mercoledì 6 aprile 2011

25 APRILE 2011. Una nota di Massimo Rendina


La festa della Liberazione che si celebra il 25 aprile, a 66 anni dalla sconfitta dei nazifascisti, richiama il popolo italiano al dovere di difendere la democrazia oggi insidiata da forze retrive della maggioranza di governo che si adoperano per stravolgere l’ impianto della Costituzione repubblicana che determina la comunanza tra stato di diritto e stato sociale e garantisce a ciascuno e alla collettività le libertà fondamentali. Il 25 aprile non è quindi solo l’occasione di ricordare l’insurrezione del nord Italia mentre si stava concludendo la Seconda Guerra Mondiale.
Assume il significato preminentemente politico che fa di quell’evento il punto di riferimento del nostro ordinamento statuale, della centralità della persona umana, della convivenza civile, dello sviluppo della comunità mondiale, fattore, questo, che con la globalizzazione responsabilizza allo stesso modo ogni abitante del pianeta a fronte dei conflitti armati, dei dissesti ecologici, delle ingiustizie tra aree geopolitiche, dell’ uso dissennato delle risorse naturali e delle tecnologie.
In questo scenario molti cittadini riconoscono all’ANPI il compito di sussidio alla politica, in nome dei valori dell’Antifascismo e della Resistenza collimati al presente, di integrazione politica nel cooperare con i partiti, i movimenti, l’associazionismo sociale laico e religioso, costituendo il fronte unitario della rigenerazione democratica, per fare della Costituzione l’elemento propulsivo della società rivolta al conseguimento del bene comune. Da ciò la straordinaria crescita, specie giovanile, degli iscritti alla nostra associazione. L’ANPI uscita dal 15mo congresso nazionale svoltosi recentemente a Torino, deve dunque farsi carico di tale mandato, in ogni sua struttura, liberandosi della tentazione dell’ imitazione partitica, compiendo il rinnovamento dei quadri, delle modalità stesse propedeutiche, educative e di presenza politica, imposto non solo dalla già drastica diminuzione dei partigiani, e dalla loro progressiva assenza per ragioni di età, ma dalla trasformazione antropologica e sociale nel mondo, fenomeno in atto, continuativo, ragione non secondaria del tramonto delle ideologie classiche che hanno lasciato un vuoto di idealità e progetti sociali da riempire mediante il recupero magistrale, propedeutico, etico della Liberazione.
Assistiamo nel mondo al rinnovo di tali idealità in forme non sempre definite negli esiti dell'organizzazione governativa e sociale, ma rispondenti comunque all'esigenza e aspirazione rivolte alla libertà oltre che a migliori condizioni di vita. Da ciò l'attenzione dell'ANPI e la sua solidarietà nei confronti delle rivolte contro i regimi dispotici e corrotti ma anche verso tutti i movimenti che stanno nascendo per ottenere il riconoscimenti dei diritti di uguaglianza e di partecipazione dei cittadini alla emancipazione popolare in tutte le aree geopolitiche. Il rinnovamento culturale dell'ANPI che determina il suo comportamento politico è dunque sollecitato anche dalla situazione internazionale in profonda evoluzione. Ed esige il collegamento attivo con i partiti, sindacati, associazionismo laico e religioso per orientare il nostro Paese verso scelte coerenti con il processo democratico e sociale provocato dalla Liberazione ostacolato da egoismi e privilegi che hanno preso il sopravvento sulle legittime aspirazioni del popolo italiano e sugli stessi propositi e dettami costituzionali.
Uno degli aspetti più inquietanti della situazione politica è dovuto ai vari focolai di guerra.
L’ adesione e partecipazione dell’ANPI alle manifestazioni contro la guerra sono coerenti con l’ ANPI sin dalla sua nascita. Se corrispondono alla sua vocazione, fanno parte delle iniziative e posizioni politiche che l’ assemblea congressuale di Torino ha ribadito in coerenza con i propositi della Guerra di liberazione combattuta dai partigiani perché alla sconfitta e scomparsa del nazifascismo e dell’ imperialismo giapponese seguisse la pace per sempre garantita dall’organizzazione delle Nazioni Unite costituita sul finire del conflitto mondiale anche a questo scopo. La decisione trova collocazione tra i principi più significativi della nostra carta costituzionale che si esprime per il ripudio della guerra in considerazione che non può essere, come la storia insegna, il modo di regolare le vertenze tra le nazioni e soprattutto perché comporta la perdita di vite umane non solo tra i militari ma anche tra la popolazione civile. Già nella Prima Guerra Mondiale era caduta la distinzione tra militari e civili nelle operazioni belliche. Colpire i civili, anche vecchi, donne, bambini diventa sistema connesso con la lotta armata nel secondo conflitto mondiale, con i bombardamenti intenzionali di interi quartieri delle città tedesche, come Dresda, da parte degli Alleati, di Londra da parte dei nazisti, e la cancellazione di quasi tutti gli abitanti di due città giapponesi da parte americana con l’ uso delle bombe atomiche. A ciò si aggiungano le rappresaglie e le uccisioni di civili anche scopo intimidatorio perpetrate dai tedeschi anche organizzando i campi di sterminio degli oppositori politici, di etnie giudicate indegne di vivere, di milioni di prigionieri di guerra.
Essere contro la guerra significa avere fiducia in altri sistemi a carattere economico, finanziario, politico da sperimentare restituendo potere e autorità alle Nazioni Unite. Significa denunciare le operazioni belliche mascherate da missioni di pace. Il 25 aprile non segnerà quindi un momento pacifista ispirato solo da motivi umanitari, ma un atto di doverosa assunzione di responsabilità politica.
Altro motivo, infine, sul quale riflettere: l inserimento della festa del 25 aprile di quest’anno tra le celebrazioni del 150mo dell’Unità, inserimento a pieno titolo perché fu la Guerra di Liberazione a concludere il processo unitario risorgimentale non solo dando vigore patriottico alla Resistenza, e senso al termine Patria in contrapposizione alla retorica nazionalista fascista, ma perché vi parteciparono i movimenti di massa con gli scioperi politici, e i rappresentanti di ogni regione tra le fila partigiane, anche con responsabilità di comando delle unità di guerriglia e nella composizione del CLN. Nel Risorgimento vi furono ambiguità di comportamento e contraddizioni nella partecipazione popolare, non così nella Resistenza come appare dalla storiografia più accreditata. Illuminante in questo senso è l’analisi compiuta da Aldo Moro che collega allo “spirito”della Resistenza anche i moti di emancipazione sociale delle popolazioni meridionali.

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