martedì 24 agosto 2010

Lavoro, diritti, Stato sociale. L’A.N.P.I. e la difesa della Costituzione. Un articolo di Marco Foroni

E’ più sentito che mai il tema del lavoro, in questa nostra nuova Resistenza, di noi oggi “partigiani della Memoria e resistenti del presente”, sotto i forsennati e ripetuti attacchi alla Costituzione, al tentativo di smantellare in senso oligarchico i diritti progressivi ivi enunciati; l’eguaglianza dello Stato sociale di diritto voluto dai nostri padri costituenti. Tentativo che nasce dalla deriva post-liberista, originata dalla catastrofica crisi di questo capitalismo feroce ed iniquo.
Tra le fonti e le istanze ispiratorie della nostra Costituzione nata dalla guerra per la Liberazione, abbiamo quella ricchezza di princìpi economici che costituiscono l’essenza giuridica e materiale dello Stato sociale di diritto, cioè la rappresentazione istituzionale del godimento dei cittadini dei diritti sociali, della effettiva partecipazione alla vita economica, politica e collettiva del nostro paese.
Tali princìpi definiscono l’idea di società come esperienza di comunità sentita e vissuta, sostituendo all’ordine dell’egoismo l’ordine dell’eguaglianza; il primo genera sfiducia e sospetto reciproci, il secondo fiducia e solidarietà. Senza un forte Stato sociale è più difficile che le persone possano trovare gli stimoli ad impegnarsi politicamente ed a partecipare al rituale democratico delle elezioni, in ultimo ad esercitare i diritti politici. I diritti sociali, diffusi e per tutti, consentono di legare l’idea di comunità alla realtà quotidiana e la piantano sul terreno solido dell’esperienza di vita.

 Principi che si richiamano quindi ai valori imprescindibili della solidarietà, valore base per cementare l’aggregazione sociale, e del lavoro, quale criterio unico di valutazione dell’individuo nella società, e del conseguente diritto di tutti a svolgerlo in condizioni di vera parità.
“L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” recita l’Art. 1, risultato dell’affinamento comune degli ideali comunisti, socialisti, cattolici, liberali e di convergenza politica tra le varie componenti della Assemblea Costituente. < Dicendo che la Repubblica è fondata sul lavoro, si esclude che possa fondarsi sul privilegio, sulla fatica altrui e si afferma il principio che essa si fonda sul dovere, che è anche diritto ad un tempo per ogni uomo di trovare nel suo sforzo libero la sua capacità di essere e di contribuire al bene della comunità nazionale > (A. Fanfani, Ass. Costituente, seduta pomeridiana del 22-03-1947).
Princìpi saldi e ragioni attualissime, se pensiamo al dilagare della speculazione finanziaria che sottrae risorse alla ricchezza reale (cosa altro è la speculazione se non arricchimento sulla “fatica altrui”…) e alla disoccupazione e alla precarietà, che hanno trasformato il lavoro in un bene raro e inaccessibile, pagato mediamente in modo irrisorio (l’Italia è tra i Paesi OCSE con i salari più bassi) e di cui si appropriano i privilegiati e i forti, a danno di coloro che sono privi di protezioni legali.
Nonostante l’Art. 36 (cui il recente accordo alla FIAT di Pomigliano mira a derogare) preveda il diritto ad per il lavoratore ad una retribuzione sufficiente ad assicurare una esistenza libera e dignitosa, oltre che proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro. Una eccezione al dettato costituzionale, quando sono in gioco i diritti, non conferma la regola, la distrugge (M. Giannini); diritti trasformati in merce fungibile e scambiabile con le alterne vicende e fortune delle aziende (che poi, magari, delocalizzano ugualmente).
E perché l’Art. 1 non protegge affatto i garantiti sociali, i cosiddetti “fannulloni” (termine mediatico e di facile e superficiale impatto, tanto caro a Ichino e Brunetta) ma, al contrario, vuole che tutti i cittadini abbiano la possibilità, il diritto, di accesso al lavoro e nel lavoro possano dimostrare le loro competenze e professionalità, come richiamato all’Art. 4. 
E per consolidare e dare attuazione al dettato costituzionale, il 20 maggio 1970 venne approvata (con l’astensione del Partito Comunista, come cambiano i tempi…) la legge n. 300, lo Statuto dei diritti dei lavoratori, che accolse le linee ed i contenuti scaturiti dai lavori della Commissione nazionale sul tema istituita da G. Brodolini, sindacalista socialista che fu Ministro del lavoro e che legò il suo nome anche alla importante riforma della Previdenza sociale (legge n. 153 del 1969), ovvero le pensioni basate sul criterio solidaristico del calcolo retributivo (principio scardinato dalle controriforme del 1992, 1995 e 1997).
Lo Statuto dei lavoratori rappresentò il massimo risultato in termini di applicazione di diritti fondamentali dei lavoratori e di riordino delle normative approvate negli anni ’60, nel quadro di un indirizzo coerente con il pensiero e la prassi politiche del riformismo socialista, maturato anche a seguito della spinta delle rivendicazioni e delle lotte sindacali di quegli anni e in particolare dell’autunno caldo del ’69.
Basti ricordare, oltre alle norme discriminanti il lavoro femminile (la clausola del nubilato, il non riconoscimento dei periodi di maternità), la tutela contro i licenziamenti senza giusta causa; 620.000 furono i lavoratori licenziati tra il 1948 e il 1966 (580.000 nel privato, 40.000 nel pubblico con ex partigiani esclusi dalle forze di polizia e dall’esercito) per rappresaglia politico-sindacale (A. Pizzinato).
E la vicenda delle 354.000 schedature FIAT del 1971 (indagine dell’allora pretore R. Guariniello), per spiare gli orientamenti politici, ideologici e la vita intima di uomini e donne, prima di deciderne l’assunzione o la destinazione; dove venivano “segnalati” gli ex partigiani e i militanti dell’A.N.P.I. e dove, dalla tipologia degli assunti e dei respinti, risultò che l'operaio ideale per la FIAT doveva essere apolitico, frequentatore della parrocchia, godere di buona reputazione pubblica, e andava bene anche se iscritto ai partiti di centro, oppure monarchico e missino.
Coerentemente al tema del lavoro, nella nostra carta costituente le libertà economiche non sono qualificate, come nelle istituzioni dello Stato liberale, quali assolute o inviolabili, ma hanno carattere “residuale”, dove le sfere “libertà civili” e “libertà economiche” sono rigorosamente separate. Chiarissima, infatti, in Assemblea Costituente fu la volontà di mantenere prevalente la tutela dell’interesse generale, laddove (Art. 41) l’iniziativa economica deve essere vista in funzione sociale e regolamentata dalla legge, e non può svolgersi in contrasto con il benessere economico collettivo, essendo subordinata ad esso. Sul tema, la recente dichiarazione del Presidente del Consiglio, < La nostra è libera economia in libero Stato >, a seguito della decisione della FIAT di trasferire le attività produttive di Mirafiori in Serbia, è un concetto istituzionale improprio, al dì fuori del dettato, dalla cornice e dello spirito costituzionale.
Anche la proprietà privata (Art. 42) è vista in termini di funzione sociale e quale diritto “residuale”, laddove infatti può essere pubblica o privata, legandosi ai principi enunciati negli Art. 2 (solidarietà) e Art. 3 (eguaglianza) e caratterizzandosi in una prospettiva comunitario-collettiva e certo non individualistica. Princìpi che trovano ulteriore conferma nell’Art. 43 in tema di nazionalizzazioni e socializzazioni da parte dello Stato, degli Enti locali e delle associazioni dei lavoratori, applicabili in ambiti vastissimi quali i servizi pubblici essenziali, l’energia, i settori in assetto di monopolio naturale, ovvero la proprietà pubblica dei mezzi di produzione in settori economici strategici ad interesse generale.
In sostanza, il dirigismo e l’interventismo economico, oggi tanto vituperati in nome della ideologia della “mano invisibile” (per molti, ma visibilissima per alcuni...), coincidono storicamente con il pieno affermarsi dello Stato sociale, con l’obiettivo di anteporre l’utilità generale agli interessi individuali dei singoli.
Ciò si esplicita attraverso l’enunciazione dell’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà economica e sociale, in ragione dell’idea mazziniana dei doveri dell’uomo (Art. 2) e di eguaglianza (Art. 3), nell’interesse generale per concorrere al quale tutti sono tenuti a contribuire alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva (Art. 53). Principio oggi fortemente disatteso, vista la iniqua distribuzione dei redditi, dello spaventoso spostamento di ricchezza avvenuto nell’ultimo quindicennio (dieci punti percentuali di PIL trasferiti dai salari alle rendite e ai profitti), e la ingiustificata abnorme evasione fiscale (in Italia, ci dice l’ISTAT,  il 10% delle famiglie possiede il 50% delle ricchezze). 
Chiari risultano essere i presupposti economici degli attacchi a cui è sottoposta negli ultimi tempi la nostra carta costituzionale: la crisi ed il fallimento economico del modello neoliberista, al quale la borghesia capitalista speculatrice risponde alla ricerca di spazi vitali di appropriazione delle risorse necessarie per la sua salvezza. Una dura lotta di classe, condotta con metodo e fino ad ora vincente, che ha fatto virare a destra le traiettorie di uscita dalla crisi globale di solvibilità iniziata nel 2007.
Quindi “il mercato contro lo Stato”, un ventennio di pensiero unico neoliberista, e lo smantellamento pezzo per pezzo della Costituzione, formale e materiale, che tende a realizzarsi anche attraverso elusioni ed erosioni a forza di leggi all’apparenza non incidenti, incomprensibili o ignote ai più:
-                 Imbavagliando e stritolando l’informazione (Art. 21);
-                 Rafforzando il potere esecutivo, a danno di quello legislativo, marginalizzando nelle sue funzioni il Parlamento; si inserisce in questo conteso lo scontro istituzionale del Presidente del Consiglio al Presidente della Camera.
-                 Azzerando i diritti sindacali e della componente più debole del rapporto di lavoro, ovvero il lavoratore (Art. 35); significativo il caso della tentata approvazione dell’arbitrato nelle controversie di lavoro previsto dal ddl n. 1167/09; norma non promulgata, un vulnus rispetto all’Art. 3;
-                 Procedendo alla deregolamentazione e privatizzazione di beni e risorse pubbliche (il caso dell’acqua è solo l’ultimo di una lunga serie);
-                 Disgregando lo Stato unitario repubblicano, attraverso disegni pseudofederalisti da apprendisti stregoni.


Emblematico il recente attacco, con conseguenti proposte governative di modifica, all’ Art. 41 in base ai paradigmi “libertà contro regolamentazione”, con riferimento ad un disegno che viene da lontano (come non ricordare i  < lacci e lacciuoli >  dell’allora governatore della Banca d’Italia G. Carli?), e “complessità contro semplificazione”: chiaro esempio i sistemi elettorali ultimi, dal mattarellum (approvato sotto le bombe del 1993) al porcellum, sistemi che fanno venire meno la chiara volontà di rappresentanza degli elettori.
Impoverimento delle classi medie affluenti (J.K. Galbraith); evasione fiscale di massa portata a sistema quale volano per la circolazione della liquidità e per autofinanziamento, ovvero un “keynesismo delinquenziale” (M. de Cecco); assenza di politica industriale e dei servizi e assetti strutturali economici da paese emergente con il paradosso però di avere, al contrario, le differenze sociali in rapido aumento anziché in diminuzione.
Dobbiamo essere consapevoli che il disastro economico neoliberista è andato (e andrà) in parallelo con l’attacco ai diritti costituzionali su vari fronti (A. Burgio), in particolare contro la rappresentanza e ai diritti sociali, facendo venir meno la democrazia progressiva parallelamente al declino dell’economia e alla negazione della vita democratica.

E allora: Resistenza!

Nel richiedere e lottare per avere un welfare giusto ed equo, contrastando con vigore tutte quelle azioni di politica economica di stampo liberista con chiare istanze di tipo assistenziale; opzioni, queste, spesso configgenti con il senso comune dei diritti alle persone. Andando oltre l’ideologia del pensiero unico, dove c’è solo spazio (limitato) per un welfare destinato ai meno abbienti, per la politica caritatevole, solo in apparenza altruistica.
Nel richiedere con forza programmi efficaci di riequibrio e redistribuzione dei redditi, attraverso la lotta al lavoro nero e una nuova politica fiscale più giusta e progressiva, la vera urgenza in un paese dove (ci conferma il Ministero dell’Economia) un contribuente su quattro non paga tasse, e dove ci sono più autovetture di lusso che stipendi pari al loro valore.
I nostri costituenti e padri della Repubblica, penso, sarebbero d’accordo.


Marco Foroni
Segretario Sezione A.N.P.I. don Pietro Pappagallo
Esquilino-Monti-Celio Roma

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