15 ottobre 2021

16 ottobre 1943: La deportazione degli ebrei di Roma

 La "soluzione finale" per gli ebrei romani arriva il 24 settembre 1943 con l'ordine da Berlino di "trasferire in Germania" e "liquidare" tutti gli ebrei "mediante un'azione di sorpresa". Il telegramma riservatissimo è indirizzato al tenente colonnello Herbert Kappler, comandante delle SS a Roma. Nonostante il colpo delle leggi razziali, gli ebrei a Roma non si aspettano quello che sta per accadere: Roma è "città aperta", e poi c'è il Papa, sotto l'ombra della cupola di San Pietro i tedeschi non oserebbero ricorrere alla violenza. Le notizie sul destino degli ebrei in Germania e nell'Europa dell'Est sono ancora scarse e imprecise. Inoltre, la richiesta fatta il 26 settembre da Kappler alla comunità ebraica di consegnare 50 chili d'oro, pena la deportazione di 200 persone, illude gli ebrei romani che tutto quello che i tedeschi vogliono sia un riscatto in oro. Oro che con enormi difficoltà la comunità riesce a mettere insieme e consegnare due giorni dopo in Via Tasso, nella certezza che i tedeschi saranno di parola e che nessun atto di violenza verrà compiuto. Nelle stesse ore le SS, con l'ausilio degli elenchi dei nominativi degli ebrei forniti dall'Ufficio Demografia e Razza del Ministero dell'Interno, stanno già organizzando il blitz del 16 ottobre.


Le persone rastrellate vengono caricate su camion

C'è una lapide sulla facciata della Biblioteca di Archeologia e Storia dell'Arte a Via del Portico d'Ottavia, quasi di fronte alla Sinagoga. Ricorda che "qui ebbe inizio la spietata caccia agli ebrei". Qui, in un'alba di 56 anni fa, si radunarono i camion e i soldati addetti alla "Judenoperation" nell'area del ghetto, dove ancora abitavano molti ebrei romani. Il centro della storia e della cultura ebraiche a Roma stava per vivere il suo giorno più atroce. «Era sabato mattina, festa del Succot, il cielo era di piombo. I nazisti bussarono alle porte, portavano un bigliettino dattiloscritto. Un ordine per tutti gli ebrei del Ghetto: dovete essere pronti in 20 minuti, portare cibo per 8 giorni, soldi e preziosi, via anche i malati, nel campo dove vi porteranno c’è un’infermeria», così Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma, ha ricordato  quella mattina del 16 ottobre 1943.

Rapporto di Kappler sull'arresto e la deportazione degli ebrei romani


Il 15 ottobre del 1924 nasceva a Roma il partigiano combattente Ferdinando De Leoni.

Partigiano combattente sulla linea gotica, già presidente dell'ANPI provinciale di Roma fino al 2001 e membro della presidenza nazionale ANPI.



Ferdinando dei Leoni nato a Roma il 15 ottobre 1924, studente del liceo Tasso a Roma entra nel Partito d'Azione clandestino appena costituitosi nel luglio del 1942.

Dopo l'8 settembre a Porta San Paolo, arrestato a Roma dalla Polizia Africa Italiana (P.A.I.) alla fine del novembre 1943 e rinchiuso verso la metà di dicembre al Forte Pietralata a Roma, con l'accusa di renitenza alla leva, ribellione e cospirazione. E ‘condannato a morte. Evaso il 23 gennaio del 1944 in concomitanza con lo sbarco di truppe alleate ad Anzio. In clandestinità fino al 19 marzo dello stesso anno, quando in corso di trasferimento di alloggio viene fermato da una pattuglia tedesca. È condotto a Firenze. Da quella località (caserma di Scandicci) centinaia di giovani lì concentrati, moltissimi romani, vengono tradotti in Germania per costruire l'esercito repubblichino.
Invece, insieme ad altri venti, venticinque romani viene condotto a La Spezia per formare un presidio dell’esercito. Alloggiato nell'ex Ospedale militare marittimo in Via dell’Arsenale, vuoto ed abbandonato dall'8 settembre del 1943.
Il presidio è costituito da: due ufficiali Alberto Maurizio e Gaetano Falciola, il sergente Sante Ruggeri; 20 25 giovani romani. Ferdinando prende contatto con la Resistenza a Bolano, (incontra Vero del Carpio “Boia”, segretario provinciale del partito d'azione di La Spezia) si fa riconoscere ed è incaricato di organizzare la diserzione del reparto dei soldati ufficiali dell'esercito della Repubblica Sociale Italiana, dov'era stato forzatamente inserito, impossessarsi delle armi e delle munizioni e della cassaforte del reparto stesso.
Si confida con Alberto Moizo, sottotenente nel reparto militare, lo convince, diventano amici e lo resteranno per sempre.
Svolge opera di propaganda tra gli altri componenti del reparto militare.
Tutto è pronto per la fine di maggio. Si ammala viene ricoverato per più di un mese al senatorio di Filettino, ospedale di La Spezia fuori della città. Esce ai primi di luglio, Alberto Moizo gli dà carta bianca, lui penserà solo a convincere l'altro ufficiale Gaetano Falciola. Prende contatto con una cellula del P.C.I. della Spezia la guida un certo Orazio Montefiore, prendono un appuntamento presso la stazione ferroviaria di La Spezia, avvisa il distaccamento composto da 10 uomini a Levanto. Si reca al carcere di Migliarina a La Spezia e convince altri 10 uomini custodi di servizio, libera tutti i detenuti (tutti politici e quasi tutti jugoslavi e ucraini due russi due jugoslavi). L'evasione si concretizza con l'adesione di due ufficiali, un sergente 25 uomini e le forniture costituite da armi e munizioni. Dalla Spezia guidati da un componente della cellula del partito comunista sono portati in prossimità di Ponzanello di Fosdinovo, sul lato orientale di Monte Grosso nella formazione Garibaldi comandata da Bruno Caleo detto “Fiume” e successivamente nella Brigata “Falco” di Giustizia e Libertà, comandata da Alfredo Contri, nella Bassa Lunigiana ai Campacci sopra Tenerano.
Poi, dopo il rastrellamento nazi-fascista del 24 Agosto 1944, si inserisce nella ricostituita Brigata “II Carrara”, sempre comandata da Alfredo Contri con la sede del comando di Brigata a Castelpoggio di Carrara e che lungo il crinale della “Spolverina” copriva il territorio fino a Pulica di Fosdinovo e alla Valle della Pesciola.
Dopo il rastrellamento nazi-fascista del 29 e 30 novembre 1944 passa il fronte alla metà del mese di Dicembre e dopo un periodo di detenzione a Napoli nei campi Americani torna a Roma.
A Roma svolge un’intensa attività politica e di organizzazione dell’ANPI romana, diventando Presidente del Comitato provinciale di Roma.
Continua, per tutta la vita, una costante, tenace ed appassionata militanza in tutta Italia per i diritti umani e per i valori della resistenza, nell’ANPI ed in ogni ambito della sua vita. Si prodiga per i giovani e per la trasmissione della Memoria, un maestro amato da moltissimi giovani. Ci ha lasciato il 14 novembre 2011
Accolto nel Giardino dei giusti nel 2012




10 ottobre 2021

Solidarietà al personale sanitario, agli agenti di pubblica sicurezza e ai giornalisti vittime della violenza fascista


Il comitato provinciale dell’ANPI di Roma esprime solidarietà al personale sanitario e agli agenti di pubblica sicurezza rimasti feriti dagli assalitori dell’ospedale Umberto I di Roma, che volevano “liberare” un loro sodale lì ricoverato in stato di fermo dopo i disordini che hanno caratterizzato la bruttissima giornata di ieri. Condanna l’accaduto in quanto atto di estrema gravità, che colpisce un luogo pubblico destinato a garantire la salute delle persone e devastato senza riguardo alcuno.

Esprime altresì la più grande solidarietà ai giornalisti minacciati con un badile in Via del Corso da violenti che lì stavano erigendo barricate.

Abbiamo più volte denunciato come le manifestazioni novax fossero pericolosamente infiltrate dai fascisti, ieri anche i più “scettici” hanno dovuto ricredersi. Apprendiamo che sono stati operati 12 arresti, tra i quali figurano i dirigenti di Forza Nuova Fiore e Castellino. Siano individuati tutti i responsabili di reati contro le persone, le cose, le Istituzioni, le strutture sindacali e ospedaliere e, non ci stancheremo mai di ribadire, siano sciolte tutte le organizzazioni fasciste.



Enrico Michetti sulla Shoah. L'ANPI provinciale di Roma condanna le indegne frasi pronunciate dal candidato sindaco di Roma

Il comitato provinciale dell’ANPI di Roma esprime la più ferma condanna delle indegne frasi sulla Shoah pronunciate dal candidato sindaco di Roma Enrico Michetti, secondo cui si commemora la Shoah più di altre tragedie solo perché quello ebraico è un popolo di banchieri. 
Esse rilanciano le criminali falsità già diffuse da secoli, raccolte ed esaltate dal nazifascismo a giustificazione della persecuzione e poi dello sterminio di milioni di persone innocenti.
Gravissime le repliche del direttore di Radio Radio, che raccolse il suo intervento, per giustificare Michetti, perché confermano che la mala pianta del fascismo deve ancora essere estirpata. Accostare i crimini fascisti, e la Shoah, al dramma delle foibe è infatti ancora propaganda neofascista, che deforma e distorce la Storia solo per presentarsi come vittima, quando il fascismo fu solo carnefice.
Mai più fascismo!
Ora e sempre Resistenza!



 

09 ottobre 2021

Assalto fascista alla sede della CGIL Nazionale. Dura condanna dell'ANPI provinciale di Roma e solidarietà alla CGIL

Già abbiamo visto in tempi non troppo remoti gli assalti fascisti alle sedi dei partiti, dei sindacati, dei giornali democratici ed è assolutamente intollerabile che tali efferate azioni si ripetano come se nulla fosse. 

Nell’esprimere la più totale solidarietà alla CGIL, alla quale ci stringiamo, chiediamo che vengano immediatamente sciolte, senza se e senza ma, tutte le organizzazioni che si rifanno al fascismo che è, se ancora non fosse chiaro, un crimine!



03 ottobre 2021

7 ottobre 1943 - 7 ottobre 2021: Omaggio ai Carabinieri romani deportati nei lager nazisti e al contributo dell'Arma alla Guerra di Liberazione e alla Resistenza


 



4 ottobre 2021: Roma con Mimmo Lucano. Presidio in solidarietà

 


Lunedì 4 ottobre 2021 - ore 17.00

ROMA CON MIMMO LUCANO! PRESIDIO IN SOLIDARIETÀ A PIAZZALE ALDO MORO

La condanna in primo grado dell’ex Sindaco di Riace, Mimmo Lucano, a 13 anni e 2 mesi, quasi il doppio della pena richiesta dell’accusa, è incomprensibile.

Una sentenza inaudita, senza equilibrio, di cui vorremo leggere nel dettaglio le motivazioni.

Consideriamo, di fatto, questa pronuncia come un preoccupante tentativo di intimidazione contro una persona e contro quelle Amministrazioni locali

che con più coraggio si cimentano nell'accoglienza e, soprattutto, nell'integrazione reale delle persone, perché hanno interpretato a vantaggio dei richiedenti asilo e dei più sfortunatati i limiti di leggi sbagliate ed ingiuste.

Questa appare la "colpa" di Lucano.

Ed è innanzitutto l'umanità, il sentimento di aiuto e vicinanza e fiducia verso il prossimo, che rischiano di essere profondamente feriti da questa sentenza.

Vogliamo ribadire la nostra solidarietà e vicinanza umana e politica a Mimmo Lucano, un uomo giusto che ha sempre agito per il bene degli altri.

Ci mobilitiamo a Roma a Piazzale Aldo Moro lunedi 4 ottobre dalle ore 17 per rendere visibile la voce di quella parte d'Italia che non si arrende alla criminalizzazione della solidarietà, dell'accoglienza e dell'umanità.

A Piazzale Aldo Moro ci incroceremo con il presidio lanciato nella stessa piazza dalle reti studentesche

https://www.facebook.com/events/399201794914564

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L'evento è aperto a tutti/e i cittadini e le cittadine, le associazioni, organizzazioni, collettivi, comitati che si riconoscono nei valori dell'antirazzismo, dell'anticolonialismo e della solidarietà.

Per aderire e essere inseriti tra gli organizzatori è possibile scrivere a

romaxmimmolucano@gmail.com

o segnalate adesione con post su questo evento

Promuovono:

ANPI Roma

ARCI Roma

CGIL Roma e Lazio

FORUM TERZO SETTORE Lazio

Adesioni:

LIBERA Roma

Nonna Roma

ANPI Colleferro

Csa Astra

Lab Puzzle

Csa Brancaleone

Csoa la Strada

Villetta social Lab

Casetta Rossa

Cara Garbatella

Action

Spin time labs

Mediterranea Roma

Csoa Spartaco

Cinecittà Bene Comune

Solid Roma

Ass. Enrico Berlinguer

Collettivo politico Galeano

Scomodo

Focus - Casa dei diritti sociali

Avo

Nessun luogo è lontano

Associazione Genitori Di Donato

Corviale domani

Associazione Aurora

Associazione Parsec

Parsec agricolture

Cooperativa Magliana 80

Fonte di Ismaele

Federconsumatori Roma-Lazio

Calcio Sociale

Confederazione delle Sinistre Italiane

Comitato Possibile Roma

Sinistra Civica Ecologista

Roma Futura

K_alma Falegnameria sociale

Roma Best Practices Award

Mamma Roma e i suoi figli minori

Conferenza Regionale del Volontariato Lazio

Gruppo Palade

Centro Interculturale Cielo Azzurro

ANPPIA Roma

NIBI: Neri Italiani - Black Italians

Giuristi Democratici - Sezione di Roma "Gianni Ferrara"

Animali Celesti Teatro d'Arte civile

Progetto Amunì

Ultimi 2 non di Roma

Suq Genova Festival e Teatro

Bianco e nero e a colori

Probono onlus 

26 settembre 2021

In ricordo di Lucia Ottobrini, scomparsa sei anni fa

Sei anni fa, il 26 settembre del 2015, moriva Lucia Ottobrini, Partigiana combattente, tra le figure più rappresentative della Resistenza romana. Decorata con medaglia d’argento al valore militare.

 


LA PARTIGIANA PIÙ ODIATA DA KAPPLER

Nata a Roma il 2 ottobre del 1924, seconda di nove figli, Lucia Ottobrini è vissuta a Mulhouse in Alsazia fino all’età di 15 anni, città dove i genitori si erano trasferiti quando lei aveva ancora cinque mesi.

I bisnonni materni si erano insediati nella industriale e ricca città alsaziana alla fine dell’Ottocento e lì avevano impiantato una solida attività commerciale. A Mulhouse Lucia è cresciuta a contatto con un ambiente socialmente povero, formato perlopiù da minatori e operai, che le ha consentito di conoscere lo sfruttamento, la miseria, le ingiustizie. Tuttavia, era un ambiente cosmopolita e multietnico, dove convivevano la cultura e la religione ebraica, protestante e cattolica. In un clima di tolleranza religiosa e di solidi legami affettivi, la cattolica Lucia si è fortemente legata all’ambiente ebraico: «La mia migliore compagna di scuola era polacca, e per qualche tempo frequentai un doposcuola ebraico. Un giorno il rabbino mi pose la mano sul capo e mi benedisse. Non ho mai dimenticato quel gesto, da allora ho sempre amato gli ebrei, la loro dolcezza e saggezza» (Partigiani a Roma). Il padre Francesco faceva il carpentiere e la madre, Domenica De Nicola, apparteneva a un’agiata e numerosa famiglia di commercianti, per cui la famiglia Ottobrini conduceva una vita più che dignitosa. Poi con l’occupazione dell’Alsazia da parte dell’esercito tedesco, nove persone della famiglia di origine ebraica vennero prelevate e deportate nei campi di sterminio dove hanno trovato la morte. Auschwitz entrò con violenza nella vita di Lucia lacerando il suo vissuto di adolescente: tutto un mondo di legami affettivi familiari, di amicizie, di studi, crollava improvvisamente e irreparabilmente e nella sua mente rimarrà scolpito il ricordo dei simboli delle SS naziste. La scelta antifascista di Lucia poteva ormai dirsi compiuta e definitiva. La guerra a caccia dell'ebreo oltre ad aver smembrato la famiglia la ridussero in povertà, e i coniugi Ottobrini, con al seguito ben nove figli, decisero nel ’40 di rientrare a Roma dove venne loro assegnata una casa popolare nella borgata di Primavalle, da poco costruita dal regime fascista per dare un alloggio a molti degli sfrattati in seguito agli sventramenti del centro storico. Nella remota borgata romana Lucia conosce la fame e la miseria vere e per aiutare la famiglia si impiega all’Ufficio Valori del Tesoro. Per la famiglia Ottobrini sono anni terribili: ora Lucia, che aveva già sperimentato la ferocia nazista, poteva toccare con mano i risultati delle leggi razziali e della guerra volute dal fascismo.




Improvvisamente uno spiraglio: nel gennaio del ’43 conosce Mario Fiorentini, «una fiammata che non si è mai spenta né attenuata», e finalmente Lucia può entrare in contatto con l’ambiente intellettuale e antifascista romano. Per lei, così giovane e sensibile alle ingiustizie, è l’inizio di un importante impegno politico e culturale. Insieme a Laura Lombardo Radice ottiene il suo primo incarico politico nella raccolta di materiale per i detenuti e, contemporaneamente, insieme a Mario, si dedica al teatro civile con i migliori attori e registi della nuova generazione. Lucia ricorda questi primi mesi del ’43 come un periodo felice: «Quello fu un periodo splendido, Mario e Plinio De Martiis avevano formato una compagnia teatrale che doveva far conoscere gli “autori classici del teatro di prosa al popolo, evitando le rappresentazioni degli autori cosiddetti borghesi”. Ciò doveva avvenire nei cinema di periferia, in modo da raggiungere un pubblico popolare fino ad allora escluso dal teatro. Iniziammo dal cinema Mazzini ma avemmo subito delle difficoltà finanziarie; né il proletariato né il ceto medio corse ai nostri spettacoli. Attori e registi si ridussero la paga e qualcuno rinunciò. Facemmo una sola rappresentazione al Teatro delle Arti. Avevamo progettato che Gassmann saltasse sopra un tavolo e cantasse l’Internazionale in francese. I registi della nostra compagnia erano Luigi Squarzina, Adolfo Celi, Gerardo Guerrieri, Vito Pandolfi, Mario Landi, gli attori erano Gassman, (stupendo per la sua classe, il suo ardore, la sua cultura), Lea Padovani... e tanti altri. Ho dimenticato molti nomi, ma erano tutti giovani, entusiasti ed antifascisti» (Partigiani a Roma)

Braccati dalle SS e dalla banda fascista del tenente Pietro Koch, sono rimasti sempre insieme, mano nella mano. Giovani generosi e pieni di prospettive, innamorati ma costantemente in bilico tra la vita e la morte, hanno accettato la terribile idea di poter morire in uno scontro armato. Roma, dominata da un sentimento di paura che effondeva un cupo grigiore, custodiva come un bene prezioso per l’avvenire e il loro amore e il loro sguardo sorridente e fiducioso. Lucia Ottobrini nel maggio del ’44 operava come partigiana, insieme a Mario Fiorentini, sulla via Tiburtina, nella zona di Tivoli.

La guerriglia dei GAP Centrali, dopo la battaglia di via Rasella, la successiva delazione di Guglielmo Blasi, che fece arrestare quasi al completo la rete dei gappisti di Carlo Salinari e Franco Calamandrei, e la pressione anglo-americana sul fronte di Anzio, era ormai terminata. Così alcuni gappisti vennero inviati dal comando regionale sulle principali vie consolari con l’ordine di attaccare l’esercito tedesco in ritirata verso Nord. Lo scopo di questa diversa dislocazione dei gappisti sul campo di battaglia era quello di formare e guidare nuove formazioni partigiane per cooperare all’avanzata dell’esercito Alleato in direzione di Roma. Abituati a combattere la guerriglia urbana in una città a loro familiare con azioni fulminee e immediata ritirata nei nascondigli situati nei palazzi del centro storico, ora i gappisti combattevano in un territorio a loro sconosciuto in una guerra di montagna a cui non erano stati addestrati.

Costretti a ripararsi in rifugi improvvisati come grotte o casolari abbandonati dai contadini dopo i bombardamenti, con scarsi rifornimenti alimentari, dotati di un armamento leggero non adeguato per attaccare intere colonne di militari tedeschi che si aprivano la strada con i carri armati, i gappisti continuavano comunque la guerra contro i nazifascisti.

Da Castel Madama a Tivoli, spesso Lucia costeggiando la Via Empolitana si recava a piedi a Roma per mantenere i contatti con il comando regionale, o per trasportare delle armi. Chilometri e chilometri attraverso la campagna romana percorsi da sola con pesanti carichi, spesso mitragliata dagli aerei alleati e costretta a ripararsi tra i solchi naturali del terreno o a dover sfuggire terrorizzata ai bombardamenti. Erano per lei momenti di disperante abbandono che superava aggrappandosi all’idea che presto tutto sarebbe finito.

Paure e fatiche che con il passare degli anni si trasformeranno in incubi: «Ancora oggi durante le sere di maggio, quando il cielo è sereno mi sembra di risentire il rombo dei bombardieri» (Cesare De Simone). Quando partiva in missione, il momento del distacco da Mario era sempre penoso, aggiungeva apprensione alla stanchezza fisica accumulata nei mesi di guerra. Poi l’ansiosa attesa del ritorno, la speranza di riabbracciarsi ancora una volta per continuare una storia d’amore che caparbiamente si opponeva ai simboli di morte delle divise dei nazifascisti, alle distruzioni della guerra, al dolore per il sangue versato da tanti giovani compagni di lotta, a cui si aggiungeva il dolore non meno intenso per la morte procurata ad altri giovani anche se nemici. In una di quelle missioni un giorno Lucia incrociò a distanza una colonna di tedeschi che cantavano «Una volta scoppiai in lacrime quando sentii dei giovanissimi soldati che cantavano un nostalgico “Andiamo a casa, dove staremo bene” nella loro lingua, che io parlavo e capivo. Era un inno che avevo sentito cantare in Alsazia» (Partigiani a Roma). Quel canto in tedesco le risvegliò improvvisamente un’antica nostalgia per la Francia solo momentaneamente assopita dalla tensione e dalla stanchezza.

In Alsazia aveva lasciato i suoi gioiosi ricordi di bambina e adolescente, gli amici, gli ebrei che l’avevano educata alla tolleranza, i minatori piegati dalla stanchezza che morivano per un salario di fame quando non si suicidavano per la disperazione. Quel canto le risvegliò la pietas che aveva dovuto allontanare da sé con violenza durante i mesi di guerra. Una parentesi, ma pur sempre lunga per una ragazza animata da un forte cristianesimo, in cui le era stato impossibile portare con sé il Vangelo mentre impugnava la pistola. Una sorta di sdoppiamento della personalità doloroso quanto necessario, vissuto al tempo stesso come una violenta costrizione e come una liberazione, che turberà non poco i pensieri di Lucia negli anni a venire. Di quei drammatici momenti in cui doveva dimenticare il suo Gesù rimane la lapidaria riflessione di Lucia stessa: «Durante la resistenza pensavo: è come se trasgredissi, mi vergognavo di rivolgermi a Lui. È stato un periodo diverso. Se ci ripenso dico, ma che stranezza, ma ero proprio io questa?» (Alessandro Portelli). E ancora ricorda lo sdoppiamento vissuto in una intervista rilasciata a Cesare De Simone: «Una volta, insieme a Mario, Sasà e Carla andiamo a fare un’azione in via Veneto. Era inverno. Verso le sette di sera. Pioveva. Il nostro obiettivo era un ufficiale nazista. Camminava per la strada da solo scendendo verso piazza Barberini. Era bello, elegante nella sua divisa di pelle nera. Avanzava felice e baldanzoso con una borsa in mano. Forse era appena arrivato a Roma ed era contento. Ci avviciniamo armati di pistola. Tutti e quattro. Per primi premiamo il grilletto io e Mario. Le nostre armi, succedeva spesso, non funzionano. Intervengono Sasà e Carla. Sparano. Il nazista, ferito a morte, si mette a urlare. Tutte le finestre si aprono. Poi i battenti si richiudono in fretta mentre noi ci mischiavamo tra la gente. Se ci ripenso risento ancora le parole di quell’uomo che chiedeva aiuto, disperato. Una cosa tremenda. Signore benedetto! Con gli anni me lo sono chiesta tante volte. Ma ero io quella che sparava a sangue freddo? Che lasciava che un uomo, anche se un nemico, un tedesco, morisse per la strada sotto la pioggia? Spesso mi sento come se la Lucia di quegli anni fosse stata un’altra. E invece no, quella ero io. E il coraggio per fare certe cose si doveva avere per forza». In uno di quei viaggi, Lucia arrivò a Roma più provata del solito e con i piedi sanguinanti. Antonello Trombadori, fondatore e comandante dei GAP, prese un catino d’acqua, si inginocchiò, le lavò i piedi e le medicò le ferite.

Come in un dipinto del Caravaggio, quei corpi segnati dalla sofferenza trovarono un momento di sollievo in un silenzio spirituale che ricomponeva lo strazio dei nove tragici mesi dell’occupazione nazista. Il dolore per le morti subite e provocate veniva lavato e curato mentre su Roma sorgeva nuovamente il sole.

Il 5 giugno ’44 l’esercito tedesco lasciava Roma e al suo seguito se ne andavano verso Nord anche le bande di fascisti che avevano insanguinato la città.

Di nuovo Mario poteva aprire su Roma il suo sorriso e Lucia con i suoi dolci occhi neri riabbracciare la vita.



http://anpi.it/media/uploads/patria/2013/profilo_ottobrini_Sestili_feb_2013.pdf


La primavera delle antifasciste: Lucia Ottobrini. Ricordo organizzato dalla sezione ANPI di Montespaccato il 18 aprile 2021


altri articoli e interviste:

http://www.anpi.it/donne-e-uomini/346/lucia-ottobrini

https://it.wikipedia.org/wiki/Lucia_Ottobrini

http://politicafemminile-italia.blogspot.it/2015/09/lucia-ottobrini-lei-e-la-vedova-del.html

http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2015/04/22/25-aprile-mario-e-lucia-amore-e-guerra-ai-tempi-della-resistenza_a8b95f8d-5a82-4fb2-a939-4c38e17bf5af.html

http://www.patriaindipendente.it/persone-e-luoghi/servizi/fra-vita-quotidiana-e-dimensione-della-storia-i-gap-romani/

http://www.anppia.it/news/2015/09/28/addio-a-lucia-ottobrini-una-vera-antifascista/

http://stampacritica.org/2016/09/30/lettera-aperta-lucia-ottobrini/

21 settembre 2021

A Subiaco la candidata consigliere Miaci si ispira a Goebbels. Dura condanna dell'ANPI provinciale di Roma e della sezione ANPI di Subiaco

Francesca Miaci, candidata a Subiaco (RM) nella lista "Sguardo al futuro" per Berteletti sindaco, sul suo profilo facebook cita una frase di Goebbels per rendere chiara la sua ascendenza nazista (salvo poi cancellare il post quando qualcuno le avrà fatto notare "l'inopportunità" del gesto).

Non può essere uno scivolone, anche un analfabeta funzionale o di ritorno in cerca di aforismi su google avrebbe capito l'enormità e la gravità nello scegliere tale "autore". La frase di per sé è sincera e rivelatrice: "per la politica il carattere conta più dell'intelligenza", infatti di intelligenza la Miaci ne ha dimostrata ben poca.

Goebbels, numero 2 del nazismo, responsabile della propaganda del regime, epuratore della cultura, promotore della più violenta propaganda dei miti razzisti, autore di falsi, organizzatore di roghi di libri e di innumerevoli altre nefandezze, successore di Hitler (per un paio di giorni) e assassino dei propri figli. Francesca Miaci ha assunto tale personaggio come ispiratore della propria "carriera" politica. Altro che "sguardo al futuro".

Il comitato provinciale dell'ANPI di Roma, con la sezione ANPI di Subiaco "Giulio Valente" chiede che il candidato sindaco della città Matteo Berteletti prenda pubblicamente le distanze da tale personaggio e chiede alle autorità competenti di applicare le leggi Scelba e Mancino.




20 settembre 2021

L'ANPI di Roma sui candidati fascisti nelle liste per Michetti sindaco

Apprendiamo che nelle liste che appoggiano la candidatura di Michetti a sindaco di Roma Capitale ci sono almeno 3 candidati nei municipi che provengono da Casa Pound (Simone Montagna, Alessandro Aguzzetti e Alessandro Calvo) organizzazione che si richiama direttamente al fascismo e che si autodefinisce "fascista del 3° millennio", quindi palesemente fuori dall'arco costituzionale e delle leggi della Repubblica. Nessuno dei tre risulta aver abiurato il fascismo. Tra i candidati c'è pure tal Milo Mancini, che porta tatuate sul corpo aquile, fasci littori e ritratti di mussolini. Il candidato sindaco Michetti ha dichiarato che non è dermatologo e che non può controllare tutti i candidati, i quali devono rispettare la Costituzione, ma evidentemente non ha capacità alcuna di controllare effettivamente che lo facciano. Ci chiediamo come possa amministrare Roma, città insignita della Medaglia d'Oro al valore militare per i fatti della Resistenza, capitale dello Stato la cui Costituzione è antifascista.

Il comitato provinciale dell'ANPI di Roma




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