglie riposano nel sacrario di Giustizia e Libertà assieme a quelle di Enrico Bocci, Nello Traquandi, Ernesto Rossi e Gaetano Salvemini, Pietro Calamandrei fece incidere l'epitaffio:

𝐺𝑖𝑢𝑠𝑡𝑖𝑧𝑖𝑎 𝑒 𝑙𝑖𝑏𝑒𝑟𝑡𝑎̀: 𝑝𝑒𝑟 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑚𝑜𝑟𝑖𝑟𝑜𝑛𝑜, 𝑝𝑒𝑟 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑣𝑖𝑣𝑜𝑛𝑜

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Ripudia intolleranza, razzismo e antisemitismo.
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