mercoledì 1 dicembre 2010

Risorgimento schizofrenico. Non facciamo come per la Resistenza. Un articolo di Mario Avagliano.



Un Risorgimento bifronte, a due facce, da riscoprire e da esaltare, per il “profumo” internazionale, l’alone romantico, gli slanci ideali, le eroine misconosciute, ma anche da dissacrare e da revisionare, per la violenza della guerra e dell’occupazione del Sud da parte dei «piemontesi», dipinti da taluni (Pino Aprile in Terroni, Piemme Editore) addirittura come antesignani dei nazisti. La febbrile produzione saggistica degli ultimi mesi in vista del 150° dell’Unità d’Italia ci ha restituito un ritratto un po’ schizofrenico di questo periodo cruciale della storia patria. Come se a questo nostro martoriato Paese riuscisse difficile trovare una via di mezzo tra la retorica di un Risorgimento mitizzato in stile deamicisiano, fatto solo di vedette lombarde e di tamburini sardi, e le forzature ideologiche di stampo leghista o neoborbonico di chi considera il processo unitario l’origine di tutti i mali d’Italia. Con il rischio d enunciato dallo storico Giovanni Sabbatucci di «un’altalena insensata tra agiografia e denigrazione», allo stesso modo di quanto accaduto negli ultimi anni per la Resistenza.
Le tesi revisioniste di Pino Aprile, accostato da Marcello Veneziani a Giampaolo Pansa, perché come lui cantore delle ragioni dei vinti (in questo caso i meridionali borbonici), hanno scatenato un acceso dibattito. Pierluigi Battista, dalle colonne del Corsera, ha invitato il comitato del 150° presieduto da Giuliano Amato a non «liquidare» il saggio di Aprile con un’alzata di spalle. Francesco Merlo su Repubblica ha stigmatizzato «l’invenzione del neosud», nato come reazione al mito padano, ricordando che già Croce, Gentile, Dorso, Gramsci e svariati altri avevano studiato gli aspetti sociali del brigantaggio «anche come risposta di massa all’annessione e come guerra civile». Mario Cervi su il Giornale se l’è presa col «furoreggiare di libri che insistono sulle nefandezze risorgimentali», spezzando una lancia a favore di Cavour e Garibaldi.
A parere di chi scrive, sostenere come fa Aprile che il Sud è Sud perché il Nord l’ha invaso, colonizzato e depredato, e descrivere in modo apologetico «un fantomatico paradiso borbonico» (come gli imputa Merlo) è semplicistico e manipola la verità storica.
Battista ha ragione a lanciare un appello a riconoscere i limiti e le pagine nere del processo di unificazione (una su tutte: la strage di Pontelandolfo nel Beneventano, nel 1861). Lo fanno ad esempio Gigi di Fiore in Gli ultimi giorni di Gaeta (Mondadori) e Giordano Bruno Guerri in Il sangue del Sud (Mondadori), il primo documentando il sanguinoso atto finale della conquista del Regno delle Due Sicilie e l’altro ritornando con ricchezza di fonti e di dati sulle motivazioni sociali del brigantaggio. Già Carlo Levi, in Cristo si è fermato ad Eboli, osservò che al Sud «salvo poche eccezioni, i contadini erano tutti dalla parte dei briganti».
Tuttavia il successo di vendite del libro di Pino Aprile e la riedizione di saggi come Unità d’Italia, nascita di una colonia di Nicola Zitara (Jaka Book), nel quale si parla di «una sub-nazione meridionale conquistata, colonizzata e sfruttata da una sub-nazione settentrionale», rischiano di alimentare un revisionismo tendenzioso che tenta di cassare il Risorgimento come mito fondativo della Nazione e asseconda le pulsioni separatiste e di revanche del sud o del nord. Per questo il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha ritenuto necessario difendere con forza il movimento risorgimentale da «giudizi sommari e pregiudizi volgari sul quel che fu nell'800 il formarsi dell'Italia come Stato unitario».
Ben venga allora un saggio come Viva l’Italia! (Mondadori) di Aldo Cazzullo, in cui si afferma fuor di retorica che bisogna invece essere orgogliosi del Risorgimento così come della Resistenza, che ne ereditò in larga misura lo spirito patriottico (non a caso le brigate partigiane scelsero di denominarsi “Garibaldi” e “Mazzini”), e di quel tessuto di eroi ancora sconosciuti ai più (come i volontari della Grande Guerra o il colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, capo della Resistenza militare) che hanno testimoniato anche al prezzo della vita l’identità di un’Italia che è sempre stata migliore di come veniva descritta. Di un Paese, per dirlo con le parole di Cazzullo, che è e resta «insostituibile».

Mario Avagliano (pubblicato su Il Mesaggero, 28 novembre 2010)

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