03 aprile 2026

11 aprile 2026: manifestazione nazionale contro il blocco a Cuba alla quale l'ANPI provinciale di Roma aderisce


Il comitato provinciale dell'ANPI di Roma aderisce alla manifestazione nazionale contro il blocco a Cuba e invita iscritti e simpatizzanti a partecipare numerosi. 

⭐MANIFESTAZIONE NAZIONALE CONTRO IL BLOCCO A CUBA⭐

L' Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba si fa portavoce dell’appello della società civile per una mobilitazione straordinaria di solidarietà con il popolo di Cuba, e convoca una manifestazione nazionale per il prossimo 11 APRILE 2026

CUBA NON E’ UNA MINACCIA

Una comunità che il governo degli Stati Uniti ha deciso di strangolare, privandolo di ogni possibilità di approvvigionamento petrolifero che ha portato alla paralisi dei trasporti, della produzione di energia e di conseguenza della produzione industriale ed agricola, della sua distribuzione, dei servizi di assistenza sanitaria e in definitiva della vita quotidiana delle persone e delle loro famiglie.

Tutto ciò perché Cuba, secondo il presidente Trump, rappresenta una “minaccia insolita e straordinaria” per la sicurezza degli Stati Uniti. La si può considerare tale solo sul piano morale, per l’esempio di solidarietà che nel corso di decenni Cuba ha rappresentato per molti Paesi, compreso il nostro quando siamo stati travolti dalla pandemia di Covid-19 o attualmente quando, secondo l’articolo sul Corriere della Sera del 10 marzo 2026, “la professionalità, l’umanità e l’umiltà dei medici cubani nella sanità calabrese” ha salvato dalla chiusura gli ospedali di quella Regione.

Se cade Cuba cade l’umanità intera.

Vi invitiamo pertanto ad aderire e partecipare alla manifestazione nazionale che si svolgerà a Roma.

Partenza dal COLOSSEO 11 aprile 2026 alle ore 15:00

🟥Per adesioni: cubanoneunaminaccia@libero.it

Il 3 aprile del 1944 don Giuseppe Morosini, il prete partigiano, viene fucilato a Forte Bravetta da un plotaone della PAI

 


Nato a Ferentino, in provincia di Frosinone, nel 1913, Giuseppe Morosini frequentò da allievo esterno il seminario della propria città natale, maturando in quegli anni la scelta del sacerdozio: dopo gli studi, compiuti tra Roma e Piacenza, fu ordinato sacerdote il 27 marzo 1937 per mano di mons. Luigi Traglia nella basilica romana di San Giovanni in Laterano. In quegli stessi anni conosce Marcello Bucchi, con il quale condividerà in seguito l'impegno nella Resistenza.
Dopo un periodo trascorso in veste di cappellano militare in Jugoslavia nei primi mesi del 1942 rientrò in Italia, risiedendo per alcuni mesi ad Avazzano e trasferendosi infine a Roma nell'estate del 1943 per dedicarsi all'assistenza di orfani e senzatetto presso una struttura del quartiere Delle Vittorie.
All'indomani dell'8 settembre, il giovane sacerdote si prodigò nell'assistenza ai feriti dei combattimenti di Porta San Paolo, ricoverati nelle strutture del Collegio Leoniano, in via Pompeo Magno, nel quale risiedeva. Si occupò anche di occultare le armi recuperate in quei giorni convulsi, successivamente recapitate alla banda "Fulvi", una formazione militare comandata dal tenente Fulvio Mosconi affiliata al Fronte Militare Clandestino di Resistenza particolarmente attiva nella zona di Monte Mario. Ne faceva parte il suo vecchio amico Marcello Bucchi. Dopo essersi inizialmente limitato a fornire alla formazione assistenza spirituale, don Morosini passò a dedicarsi attivamente allo fabbricazione e alla diffusione di documenti falsi, alla raccolta di armi e munizioni e alla raccolta di informazioni. Nel corso delle proprie attività, durante le quali riuscì addirittura ad entrare in possesso di una copia del piano operativo dello schieramento tedesco sulla Linea Gustav, don Giuseppe si servì attivamente della propria rete di conoscenze e delle strutture del Collegio Leoniano, ove riuscì a salvare ebrei, antifascisti e altri ricercati dalla polizia tedesca.
Il 4 gennaio 1944, con la collaborazione di due doppiogiochisti legati alla formazione di Mosconi, le SS arrestarono don Morosini davanti al Collegio Leoniano, mentre assieme a Marcello Bucchi portava al sicuro armi e munizioni da poco recuperate. Rinchiuso a Regina Coeli, fu pesantemente torturato perché rivelasse informazioni sulla banda "Fulvi", ma non parlò. Cercò in ogni modo di mantenere alto il morale dei propri compagni di cella, componendo anche una ninna-nanna per il figlio nascituro di Epimenio Liberi, militante del Partito d'Azione assassinato alla Fosse Ardeatine poche settimane dopo.
Condannato a morte dal tribunale di guerra tedesco, il 3 aprile 1944, assistito dal vescovo Luigi Traglia che l'aveva ordinato sacerdote sette anni prima, celebrò la messa e fu trasferito a forte Bravetta per la fucilazione. All'ordine di far fuoco, dieci dei dodici militi della PAI che componevano il plotone di esecuzione spararono deliberatamente altrove: don Morosini, lievemente ferito, fu quindi ucciso a bruciapelo a colpi di pistola dell'ufficiale tedesco responsabile dell'esecuzione.
Alla figura di don Giuseppe Morosini, insignito di Medaglia d'Oro al Valor Militare alla memoria, si ispirò parzialmente Roberto Rossellini per la figura di don Pietro nel celebre film "Roma città aperta" del 1945.

24 marzo 2026

🌹𝟐𝟒 𝐦𝐚𝐫𝐳𝐨 𝟏𝟗𝟒𝟒: 𝐥'𝐞𝐜𝐜𝐢𝐝𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐅𝐨𝐬𝐬𝐞 𝐀𝐫𝐝𝐞𝐚𝐭𝐢𝐧𝐞




Ottantadue anni fa, la strage che nei progetti criminali dei nazisti, spalleggiati dai reparti dei collaborazionisti fascisti, avrebbe dovuto piegare definitivamente Roma, città ribelle e mai doma, dove in quei nove mesi metà della popolazione nascondeva l'altra metà. 

Unico obiettivo dell'eccidio, spezzare il fortissimo legame di solidarietà tra la popolazione e il movimento resistenziale, al fine di riaffermare con la forza il proprio ordine fondato sul ricorso sistematico allo sterminio. Nessuna finalità di rappresaglia, come confermato in sede processuale dallo stesso Priebke, a proposito dei cinque uomini aggiunti alla lista fornita dal questore fascista Caruso: «Fucilammo cinque uomini in più. Uno sbaglio, ma tanto erano tutti terroristi, non era un gran danno». Fuggito in Argentina, dove visse indisturbato per quasi cinquant'anni, Priebke fu riconosciuto da una troupe televisiva statunitense nel 1994, venendo poi estradato in Italia l'anno successivo. Morì dopo aver compiuto i cento anni nell'abitazione romana in cui era detenuto agli arresti domiciliari, dopo aver orgogliosamente rivendicato nel proprio testamento il proprio passato di nazista e aver apertamente negato l'Olocausto.


Tra quei 335 riconosciamo "generali e straccivendoli, operai e intellettuali, commercianti e artigiani, un prete e settantacinque ebrei; monarchici e azionisti, liberali e comunisti" e persone senza credo politico. Di fronte ai luoghi comuni che troppo spesso inquinano il dibattito pubblico, alle falsità mosse dal revisionismo, alla narrazione che fa dei carnefici le vittime innocenti, la vita e l'esempio dei martiri delle Fosse Ardeatine parlano da sé, più eloquenti di qualsiasi discorso. 

Alle antifasciste e agli antifascisti di oggi il compito di raccogliere il loro testimone e continuare a percorrere i loro sentieri.

𝑆𝑜𝑔𝑛𝑎𝑚𝑚𝑜 𝑢𝑛'𝐼𝑡𝑎𝑙𝑖𝑎 𝑙𝑖𝑏𝑒𝑟𝑎, 𝑔𝑖𝑢𝑠𝑡𝑎, 𝑑𝑒𝑚𝑜𝑐𝑟𝑎𝑡𝑖𝑐𝑎. 𝐼𝑙 𝑛𝑜𝑠𝑡𝑟𝑜 𝑠𝑎𝑐𝑟𝑖𝑓𝑖𝑐𝑖𝑜 𝑒 𝑖𝑙 𝑛𝑜𝑠𝑡𝑟𝑜 𝑠𝑎𝑛𝑔𝑢𝑒 𝑛𝑒 𝑠𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑙𝑎 𝑠𝑒𝑚𝑒𝑛𝑡𝑎 𝑒𝑑 𝑖𝑙 𝑚𝑜𝑛𝑖𝑡𝑜 𝑝𝑒𝑟 𝑙𝑒 𝑔𝑒𝑛𝑒𝑟𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑐ℎ𝑒 𝑣𝑒𝑟𝑟𝑎𝑛𝑛𝑜.

(Lapide all'interno del mausoleo)

23 marzo 2026

23 marzo 1944: l'attacco partigiano a Via Rasella. La più importante azione di guerra contro l’esercito occupante nazista in una capitale europea

 

Nonostante le pesanti perdite in termini di uccisioni e arresti che colpirono le reti clandestine dei GAP comunisti tra il gennaio e il febbraio 1944 decimandone buona parte dell'organico e delle quali caddero vittime esponenti di prim'ordine dell'organizzazione militare del Partito Comunista quali Antonello Trombadori, comandante dei GAP centrali, Guido Rattoppatore, Gioacchino Gesmundo, Maria Teresa Regard (liberata il 7 febbraio) e gli artificieri dei GAP centrali, Giorgio Labò e Gianfranco Mattei, già all'inizio di marzo le azioni di Via Tomacelli e di Via Claudia, con la distruzione di un deposito tedesco contenente più di diecimila litri di benzina, nonché l'eliminazione del commissario di Pubblica Sicurezza di Centocelle, Armando Stampacchia, ad opera del gappista dell'VIII zona Clemente Scifoni denotano una vigorosa intensificazione dell'attività di guerriglia in tutta la capitale: i GAP, unificati sotto il comando di Carlo Salinari "Spartaco", colpiscono con cadenza quotidiana le truppe nazifasciste arrecando loro gravi perdite.


   In quegli stessi giorni, sia Giorgio Amendola che Mario Fiorentini, il primo dal proprio nascondiglio di Piazza di Spagna, il secondo dal proprio appartamento in Via Capo le Case, ebbero occasione di notare il passaggio della colonna armata del Polizeiregiment "Bozen", deputato alla gestione dell'ordine pubblico in città e costituito da coscritti altoatesini reclutati tra gli abitanti della regione che nel 1939 avevano scelto di divenire cittadini del Reich: i 156 uomini della colonna, provenienti dal poligono di Tor di Quinto ove praticavano esercizi di tiro, marciavano nel pieno centro della capitale per raggiungere il Palazzo del Viminale, dove erano acquartierati. I gappisti, studiati con cura i movimenti e gli orari di transito della colonna, decisero inizialmente di colpire il nemico in Via Quattro Fontane: la scelta di Via Rasella fu anzi fortemente osteggiata da Mario Fiorentini, tra i pianificatori dell'attacco, dato che nella vicina Via del Boccaccio si trovava un'abitazione in cui erano rifugiati alcuni parenti ricercati in quanto ebrei e in cui si sarebbe successivamente trasferito lui stesso. Inoltre, nella zona si trovavano vari punti di ritrovo di antifascisti e resistenti cattolici e comunisti. Alla fine, la sostenuta pendenza dell'angusta strada che unisce Via del Traforo a Via Quattro Fontane, la presenza di due imbocchi facilmente presidiabili e di un'unica via di fuga intermedia, rappresentata dall'incrocio con Via dei Boccaccio, fece sì che ad un livello superiore della catena di comando la scelta ricadesse su Via Rasella: si trattava del luogo ideale in cui poter attaccare i militi del "Bozen" massimizzando i danni che si sarebbero potuti infliggere alla colonna che ogni giorno svoltava nella via all'incirca verso le due del pomeriggio. Il piano elaborato dal nucleo dei GAP romani prevedeva che, al passaggio della colonna, uno dei gappisti, travestito da spazzino, avrebbe innescato un ordigno nascosto all'interno di un carretto della spazzatura: a esplosione avvenuta, gli altri partecipanti all'azione avrebbero favorito lo sganciamento del gruppo coprendone la fuga con lancio di bombe di mortaio "Brixia" opportunamente modificate. L'azione fu fissata per il 23 marzo, anniversario della fondazione dei Fasci di Combattimento.



    Il giorno dell'attacco, un giovedì, i gappisti si posizionarono alle due estremità di Via Rasella, lungo la strada e all'incrocio con Via del Boccaccio: secondo quanto stabilito, Rosario Bentivegna, con indosso una divisa da spazzino, spinse un carrettino della spazzatura contenente l'ordigno sino all'altezza di Palazzo Tittoni. Nonostante un considerevole ritardo del "Bozen" che fece temere di dover annullare l'operazione, alle 15:45 la colonna imboccò Via Rasella: Franco Calamandrei, posizionato all'angolo con Via del Boccaccio, si levò il cappello, segnalando l'approssimarsi della colonna a Bentivegna, che accese la miccia sul fornelletto della pipa che stava fumando e poi si allontanò. Al passaggio della colonna, l'ordigno esplose e i gappisti attaccarono il resto della colonna a colpi di pistola e lanciando bombe a mano, per poi dileguarsi rapidamente; i soldati, credendosi attaccati dalle finestre degli edifici che affacciano sulla strada, cominciarono a sparare all'impazzata contro le finestre, imprimendo sui muri le tracce delle pallottole dei mitra ancora ben visibili all'angolo con Via del Boccaccio. 26 militi del "Bozen" morirono sul colpo e altri 7 morirono successivamente a seguito delle ferite riportate.


    Nonostante i processi intentati nel dopoguerra contro i gappisti responsabili dell'azione, che sancirono come l'azione di Via Rasella abbia costituito una legittima azione di guerra contro un esercito occupante, le strumentalizzazioni, le letture revisionistiche e i falsi miti che aleggiano sull'operato dei gappisti, quanto accadde in Via Rasella quel 23 marzo 1944 è unanimemente riconosciuto come la più importante ed efficace azione di guerriglia urbana mai compiuta nel centro di una capitale europea occupata dai nazisti.

Nell'80° dell'azione l'ANPI provinciale di Roma l'ha ricordata con una lectio magistralis tenuta dallo storico e vicepresidente Davide Conti:



Vedi anche:

https://www.anpiroma.org/2020/03/23-marzo-1944-la-battaglia-di-via.html

21 marzo 2026

Il Servizio Civile nell'ANPI Provinciale di Roma.


L'ANPI Provinciale Roma ha attivato da qualche anno il Servizio Civile Universale.

Il Servizio Civile è rivolto a ragazze e ragazzi dai 18 ai 28 anni, l'impegno va dal 18 settembre 2026 al 17 settembre 2027. Il monte ore annuale è di 1.145 ore, dal lunedì al venerdì per un minimo di 20 ore e un massimo di 36 ore settimanali. E' previsto un rimborso spese mensile, sono concessi permessi e malattie.

Il progetto si chiama GLI ARCHIVI DELLA RESISTENZA: UN PRESENTE DA SCOPRIRE: 2026

Sono disponibili 4 posti, due presso la Sede Nazionale di Via degli Scipioni e due presso la Sede Provinciale di Via San Francesco di Sales. Qui la sintesi del progetto: https://www.arciserviziocivile.it/.../PTXSU0002025012584N...

La domanda va presentata online:

https://domandaonline.serviziocivile.it/...

Per potere essere selezionati nella sede Provinciale è importante indicare la sede di servizio corretta, cioè questa:

141470 ANPI PROVINCIALE ROMA - ANPI PROVINCIALE ROMA - ARCHIVIO

La domanda va presentata entro le ore 14:00 dell'8 aprile 2026. A seguire ci sarà un colloquio di selezione.

#serviziocivile #arci #ANPI #anpiprovincialeroma

20 marzo 2026

Viaggio della Memoria 2026 a Auschwitz-Birkenau, organizzato da Roma Capitale



Dal 16 al 18 marzo appena passati, l'ANPI provinciale di Roma ha partecipato, nella persona della presidente Marina Pierlorenzi e di Stefano Bonifazi, della presidenza con delega alla comunicazione, al bellissimo e toccante "Viaggio della Memoria 2026" organizzato da Roma Capitale

Hanno partecipato al Viaggio della Memoria 132 studenti romani della scuola secondaria di secondo grado, oltre a rappresentanti istituzionali di Roma Capitale, l'Assessore alla Cultura, Massimiliano Smeriglio; l'Assessora alla Scuola, Formazione e Lavoro, Claudia Pratelli; l'Assessora alle Politiche Sociali e alla Salute, Barbara Funari, la Presidente della Commissione Permanente Scuola, Carla Fermariello, la Presidente della Commissione capitolina Pari Opportunità, Michela Cicculli, i consiglieri capitolini, Tommaso Amodeo, Riccardo Corbucci; il Presidente del Municipio III, Paolo Emilio Marchionne; il Presidente del Municipio VII, Francesco Laddaga; il Presidente del Municipio VIII, Amedeo Ciaccheri. Rappresentanti di associazioni quali l'ANPI provinciale di Roma, l'ANED, il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, l'Associazione di Promozione Sociale Libellula Italia, rappresentanti della Comunità Ebraica Romana e della Fondazione Museo della Shoah. 

Ha partecipato anche il sindaco Roberto Gualtieri, che nel corso della visita ha deposto alcune corone nei punti più significativi del viaggio.

L'intensissimo programma ha previsto la visita in Cracovia alla sinagoga Tempel, al quartiere ebraico Kazimierz e al ghetto di Podgórze; al cosiddetto Judenranpe, il punto di arrivo degli ebrei, dove avveniva la selezione delle persone abili ai lavori forzati e di quelle destinate fin da subito alle camere a gas. Si sono poi visitati i campi di sterminio di Auschwitz-Birkenau, il più grande complesso di sterminio e di concentramento realizzato dai nazisti. Tra il 1940 e il 1945 vi furono deportate oltre 1,1 milioni di persone, in stragrande maggioranza ebrei provenienti da tutta Europa, inclusi oltre 7.800 italiani. Nel complesso furono internati e sterminati anche moltissimi polacchi non ebrei, Sinti e Rom, prigionieri di guerra sovietici, oppositori politici, omosessuali e testimoni di Geova. 

Ringraziamo tutti gli organizzatori e i compagni di viaggio, il preparatissimo e appassionato storico Marcello Pezzetti, le preziose guide. Un grazie particolare a tutti i ragazzi delle scuole (e al personale docente che li accompagnava) che hanno dimostrato grandissima attenzione, partecipazione, sensibilità e maturità, il che dona speranza in questo momento storico così duro e problematico

Al link le foto che abbiamo scattato durante il viaggio

https://photos.app.goo.gl/aUgjQfmM6FPVftz79


20 marzo 2019: ci lasciava Tina Costa

Tina Costa - illustrazione di Francesca Gatto



Il 20 marzo 2019 ci lasciava Tina Costa
La sua scomparsa ha prodotto nell'ANPI provinciale di Roma e nell'antifascismo tutto un vuoto incolmabile. 
Rimane in noi indelebile quello che ci ha insegnato: 
"non mettete mai al primo posto il vostro io, sviluppate un lavoro, un pensiero in cui il NOI dia la dimensione della consapevolezza di star applicando la nostra Costituzione e difendendo la pace".
Tina è stata una donna, comunista, che si è battuta fin dalla prima giovinezza per la conquista della Libertà e per i diritti di ogni persona. 

L'ANPI provinciale di Roma, per il centenario della nascita, ha voluto ricordare l'impegno di Tina nella lotta antifascista e per l'applicazione e la difesa della Costituzione, e soprattutto farla tornare a vivere tra la sua gente e le nuove generazioni, come era usa fare da sempre, promuovendo la realizzazione di un fumetto e di un docufilm che sono stati realizzati, con la produzione dell'ANPI provinciale di Roma, un crowdfunding e il patrocinio gratuito di Roma Capitale e del Comune di Gemmano.

Tina, partigiana e pacifista, sempre in prima fila nella lotta contro le ingiustizie e sempre a fianco dei popoli oppressi, fu sostenitrice appassionata della rivoluzione cubana e della causa del popolo palestinese. 

"Tina Costa - Una vita ribelle- documentario realizzato da Andrea White e Matteo Bennati

"Tina Costa - Partigiana della Pace" - fumetto realizzato dall’illustratrice Francesca Gatto e dalla sceneggiatrice Chiara Benazzi.

la locandina della presentazione del docufilm e del fumetto


Riportiamo di seguito l'articolo che lo storico e vicepresidente dell'ANPI di Roma Davide Conti ha scritto e pubblicato su il Manifesto del 21 marzo 2019


La «grammatica» partigiana di Tina Costa

- Davide Conti, 21.03.2019

Il ricordo. Scomparsa ieri a 94 anni, era stata prima una giovanissima staffetta partigiana e aveva partecipato poi alle lotte sociali e politiche fin dal secondo dopoguerra. Dirigente dell'Anpi, iscritta al Pci nel 1944, poi a Rifondazione Comunista. La camera ardente per Tina si terrà venerdì 22 marzo presso la Casa della Memoria e della Storia di Roma.

Tina Costa è scomparsa ieri a 94 anni. È stata una donna che ha scelto ed è stata partigiana lungo tutto il corso della sua vita. Nata nel 1925, anno terzo della dittatura fascista, faceva parte di quella generazione che nelle intenzioni di Mussolini sarebbe stata allevata al «culto del littorio» garantendo fedeltà cieca al regime. Al contrario, come amava spesso ripetere con un sorriso vispo e beffardo, «aveva succhiato un altro latte».

L’estrazione politica e sociale della sua famiglia romagnola, padre socialista, madre e fratelli comunisti, richiama quell'antifascismo della prima ora che non aspettò gli «errori in mezzo alle cose buone» della dittatura, come ancora oggi siamo costretti ad ascoltare da alti esponenti delle istituzioni, per opporvisi senza timore.

Durante la Resistenza, appena diciottenne, divenne staffetta del Partito (quello di cui non serviva specificare la qualifica politica) sul fronte di guerra della linea gotica, quello diviso tra le tante stragi ed i crimini nazifascisti da un lato e la lotta partigiana di Liberazione dall'altro.

Per significare il carattere popolare di un conflitto asimmetrico come la guerriglia, Tina raccontava sempre di quando durante una sua missione di collegamento venne salvata dalle donne riminesi che, «anche se fingevano di non sapere chi io fossi e cosa facessi mi avvertirono di una retata dei tedeschi a poca distanza e mi fecero tornare indietro».



Arrestata con un fratello e la madre a seguito della delazione di una spia italiana (che a partire dagli anni Novanta avrebbe dovuto chiamare «ragazzo di Salò» secondo la nuova linea dell’ex Partito) riuscì a fuggire durante un bombardamento Alleato mentre veniva deportata nel campo d’internamento di Fossoli.

Iscritta al Pci dal 1944, la prima tessera le venne consegnata da Pietro Ingrao, ha continuato la sua lotta nell’Italia libera e repubblicana sempre nel solco ideale e valoriale tracciato dalla Resistenza, identificata come radice d’origine della nostra fragile e complessa democrazia post-bellica e come eredità di vincolo rispetto alla conquista dell’uguaglianza sostanziale delle classi e dei ceti popolari dai cui proveniva e che aveva sempre rappresentato in seno al sindacato della Cgil.





L’opposizione irriducibile alla costruzione ideologica della società categoriale e razzista voluta dal fascismo e strutturata sulla base della discriminazione «per legge» dei diritti delle donne, degli omosessuali, dei dissidenti politici e degli ebrei è sempre stata il punto centrale del suo messaggio storico-politico. Ed il riemergere di istanze regressive nel cuore della nostra modernità venivano da lei identificate prima ancora che con un «eterno ritorno» del fascismo come una profonda crisi della democrazia.

È dentro questa dimensione interpretativa della crisi democratica e delle torsioni divisive che la attraversano che il carattere storico dell’antifascismo riassume una centralità reale che non si limita all'opposizione ideale al riemergere dell’estrema destra in Italia ed in Europa ma come «teoria dello Stato» intesa come risposta storica democratica e pluralista alla complessità del presente, in grado di stabilire una relazione diretta e reale con quelle periferie sociali, culturali e politiche che la crisi internazionale del sistema economico ha spinto verso la paura del «diverso» e verso un sordo egoismo sociale di sopravvivenza.


È lungo questo crinale che l’eredità di Tina Costa e della Resistenza assume il senso di istanza del presente e non di retorica celebrativa del passato. Attraverso la sua grammatica partigiana la dirigente dell’Anpi sottolineava, soprattutto ai tanti giovani incontrati quotidianamente nelle scuole, la necessità del sapere critico e della conoscenza della storia come vaccini indispensabili in una società che tutto cancella nel breve volgere di un giorno esponendoci ai gravi pericoli connessi ad un vissuto senza passato.





Il suo «bisogno di memoria» mal si acconciava alle cerimonie ufficiali riecheggiando piuttosto le parole di Piero Calamandrei che nel 1953 davanti al ritorno nel Parlamento dei deputati neofascisti evocava i caduti della Resistenza per ammonire i vivi dell’Italia democratica «Non rammaricatevi dai vostri cimiteri di montagna se giù al piano nell’aula ove fu giurata la Costituzione murata col vostro sangue sono tornati da remote caligini i fantasmi della vergogna, troppo presto li avevamo dimenticati».

08 marzo 2026

Quest’anno l’8 marzo è per le donne travolte dalle guerre. di Luciana "Luce" Romoli

Quest’anno l’8 marzo è per le donne travolte dalle guerre.

Quest’anno l’8 marzo è per le donne vittime di violenza che sono schiacciate perfino dalla legge. Senza consenso è stupro, sempre.

Non è una festa, è un giorno in cui tutti devono sapere che siamo PARTIGIANE: non lasceremo indietro nessuna. 

La forza delle donne è come il mare, nessuno ci può ingabbiare.

Luciana "Luce" Romoli



03 marzo 2026

3 marzo 1944:Teresa Gullace viene ammazzata dai nazisti


Nata a Cittanova, in provincia di Reggio Calabria, nel 1910, Teresa emigra in giovanissima età a Roma: lì conosce Girolamo Gullace, che sposerà poco dopo e da cui avrà cinque figli. La famiglia Gullace abita in Via del Vicario, non lontano da Porta Cavalleggeri; Girolamo lavora come operaio in un cantiere, ma con le ristrettezze imposte dalla guerra prima e dall'occupazione poi garantire alla moglie e ai figli il minimo indispensabile per sopravvivere si fa sempre più difficile.
Il 26 febbraio 1944 Girolamo è catturato durante un rastrellamento e condotto assieme a centinaia di altri uomini nella caserma dell'81° Reggimento Fanteria in Viale Giulio Cesare: da lì usciranno per essere avviati al lavoro coatto al fronte, con l'organizzazione Todt, o in Germania.
Fuori dalla caserma si raduna sin da subito un gran numero di donne, in prevalenza mogli, figlie e parenti dei deportati, ma non mancano componenti dei Gruppi di Difesa della Donna e appartenenti alle fila della Resistenza a solidarizzare con le manifestanti e a sostenere la loro protesta. La mattina del 3 marzo 1944 tra di loro c'è anche Teresa, assieme al figlio quattordicenne Umberto, mentre tra la folla si trovano le gappiste Carla Capponi, Marisa Musu e Lucia Ottobrini.
Le donne sono assiepate all'ingresso della caserma, mentre sotto il muro staziona un cordone di soldati delle SS e di militi fascisti. Tutto si svolge in pochi istanti: Teresa riesce a farsi largo tra i soldati che ogni volta respingono violentemente la folla e cerca di lanciare un piccolo fagotto, contenente forse indumenti o un po' di cibo, verso la grata alla quale ha visto sporgersi il viso del marito, ma il piccolo pacchetto rimbalza contro il muro. Mentre tenta di raccoglierlo, arriva alle sue spalle un giovane sottufficiale delle SS, che estrae la pistola e le spara a bruciapelo un colpo a distanza ravvicinata. Teresa muore sul colpo, sotto gli occhi del figlio e del marito.
Carla Capponi, che ha assistito a tutta la scena, cerca di intervenire, ma è fermata da uno dei militi che la portano all'interno della caserma: riesce fortunatamente a liberarsi della pistola che aveva in mano grazie alla prontezza di Marisa Musu, che le mette in tasca una falsa tessera del gruppo fascista "Onore e Combattimento". Viene così prontamente rilasciata. Le partigiane Laura Lombardo Radice, Adele Maria Jemolo e Marcella Lapiccirella adagiano il corpo di Teresa sul marciapiede, invitando le altre donne a deporre fiori: si dà vita così ad un'altra, più silenziosa protesta contro i soprusi dell'occupazione nazista, di cui Teresa era rimasta vittima.
Nel pomeriggio si mescolano alla folla sempre più numerosa una ventina di gappisti, comandati da Mario Fiorentini, Franco Calamandrei, Mario Carrani e Alfredo Orecchio, decisi a compiere un'azione per liberare i prigionieri. Dileguatesi le SS, sono rimasti a presidio della caserma alcuni militi della Guardia Nazionale Repubblicana. L'irruenza di un ufficiale, che respinge con violenza un'altra donna che aveva tentato di avvicinarsi alla finestra, provoca la reazione di Guglielmo Blasi, che lo uccide all'istante. I GAP ingaggiano quindi con i repubblichini un vero e proprio conflitto a fuoco, che si conclude con lo sganciamento dei partigiani e il ferimento di altri due militi: l'azione prevista è annullata.
Alla figura di Teresa Gullace si ispirò il regista Roberto Rossellini per la figura di Pina, magistralmente interpretata da Anna Magnani, nel film "Roma città aperta", uscito appena un anno dopo.


Vedi anche: 

28 febbraio 2026

28 febbraio 1978: l'assassinio di Roberto Scialabba da parte dei NAR

 


La sera del 28 febbraio 1978, verso le undici, un commando composto da otto terroristi dei NAR - Valerio e Cristiano Fioravanti, Alessandro Alibrandi, Franco Anselmi e altri quattro - fa la sua comparsa in Piazza Don Bosco, nel quartiere popolare di Cinecittà: è in cerca di militanti della sinistra e dell'autonomia da assassinare per vendicare i morti di Acca Larentia. Dopo essersi invano diretti a Via Calpurnio Fiamma, dove si trovava uno stabile occupato dal quale si credeva provenissero i responsabili del fatto, i neofascisti vedono Roberto assieme al fratello Nicola e ad un altro amico conversare su una panchina, nei giardinetti della piazza. Il loro abbigliamento e il luogo frequentato non lasciano dubbi: sono dei "rossi" e in quanto tali vanno puniti.
I fratelli Fioravanti scendono dalle loro macchine assieme ad Anselmi, raggiungono i tre e aprono il fuoco: Roberto è colpito da un proiettile che non lo uccide, ma è raggiunto da Valerio Fioravanti che lo finisce sparandogli alla nuca.
Poche ore dopo, con una telefonata alla sede de "Il Messaggero", l'omicidio è rivendicato dai NAR, che si identificano con la sigla "Gioventù Nazional Popolare"; ciononostante, le indagini si concentreranno su alcuni lievi precedenti penali di Roberto e il suo omicidio verrà descritto dalla stampa come l'esito di un regolamento di conti interno a piccole bande di spacciatori del quartiere. Solo la confessione resa da Cristiano Fioravanti nel 1982 assieme alla meticolosa ricostruzione della dinamica dell'omicidio porrà fine alla campagna di disinformazione condotta da certa stampa e restituirà giustizia a Roberto, vigliaccamente assassinato perché comunista e antifascista.

Felice Chilanti - partigiano di Bandiera Rossa, giornalista e scrittore, moriva il 26 febbraio del 1982

 



Nato a Ceneselli (Rovigo) nel 1914, deceduto a Roma nel 1982, giornalista e scrittore.
Aveva collaborato, su posizioni per nulla ortodosse, con la stampa giovanile fascista. Vincitore nel 1935 dei Littoriali, era poi passato all’antifascismo militante; per questo il Tribunale speciale lo aveva condannato a 5 anni di confino. Dopo la riunione del Gran Consiglio e la caduta di Mussolini, si era ideologicamente orientato verso il comunismo. Diventato nel 1943 inviato speciale del giornale Il Popolo di Roma, con l’occupazione tedesca della Capitale, Felice Chilanti (che per la diffidenza nutrita nei suoi confronti da alcuni intellettuali comunisti romani non riesce ad entrare nell’organizzazione clandestina del PCI), aderisce al Movimento “Bandiera Rossa” e ne diventa uno dei dirigenti. Col nome di battaglia di “Marino” combatte contro i nazifascisti, con al fianco la moglie Viviana (nome di copertura “Marisa”), con i gruppi armati di Primavalle, Torpignattara e Quarticciolo. Prende parte a numerose azioni, anche con Giuseppe Albano (“Il Gobbo”), che sarebbe morto nell’immediato dopoguerra in uno scontro con i carabinieri. Terminato il conflitto Chilanti, riprende il suo lavoro di giornalista a L’Unità di Roma. Per l’organo del PCI, di cui diviene vicedirettore, conduce coraggiose inchieste giornalistiche che, nel 1960, gli valgono “Il Premiolino”. Autore di un ventina di libri (molti a soggetto biografico ed autobiografico) e di un documentario cinematografco sul quartiere romano di San Lorenzo, ha pubblicato nel 1952 per la “Lavoro Editrice” La vita di Giuseppe Di Vittorio. Negli ultimi suoi anni, Felice Chilanti aveva aderito ad “Avanguardia Operaia”.
Vedi anche:
 
Il ritratto dipinto di Felice Chilanti è di Giulio Turcato

23 febbraio 2026

Perché votiamo NO al referendum costituzionale del 22 e 23 marzo




Perché votiamo NO al referendum costituzionale del 22 e 23 marzo!
ne parliamo con
Giuseppe Salmè, - Comitato 15 per il NO
Maria Rosaria Guglielmi -  magistrato 
Antonello Ciervo - avvocato 
Modera
Marco Noccioli - presidenza ANPI Roma 
Mercoledì 25 febbraio, ore 17:30
sul canale youtube dell'ANPI provinciale di Roma:
https://youtube.com/live/yGGY567tl9Y



22 febbraio 2026

22 febbraio 1980: l'assassinio di Valerio Verbano



È da poco passata l'una e mezza del pomeriggio quando il giovane Valerio Verbano, diciannovenne studente del Liceo Archimede di Montesacro, rincasa al termine delle lezioni nell'appartamento di Via Monte Bianco, 114 dove vive con la mamma Carla e il papà Sardo. Non sa che dietro la porta lo attende un commando armato composto da tre fascisti, introdottisi in casa con una scusa circa un'ora prima, che hanno già immobilizzato i suoi genitori. Appena entrato Valerio riesce a disarmare uno dei tre aggressori, ma viene colpito alle spalle mentre cerca di fuggire da una finestra dell'appartamento e muore poco prima dell'arrivo dei soccorsi.

Valerio non era un semplice ragazzo di diciannove anni, ma uno studente impegnato nel collettivo della propria scuola e nel movimento di Autonomia Operaia, fieramente antifascista: proprio per questo, da anni stava raccogliendo assieme ad alcuni compagni fotografie, articoli di giornale e schede personali all'interno di un proprio dossier personale sull'eversione nera nel triangolo compreso tra i quartieri Trieste/Salario, Montesacro e Talenti. Il materiale, sequestrato dalla polizia nel corso di una perquisizione in casa Verbano, non verrà mai più ritrovato, così come il memorandum consegnato da Sardo ai giudici inquirenti contenenti le ricostruzioni di alcuni possibili piste da seguire nelle indagini sull'omicidio.

Nonostante una rivendicazione dell'omicidio da parte dei NAR fosse giunta la sera stessa dell'omicidio e altre si fossero susseguite nei mesi successivi, le indagini non riusciranno mai ad individuare i responsabili dell'assassinio di Valerio, mentre le vicende giudiziarie vedranno nel corso degli anni la sparizione nei meandri dei depositi giudiziari della maggior parte del materiale in grado di fornire informazioni sull'identità degli assassini. Sardo e Carla continueranno per tutta la loro vita a chiedere che sia fatta luce sull'omicidio del figlio, ucciso sotto i loro occhi, sostenuti dalle compagne e dai compagni del movimento antifascista romano.

La lotta e la passione antifasciste di Valerio sono vive oggi più che mai e continuano a rappresentare per noi fonte d'esempio nelle nostre battaglie per la democrazia, la pace e la giustizia sociale.

Dall'Europa delle armi all'Europa dei diritti. La democrazia necessaria al tempo della crisi" - 21 febbraio 2026



Dall'Europa delle armi all'Europa dei diritti. La democrazia necessaria al tempo della crisi

21 febbraio 2026 un ore 10.00 Aula Consiliare Palazzo Valentini

Introduce
Marina Pierlorenzi Presidente ANPI provinciale Roma
porterà un saluto l'assessore alla Cultura del Comune di Roma Massimiliano Smeriglio
Intervengono
Davide Conti - storico
Giulio Marcon - scrittore e saggista  
Luigi Ferrajoli - professore emerito di Filosofia del diritto
Natale Di Cola - segretario generale CGIL Roma e Lazio
Albino Amodio - componente Comitato nazionale ANPI
Fabrizio Truini - PaxChristi
Anna Falcone - giurista
Conclude
Fabrizio De Sanctis segreteria nazionale ANPI
Modera 
Simona Maggiorelli direttore settimanale Left
 
L'incontro è stato trasmesso in diretta sul canale Youtube dell'ANPI provinciale di Roma
https://www.youtube.com/c/ANPIProvincialediRoma





















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Ripudia intolleranza, razzismo e antisemitismo.
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