mercoledì 23 febbraio 2011

Il processo breve ovvero il letto di Procuste. Un articolo di Giancarlo Ruggieri

Procuste era un brigante.
Costui assaliva i viandanti sulla strada da Megara ad Atene e li costringeva a sdraiarsi su un letto; se l’ospite era troppo alto rispetto alla lunghezza del letto, gli tagliava le parti sovrabbondanti e così il malcapitato moriva.
Allo stesso modo, la legge sul “processo breve” non rende più celere il corso della giustizia mediante lo snellimento dei codici di procedura, infarciti di farraginose incombenze e di meccanismi dilatori, l’approntamento di idonei strumenti e la razionalizzazione degli organici e delle sedi giudiziarie, ma, lasciando inalterata l’eccessiva durata dei processi, statuisce che, dopo un certo tempo, essi si estinguano. In altri termini, invece di fare in modo che i processi vengano rapidamente definiti, impedisce che gli stessi giungano a compimento.
Per avvalorare l’asserita bontà di tale infausta legge, il ministro di Giustizia si è infilato da solo nella classica “alternativa del diavolo”. Se, infatti, detta legge farà estinguere, secondo i suoi calcoli, soltanto l’1% dei processi, perché affannarsi tanto per fare approvare un provvedimento normativo inutile ? Ma se i processi durano, in media, 7 anni e mezzo, come il ministro pure sostiene, allora, stabilendo che dopo sei anni essi debbano “morire”, vi sarà una generale impunità.
Ma vi è di peggio ! Per giustificare questa ed altre perniciose riforme del sistema giudiziario, si sostiene avventatamente la parzialità politica dei magistrati, che sarebbero in gran parte “comunisti”, e persino dei supremi organi di garanzia, asserendosi che la Corte Costituzionale “si sa bene come è composta” e che il Presidente della Repubblica “si sa da che parte proviene”.
Tali valutazioni, potrebbero essere facilmente liquidate come sciocchezze ed insensatezze, se non implicassero un’allarmante distorsione psicologica.
Un medico non cura i propri pazienti in base alle loro idee politiche, ma tutti, indistintamente, secondo scienza e coscienza. Allo stesso modo, un giudice, qualunque giudice, si basa, nelle decisioni che è chiamato ad assumere, esclusivamente sugli elementi probatori e non già sulle idee politiche delle parti.
Questo semplice ragionamento sfugge a chi invece reputa condizionati dalle rispettive idee politiche i magistrati e persino i supremi organi di garanzia, quali la Corte Costituzionale ed il Presidente della Repubblica.
Ma fortunatamente, non tutti sono come chi professa tali distorte opinioni : l'imparzialità, oltre che un precetto costituzionale, è un connotato essenziale per chi svolga funzioni pubbliche ed un requisito imprescindibile per chi abbia retta coscienza. Il giudice, in particolare, è per sua natura e formazione imparziale e refrattario ad estranee pulsioni.
Soltanto una mentalità perversa e distorta, agitata da ontologici impulsi mercantili, invece che rettamente ispirata dal senso della Stato e dal rispetto delle Istituzioni, può tacciare i giudici di parzialità politica nell’esercizio delle loro delicate funzioni. E’ il classico caso in cui le parole, lungi dal descrivere una realtà oggettiva, riflettono, in guisa di specchio, la personalità ed il modo di pensare di chi le esprime.
Da tutto ciò e da numerose altre precorse leggi emerge con chiarezza che l’unico intendimento riformatore perseguito da questa maggioranza di governo è quello di salvare dai processi “un solo imputato”, tanto che le leggi “ad personam”, concepite dalla impropria figura del “difensore-legislatore”, sono state persino più numerose dei temuti processi, il cui esito è stato con esse condizionato ovvero eluso.
Ed allora verrebbe da dire : Quale giustizia? Quali riforme ? La salvezza di uno ha comportato il sacrificio della funzione repressiva propria della giustizia penale, essenziale per l’esistenza stessa dello Stato. E’ interessante notare che ciò è esattamente l’opposto di quanto il sommo sacerdote Caifa suggerì al Sinedrio, nel processo a Gesù : “E’ meglio che un sol uomo perisca, piuttosto che tutto il popolo.” Il principio ispiratore delle numerose leggi “ad personam”, volute da questa maggioranza di governo è, infatti, il seguente : il popolo vada pure in malora, purché uno solo si salvi !
Ma le anomalie e le distorsioni investono persino il lessico. E così, l’esigenza di eticità, anche nella politica, diventa “moralismo”, il corretto ed indefettibile esercizio della funzione giudiziaria viene definito “giustizialismo”, mentre la naturale scansione e l’osservanza dei termini processuali integrano una “giustizia ad orologeria”.
Del resto, non è certo una novità che i potenti ed i prepotenti cerchino in ogni modo di eludere e di sviare il corso della giustizia, se già verso il 700 a.C. così di ciò ci si doleva :
“E poi c’è Dike, la Giustizia, vergine figlia di Zeus,
nobile e venerata fra gli dei dell’Olimpo.
Quando qualcuno la offende e, iniquo, la disprezza,
subito si lamenta presso Zeus padre, figlio di Kronos,
del pensiero degli uomini ingiusti.
E il popolo pagherà le scelleratezze dei re,
che nutrono propositi meschini e, parlando iniquamente,
stravolgono le giuste sentenze.
(Esiodo, Le Opere, 256-262).
Stupisce poi che esponenti della maggioranza e dell’opposizione concordemente sostengano che, se non si commettono reati, tutto è permesso. E’ sufficiente, infatti, consultare un manuale di diritto, per imparare che il diritto penale costituisce non già una regola di condotta, bensì soltanto il “minimo etico”, infranto il quale, si verifica la dissoluzione stessa dello Stato. Orbene, è lecito e doveroso pretendere che i governanti non si limitino ad evitare di violare la legge penale, ma adottino anche comportamenti pubblici e privati di assoluta ed adamantina integrità. Purtroppo, sovente non viene osservata né l’una né l’altra regola di condotta e così mentre, da un lato, s’invoca la liceità di comportamenti scorretti e talvolta immorali, in quanto non penalmente sanzionati, d’altro canto, si approntano leggi immunizzanti e criminogene, atte ad eludere la responsabilità penale !
Ed allora, a ben vedere, il modello di giustizia propugnato da questa maggioranza di governo assomiglia sempre più a quello descritto dal grande poeta spagnolo Luis de Gòngora nella poesia “Da bienes Fortuna” (vv. : 21-26) :
"Se in un villaggio
un povero garzone
ha rubato un uovo,
viene impiccato,
mentre chi ha commesso mille delitti
va liberamente in giro".
Così funziona la giustizia, o almeno così funzionava in Spagna, nell’anno 1581……

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