mercoledì 6 ottobre 2010

Indicazioni e considerazioni per il dibattito congressuale. Di Massimo Rendina

Nell’accingermi ad avviare i lavori congressuali dell’ANPI di Roma e Lazio e a lasciare gli incarichi direttivi, ritenendo indispensabili nuovi quadri al rinnovamento associativo, ringrazio quanti mi hanno eletto presidente provinciale e regionale, rinnovandomi il mandato, e hanno contribuito a farci acquisire, nell’ambito dell’azione coordinata dalla presidenza e dagli organi nazionali, prestigio e autorità anche al di là dei confini territoriali assolvendo ad incarichi statutari e istituzionali ma anche di rappresentanza e approfondimento storico conferiti dalle associazioni mondiali della Resistenza.
Non elenco, per ragioni di tempo e spazio, le iniziative convegnistiche, seminariali ed editoriali cui abbiamo dato vita, per limitarmi qui al tema congressuale riassumendo il mio pensiero, limitandomi quindi a indicazioni e considerazioni che giudico essenziali.
Credo prima di tutto che sia necessario prendere atto del radicale cambiamento della nostra associazione dovuto alla debilitazione per l’ età e alla progressiva scomparsa degli ultimi superstiti della Guerra di Liberazione. Ciò impone variazioni sostanziali allo statuto e all’organizzazione tali da mutare la fisionomia associativa di ex combattenti con quella di un sodalizio impegnato nella diffusione dei valori resistenziali, nella loro promozione, difesa e valorizzazione quale patrimonio della nazione e magistero del suo sviluppo democratico.
L’illusione che il problema del ricambio dei quadri direttivi sia dilazionabile compromette il futuro dell’ANPI, non corrisponde alle attese e alla domanda di continuità nella novità politica e sociale secondo quanto la logica e le stesse forze politiche e sociali ci chiedono.


Con quali intenti deve nascere la nuova ANPI? Appare necessario, per definire il nostro ruolo nella società, nella quale hanno un peso decisivo la globalizzazione del pianeta e la trasformazione di fondamentali fattori sociali e individuali, compiere un’analisi obbiettiva e documentata della realtà politica e sociale internazionale e nazionale nella quale viviamo e operiamo, con particolare riguardo ai diritti e doveri di cittadinanza e ai problemi connessi alla libertà e alla promozione degli esseri umani, alla loro condizione materiale e spirituale.
Non è superfluo ricordare in proposito che assieme alle operazioni militari che erano pregnanti nella guerra di Liberazione ovunque combattuta c’era l’idea, anch’essa dominante, che, antitetica alle ideologie del fascismo, del nazismo e dell’imperialismo giapponese, fosse da affermare la centralità della persona nella società, in ogni società. Reputo dunque che la continuità dell’ANPI debba rifarsi a quel principio che si connette con i principi della giustizia sociale e della dignità umana, marxisti, cristiani, liberali che fossero nella Resistenza italiana e anche oggi irrinunciabili.
Si tratta di prendere atto che le speranze e le mete sociali sorte e sancite dalla Guerra di Liberazione si sono andate disperdendo sino ad a annullarsi senza che esauritasi la Guerra Fredda con la caduta del Muro di Berlino, superata la fase di Tangentopoli, si sia proceduto a quel revisionismo positivo del passato e al rinnovamento della politica lasciando che da una parte la critica ai partiti degenerasse -mi si perdoni la semplificazione- nel berlusconismo e dall’altra. a dimensioni internazionali, ma tali da incidere profondamente nel nostro sistema, nel liberismo dominato dai potentati finanziari.
Per quanto ci riguarda direttamente, non è stata compiuta dall’ANPI la ricerca pur sentita e richiesta dai nostri iscritti sulle istanze e i valori resistenziali esposti allora con cautela e opportuna reticenza dai partiti del CLN per tema di divisioni, tradotti in termini politici e di prospettiva statuale dai Padri Costituenti , spinti tuttavia, questi, al compromesso (peraltro nobile ed esemplare) tra le ideologie per salvaguardare l’unità dei promotori. Sarebbe stato realistico superare la convinzione che la Costituzione fosse il punto di arrivo e conclusivo di un lavoro legislativo atto a salvaguardare i principi democratici.
E’ stato in certo modo l’alibi per non risalire alla Resistenza come fonte di una nuova concezione della persona e della società che troviamo espressa nella Costituzione in termini che oggi esigono un supplemento per coniugare più marcatamente la libertà con la giustizia sociale, e, andando oltre, per operare in campo internazionale contro l’impotenza dell’ONU a impedire la tragedia immane del sottosviluppo, le guerre, il terrorismo, il dissesto ecologico, la politica delle superpotenze tali per il possesso di arsenali atomici. Sono osservazioni elementari che si collegano direttamente con la Resistenza come movimento culturale e politico internazionale. Da questo concetto occorrerà ripartire.
A questo punto c’è però da chiedersi quale collocazione deve avere l’ANPI nel contesto politico. Pur ammessa l’obsolescenza semantica delle categorie sociali a cominciare dalle definizioni di destra e sinistra la diffida pervenutaci dalla nostra Presidenza Nazionale a dirci di sinistra ingenera l’equivoco relativo sia all’ abbandono della nostra tradizionale linea politica sia al rapporto di collaborazione con i partiti politici, movimenti, sindacati, associazioni che vogliono attuati i dettami costituzionali per il conseguimento di una comunità improntata alla giustizia sociale. Il ricorso storico al CLN come organismo unitario di partiti dalle ideologie diverse, anche antitetiche non regge se appunto si considera come i costituzionalisti le hanno accolte e conciliate dando al lavoro, e al diritto al lavoro, il ruolo preminente nella società e sottoponendo la stessa proprietà privata all’ interesse comune.
Scontata dunque la continuità senza i superstiti della Resistenza, si pongono preliminarmente al dibattito congressuale alcune domande concernenti:
1) il rapporto con l’autorità tutoria rappresentata dal Ministero della Difesa che considera l’ANPI come associazione di reduci del Secondo Conflitto Mondiale nella maggioranza appartenenti al CVL- Corpo Volontari della Libertà riconosciuto tra i corpi militari dello Stato;
2) il ruolo dell’ associazione nella società;
3) il suo conseguente rinnovamento organizzativo e dei quadri dirigenti centrali e locali, obbligato dal ricambio generazionale.
Venendo a mancare il carattere di rappresentanza militare verranno a mancare i contributi del Ministero della Difesa, da sostituire possibilmente con le provvidenze statali alle fondazioni e associazioni culturali, e affidandosi all’ autofinanziamento mediante il tesseramento.
Per quanto riguarda i problemi emergenti non può essere trascurato, ripeto, quello inerente all’ecologia cui si connette lo sfruttamento delle risorse e la necessità di considerare le tesi della decrescenza. L’element6 centrale del dibattito congressuale diventa perciò la funzione che l’ANPI assume nel mondo culturale, sociale, politico con la sua propria nuova fisionomia, in coerenza con la sua storia e vocazione, e conseguente alle richieste e aspettative della società.
Il progetto che sortirà dal dibattito congressuale di Roma e Lazio potrà avvalersi delle esperienze compiute sia dal comitato provinciale, sia da alcuni circoli e sezioni nel territorio. Esperienze positive e propedeutiche. Una tra tutte da prendere in considerazione anche per l’avvenire, è il ruolo dell’ANPI come luogo di incontro e confronto tra forze politiche, sindacali e di rappresentanza della società civile, offendo loro il modo di superare diffidenze e remore al punto da costituire a Roma, forse unico caso nel Paese, un comitato di coordinamento che assieme alle associazioni resistenziali e antifasciste annovera i partiti politici, i sindacati, l’associazionismo culturale e sociale.
L’ANPI che nascerà dal congresso dovrà pertanto proporsi come servizio culturale e politico indispensabile quale punto di riferimento per i valori storici di cui è portatrice, senza tentazioni competitive con gli Istituti Storici della Resistenza, collaborando con loro nell’attività di ricerca, documentaria e didattica, riconoscendone la preminente funzione scientifica. Ma non potrà estraniarsi dalla politica, socialmente la più avanzata, senza identificazioni e soggezioni partitiche riconoscendo però nei partititi la funzione e il ruolo indispensabili alla struttura democratica e al suo progresso.

Massimo Rendina

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