lunedì 16 marzo 2020

16 marzo 1978: le Brigate Rosse rapiscono Aldo Moro uccidendo gli uomini della sua scorta

Il 16 marzo 1978, giorno della presentazione del nuovo governo Andreotti, l'auto che trasportava Moro dalla sua abitazione alla Camera dei deputati, fu intercettata da un commando delle Brigate Rosse all'incrocio tra via Mario Fani e via Stresa. Le Brigate Rosse uccisero, in pochi secondi, i cinque uomini della scorta (Domenico Ricci, Oreste Leonardi, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera, Francesco Zizzi) e sequestrarono il presidente della Democrazia Cristiana.



https://www.anpi.it/donne-e-uomini/2943/aldo-moro

Nato a Maglie (Lecce) il 23 settembre 1916, ucciso dalle Brigate a Rosse il 9 maggio 1978, laureato in Giurisprudenza e docente di Filosofia del Diritto, cinque volte presidente del Consiglio, presidente della DC.
Aveva iniziato ad interessarsi di politica tra il 1943 e il 1945 e nel 1946 era già tra i “Padri costituenti”. Rapito il 16 marzo 1978 (quando era ormai riuscito a convincere i democristiani della necessità di un “governo di solidarietà nazionale”, con la presenza del PCI nella maggioranza parlamentare), Moro fu eliminato il 9 maggio successivo, dopo una prigionia di 55 giorni. Nella ricorrenza del 33° anniversario del ritrovamento del cadavere di Moro (cui resti furnono fatti trovare in una Renault 4 rossa in via Caetani, emblematicamente vicina alle sedi nazionali della DC e del PCI), il professor Gotor, dell’Università di Torino, ha tenuto alla Camera dei deputati questo discorso:



“Desidero anzitutto ringraziare il presidente della Camera, l'on. Gianfranco Fini per la sua presenza, gli altri autorevoli relatori che sono intervenuti e che seguiranno, ed esprimere la mia gratitudine all'on. Enzo Carra, presidente dell'associazione “Visioni contemporanee”, il quale ha voluto promuovere questo incontro e invitarmi a partecipare.
Siamo qui per ricordare Aldo Moro nell'anniversario del suo barbaro assassinio, avvenuto 55 giorni dopo la strage di via Fani e la morte dei 5 agenti della sua scorta. Come è noto il prigioniero, nel corso del suo sequestro, non scrisse solo delle lettere, ma anche il cosiddetto memoriale: 245 fotocopie, al quale ho dedicato un libro uscito presso l'editore Einaudi: Il memoriale della Repubblica. Gli scritti di Aldo Moro dalla prigionia e l'autonomia del potere italiano.
In questa sede vorrei approfondire la parte a suo modo "storiografica" del memoriale di Moro dedicata all'analisi delle relazioni della Dc nel corso del trentennio repubblicano. Un argomento che l'uomo politico affronta e scioglie con un particolare quanto inevitabile accento autobiografico teso a spiegare e a testimoniare il proprio ruolo politico nel concorrere a definire i vari passaggi di fase. La sua vita coincide per intero con un periodo costituente della democrazia italiana. Il prigioniero, nel corso di un lungo brano in cui rievocava la sua formazione, metteva in luce il passaggio dall'Azione cattolica all'esperienza dentro la Dc, precisando di essere giunto, insieme con altri, a questa decisione «con una certa ingenuità, freschezza e fede». Gli obiettivi erano in continuità con l'impegno precedente: «aggiornare la vecchia (e superata) dottrina sociale cristiana, ormai in rapida evoluzione, alla luce del Codice di Malines e di quello di Camaldoli; dare alla proprietà, di cui allora si parlava ancora con un certo rilievo, un'autentica funzione sociale» e rappresentare «in armonia con la tradizione popolare del Partito una politica nella quale davvero gli interessi popolari, con le molteplici istituzioni collaterali, fossero dominanti».
Moro ricordava con accenti di rimpianto la stagione del suo lavoro alla Costituente, ove, insieme con il gruppo dei cosiddetti «professorini» si era molto impegnato nella costruzione delle fondamenta della casa comune. Un periodo «entusiasmante», «con uomini come Togliatti, La Pira, Basso, Marchesi, Dossetti», fattivo e collaborativo, in cui aveva imparato la pratica dell'ascolto e il senso del limite.
A rompere il clima di collaborazione civile e politica intervenne la frattura del 1947-1948 dovuta - secondo il parere di Moro - al mutamento del quadro internazionale e alla necessità economica italiana. Essa si realizzò dopo il viaggio di De Gasperi negli Stati Uniti nel gennaio 1947. Il prigioniero ricordava la sua trepidazione per il repentino cambiamento di strategia del quadro politico perché temeva che ne sarebbe potuto conseguire un «dissesto» per il paese: e concludeva, «mi rimase il senso di una cosa grossa che veniva e che avrebbe pesato nel corso del tempo».
In seguito cominciarono le fasi più politiche, quelle che portarono all'elaborazione della strategia del centro-sinistra che «si affacciava - spiegava l'uomo politico - come fatto non eludibile. S'iniziava cosi lo spostamento verso sinistra dell'asse politico del Paese, anche per l'insistenza dei partiti intermedi e per robuste ragioni politiche, delle quali ogni osservatore sereno non può disconoscere la validità». La stella polare della Dc, che sempre più andò corrispondendo con la linea dell'azione di Moro, consisteva nell'identificazione di una comune radice costituzionale con il Partito socialista e con quello comunista, in cui la diversa collocazione internazionale, prima di entrambe le forze politiche e poi del solo Pci, costituiva la radicale e problematica differenza di fondo che rendeva il sistema politico italiano una «democrazia difficile».
Da questa ferrea constatazione scaturì la strategia di Moro, impegnata ad allargare i confini della democrazia italiana, includendovi negli anni Sessanta il Psi e negli anni Settanta il Pci in quanto forze autenticamente popolari. Si trattò di un progressivo allargamento dell'area democratica, in cui la Dc ottenne in cambio il riconoscimento della sua indiscutibile e necessaria centralità politica. Questo processo di accentramento del sistema avvenne in virtù della fluidità e della malleabilità dell'azione politica di quel partito che, essendo divenuto l'arbitro e il giudice dei destini altrui, esprimeva la propria temperata egemonia. Come Moro ebbe a dire nel suo ultimo discorso del 28 febbraio 1978 ai gruppi democristiani di Camera e Senato per persuaderli dell'opportunità di sostenere una maggioranza in cui fosse di nuovo presente il Pci dopo il 1947: «Quello che è importante è preservare l'anima, la fisionomia, il patrimonio ideale della Democrazia Cristiana [...] La nostra flessibilità ha salvato fin qui - più che il nostro potere - la democrazia italiana».
Come ha notato Mino Martinazzoli, l'idea di Moro di portare al centro tutte le forze popolari perseguiva l'obiettivo di ricomporre le fratture ideologiche per creare le condizioni di una competizione nuova e più efficace per il sistema italiano, incapace sino a quel momento di coniugare rappresentatività e decisione. Nelle intenzioni di Moro, tra la fluidità della società civile e il sistema parlamentare dei partiti, si sarebbe dovuto stabilire un nesso continuo: solo con la progressiva riduzione del distacco tra le grandi masse della popolazione e il sistema politico parlamentare ereditato dall'Italia liberale e prefascista, sarebbe stato possibile garantire il passaggio a una democrazia compiuta e dunque il realizzarsi delle condizioni per un'alternanza di governo. Ma nella testa dell'uomo politico questo era un cammino lento e graduale, che doveva procedere per tappe, assicurandosi prima di ogni nuovo passo che il precedente fosse stato assimilato e solidificato. La scalata della montagna italiana esigeva prudenza. Pertanto, l'idea che Moro volesse governare con il Pci, persuaso del valore progressivo di quell'alleanza, corrisponde a una ossessiva o malevola caricatura dei suoi avversari. Sia da libero, ad esempio nel discorso di Benevento del 18 novembre 1977, sia da prigioniero più volte egli palesò il carattere difensivo e circoscritto di quell'accordo. Esso scaturiva dal corpo della crisi italiana di cui costituiva una possibile quanto difficile soluzione di compromesso in ragione della collocazione internazionale del Pci che rendeva strutturalmente impraticabile l'alternativa e avrebbe comunque richiesto un lungo percorso di legittimazione e revisione ideologica.
Dentro il disegno fluente e apparentemente malleabile di Moro vi era anche un profilo di statista, che si espresse in duplice modo: da un canto, perseguendo l'obiettivo di allargare progressivamente la base democratica del paese, a partire dalla convinzione che esso andasse civilizzato nelle sue forme politiche anche al costo di perdere una quota di influenza del proprio partito; dall'altro, rivendicando in modo costante l'autonomia nazionale dell'Italia insieme con il diritto delle sue classi dirigenti di decidere da sole il proprio destino politico e civile.
Nello spiegare il suo ruolo nel partito il prigioniero ricordò ai suoi sequestratori che «non ero depositario di segreti di rilievo né ero il capo incontrastato della D.C. Si può dire solo che in essa sono stato presente ed ho fatto il mio gioco, vincendo o perdendo, anzi più perdendo che vincendo, per evitare una involuzione moderata della D.C. e mantenere aperto il suo raccordo con le grandi masse popolari».
L'involuzione moderata della Dc. Questo fu l'argine che si ruppe con la morte di Moro. In un certo senso, è vero che il movimento della storia ritornava indietro, ma non ai tempi precedenti la frattura del 1947 come previsto dal prigioniero, bensì alla cesura del 1959, quando era nata la corrente dorotea, antisocialista negli anni Sessanta e coerentemente anticomunista nel decennio successivo, ma disposta, a partire dal 1979, a stringere la mano al socialista autonomista Craxi che seppe farsi trovare pronto e pieno di energia all'appuntamento con il potere. Si ritornava al 1959, ma senza di lui perché quel punto di equilibrio e di incontro comune non serviva più.
Secondo Moro, al di là del suo destino personale, il prezzo politico pagato per questa soluzione, già maturata negli anni Settanta, avrebbe vieppiù favorito l'allignare della corruzione nella vita del paese e contribuito a provocare la crisi della forma partito.
Il prigioniero non era ottimista riguardo al livello raggiunto dalla corruzione partitocratica perché, nella sua valutazione, essa poggiava su cause oggettive di carattere interno e internazionale. Come spiegò Giovanni Moro in un'intervista del 1998, il padre, nel rivendicare il ruolo della Dc, aveva tematizzato come pochi il conflitto tra sistema politico e società italiana, acutamente consapevole della perdita di autorevolezza e della delegittimazione dei partiti che non avrebbero più potuto rivendicare il monopolio della dimensione pubblica. Sotto questo profilo Moro, sia da libero sia da prigioniero è stato il politico italiano che meglio di ogni altro si rese conto della crisi delle regole democratiche, intesa come difficoltà del sistema di governo parlamentare di risolvere il dilemma tra rappresentanza e decisione. Un problema comune a tante democrazie occidentali, ma che in Italia, ancora trent'anni dopo, si avverte con particolare urgenza. Moro, con la sua insistenza sulla presenza nella penisola di una destra profonda e non completamente espressa, sembrava ricordare che la nazionalizzazione delle masse nel nostro paese era avvenuta sotto il fascismo e dunque aveva assunto caratteri inevitabilmente autoritari. Una miscela particolare di iperpolitica e di antipolitica che la crisi degli anni Settanta avrebbe riportato in auge, naturalmente sotto forme nuove. Un fattore obiettivo che avrebbe condizionato gli sviluppi della qualità della democrazia italiana nel lungo periodo, favorendovi l'attecchimento, più che altrove, di modelli populistici e plebiscitari, di cui nelle pagine di Moro si legge in controluce la previsione.
Il discorso tuttavia riguarda più in generale il nostro paese perché Moro meglio di chiunque altro ha colto la portata della necrosi esistente tra sovversione armata e consociativismo, un processo progressivo e convergente che ha aumentato gli effetti di un sistema bloccato, avviandolo a un vero e proprio blocco di sistema, quello che stiamo vivendo nella fase attuale.
A mio parere la riflessione di Moro sopravvive ancora oggi per la sua capacità di difendere e di promuovere in ogni sede un'idea laica della politica, pur essendo egli animato da un sentimento religioso e da una fede tanto viva e complessa nel Dio cristiano; per il suo rifiuto di ogni alchimia elettoralistica in favore di una politica forte, robusta, curiosa, caratterizzata da un dialogo continuo tra partiti, movimenti, tendenze che realmente esistono nella società, a prescindere dall'ideologia e dalla propaganda con cui si rappresentano; per la sua fastidiosa convinzione che il radicalismo e il moderatismo siano due italiche attitudini molto meno antagonistiche di quanto si vorrebbe credere, che anzi si autoalimentano a vicenda, rendendo in Italia ogni sforzo riformatore un esercizio sempre difficile, a tratti pericoloso. Forse, a tali condizioni, si può accogliere la sfida profetica di Moro, quella sua pretesa di restare come «un punto irriducibile di contestazione e di alternativa», trentatré anni dopo, ancora.



Discorso di Aldo Moro pronunciato a Bari per il trentennale della Resistenza (21 dicembre 1975)

Discorso di Aldo Moro pronunciato a Bari
per il trentennale della Resistenza
(21 dicembre 1975)
L’Italia rivive cosi una drammatica ma esaltante esperienza ed approfondisce la sua identità nazionale. Quella identità nazionale appunto che si rivela in momenti di svolta, destinati ad esercitare una decisiva influenza nella storia dei popoli.
La Resistenza fu uno di questi momenti. Ad essa dunque, ancora oggi, facciamo riferimento. Ad essa ci rivolgiamo come al luminoso passato, sul quale è fondato il nostro presente ed il nostro avvenire.
La Resistenza fu lo scatto ribelle di un popolo oppresso, teso alla conquista della sua libertà. Ma essa non fu solo un moto patriottico-militare contro l’occupante tedesco, destinato, perciò, ad esaurirsi con la fine del conflitto mondiale. La Resistenza viene da lontano e va lontano. Affonda le sue radici nella storia del nostro Stato risorgimentale. E’ destinata a caratterizzare l’epoca della rinnovata democrazia italiana. Un dato storico è da mettere in rilievo: alla Resistenza parteciparono, spontaneamente, larghe forze popolari, e non solo urbane, ma della campagna e della montagna. Furono coinvolti ad un tempo il proletariato di fabbrica, che difendeva gli strumenti essenziali del suo lavoro, e la realtà contadina. Alle azioni gloriose delle formazioni partigiane e del nostro corpo di liberazione, schierati in battaglia, si accompagnò un’infinità di episodi spontanei, il più delle volte oscuri o poco noti, che rappresentarono l’immediata risposta delle popolazioni alle sopraffazioni delle brigate nere o dell’esercito nazista, una risposta data anche fuori dai centri urbani, nei più sperduti paesi rurali, nelle zone collinari e pedemontane. Questa Resistenza più ramificata e diffusa, che non è stata classificata tra le operazioni delle divisioni partigiane direttamente impegnate nello scontro armato, si è collegata molto spesso al ricordo delle lotte lunghe e tenaci che le leghe, contadine avevano condotto in tante regioni: dal Veneto alla Toscana, all’Emilia, alle Puglie, contro lo squadrismo agrario e le violenze nazionalistiche o fascistiche degli anni venti e anche oltre. Ma non era mero ricordo, bensì un dato vitale, una sorta di impegno civile, che ha immesso nella Resistenza fattori sociali connessi con la storia delle grandi masse popolari, a lungo escluse dalla partecipazione alla vita dello Stato unitario. La Resistenza supera cosi il limite di una guerra patriottico-militare, di un semplice movimento di restaurazione prefascista, come pure da talune parti si sarebbe allora desiderato. Diventa un fatto sociale di rilevante importanza.
A lungo si è ripetuto che alla piena esplicazione della Resistenza ha nociuto il peso negativo rappresentato dal Mezzogiorno, che non ha compiuto l’esperienza della lotta partigiana del Nord Italia. Gli storici tendono ora a correggere questa visione dualistica, di un Nord, proiettato verso una peraltro indefinita rivoluzione, e un Sud, ancora una volta “palla al piede” dello sviluppo italiano. Il rapporto tra Mezzogiorno e Resistenza è complesso. Non va dimenticato, nello sfondo, ciò che pagarono le campagne del Mezzogiorno al fascismo. E’ vero, fu avviata una politica di bonifiche che consentì in un secondo tempo la formazione di ceti agrari più progrediti, meno attaccati alla esclusiva conservazione della rendita. Ma quel poco che si fece sotto il fascismo per il Sud, ebbe come corrispettivo il blocco dell’emigrazione interna, una politica di bassi salari, sperequazioni tributarie e pesanti vincoli contrattuali nelle campagne. Il programma fascista di un’Italia rurale ed eroica portò in realtà ad un eccesso di popolazione contadina, costretta a vivere entro strutture economiche rimaste arcaiche e statiche e perciò prive, di impulsi creativi. Crollato il fascismo e liberato il Mezzogiorno dalle truppe alleate, non per caso ancora una volta furono le campagne a muoversi. Si trattava della lotta al latifondo e della riforma agraria, cioè di una delle esperienze più significative di questo dopoguerra, che ha consentito lo svilupparsi di un grande movimento contadino nel Sud ed ha impegnato i governi in un notevole sforzo, nel suo insieme positivo. Ma, tornando agli anni cruciali che vanno dalla fine del ’43 a tutto il ’45, non ci sembra si possa dire che il Mezzogiorno fu una remora alla realizzazione degli ideali della Resistenza. Non vanno dimenticati gli intellettuali meridionali schierati sul fronte della libertà. Eppoi parlano le cose. Il Sud ha dato con profonda convinzione il suo apporto alla guerra di liberazione e ai primi atti dei governi della coalizione antifascista; ha contribuito al crollo degli eserciti nazifascisti, facilitando l’avanzata di quelli alleati; ha visto la nascita e l’affermarsi delle prime libere manifestazioni politiche dei partiti antifascisti; ha scritto con la insurrezione napoletana una tra le pagine più belle della Resistenza. (…)
Si è anche talvolta affermato che la Resistenza sarebbe stata tradita nel suo significato più autentico e che il graduale ritorno alle vecchie strutture dello stato prefascista avrebbe sancito una continuità statale di vecchio tipo. Se la polemica non fa velo, credo possa apparire evidente a tutti il grande salto di qualità che si è compiuto passando dallo Stato prefascista a quello nato dalla Resistenza sotto il profilo sia della struttura sia dei fini istituzionali. Non sono differenze di superficie, ma di sostanza, che riguardano anzitutto il processo di formazione e articolazione della volontà politica nazionale attraverso i partiti di massa, la consistenza democratica di base dello Stato, il suo ruolo di propulsione e di guida nella vita economica e sociale. Se vi furono aspetti di restaurazione, se vi furono remore e momenti anche di arresto nella realizzazione delle premesse ideali della Resistenza, ciò non può farci dimenticare il progresso compiuto e il senso storico-culturale della opzione politica in favore della democrazia che fu alle origini della fondazione del nuovo Stato. (…)
Con tutte le cautele e le gradualità imposte dalle esigenze della strategia alleata e dalla crescente diffidenza che divise ben presto le potenze occidentali dall’Unione Sovietica, la Resistenza fu indubbiamente molto di più di una operazione patriottico-militare. Essa agì in profondità nella vita politica del nostro Paese, dando una nuova dimensione allo Stato, arricchendo la vita democratica e creando una originale mentalità antifascista, la quale superò quella formale e parlamentaristica che aveva in certo modo caratterizzato in precedenza la opposizione al fascismo.
Lo Stato al quale i partiti democratici hanno dato vita è lo Stato che lo spirito della Resistenza e le circostanze oggettive hanno reso possibile in una valutazione globale di tutti gli interessi del Paese, interessi nazionali ed internazionali, immediati e in prospettiva. E certo occorreva uno Stato nel quale si riconoscesse il maggior numero possibile di cittadini, che fosse capace, su questa base, di ricostruire l’Italia, dandole un assetto stabile di libertà e di giustizia.
Sono questi, che ho appena ricordati, momenti della nostra vicenda trentennale sui quali è ancora aperto il giudizio storico, aperta la valutazione politica. Credo tuttavia che, pur partendo da punti di vista diversi e nella comprensibile divergenza d’opinioni sulle strade seguite e sulle soluzioni date in alcuni stretti passaggi della nostra vicenda nazionale, una cosa si possa dire e cioè che i partiti i quali si richiamano alla Resistenza e si riconoscono nella Costituzione repubblicana, ciascuno secondo la propria responsabilità ed il proprio ruolo, hanno guardato alle istituzioni democratiche, da presidiare ed accreditare nella coscienza del Paese. Via via, nel corso di questi trent’anni, un sempre maggior numero di cittadini e gruppi sociali, attraverso la mediazione dei partiti e delle grandi organizzazioni di massa che animano la vita della nostra società, ha accettato lo Stato nato dalla Resistenza. Si sono conciliati alla democrazia ceti tentati talvolta da suggestioni autoritarie e chiusure classiste. Ma, soprattutto, sono entrati a pieno titolo nella vita dello Stato ceti lungamente esclusi. Grandi masse di popolo guidate dai partiti, dai sindacati, da molteplici organizzazioni sociali, oggi garantiscono esse stesse quello Stato che un giorno considerarono con ostilità quale irriducibile oppressore. Se tutto questo è avvenuto nella lotta, nel sacrificio, è merito della Resistenza, di un movimento cioè che si è mosso nel senso della storia, mettendo ai margini l’opposizione antidemocratica e facendo spazio alle forze emergenti e vive della nuova società.
Certo, l’acquisizione della democrazia non è qualche cosa di fermo e di stabile che si possa considerare raggiunta una volta per tutte. Bisogna garantirla e difenderla, approfondendo quei valori di libertà e di giustizia che sono la grande aspirazione popolare consacrata dalla Resistenza.
Il nostro antifascismo non è dunque solo una nobilissima affermazione ideale, ma un indirizzo di vita, un principio di comportamenti coerenti. Non è solo un dato della coscienza, il risultato di una riflessione storica; ma è componente essenziale della nostra intuizione politica, destinata a stabilire il confine tra ciò che costituisce novità e progresso e ciò che significa, sul terreno sociale come su quello politico, conservazione e reazione.
Intorno all’antifascismo è possibile e doverosa l’unità popolare, senza compromettere d’altra parte la varietà e la ricchezza della comunità nazionale, il pluralismo sociale e politico, la libera e mutevole articolazione delle maggioranze e delle minoranze nel gioco democratico.
In questo ambito ed in questo spirito è responsabilità politica dei partiti l’effettuare quelle scelte di indirizzi, di contenuti e di schieramenti ritenuti meglio rispondenti agli interessi del Paese.
Trent’anni fa, uomini di diversa età ed anche giovanissimi, di diversa origine ideologica, culturale, politica, sociale; provenienti sovente dall’esilio, dalla prigione, dall’isolamento; ciascuno portando il patrimonio della propria esperienza, hanno combattuto, per restituire all’Italia l’indipendenza nazionale e la libertà.
Questo è stato il nostro grande esodo dal deserto del fascismo; questa è stata la nostra lunga marcia verso la democrazia

Vedi anche:
https://it.wikipedia.org/wiki/Aldo_Moro

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