Il lavoro nella Costituzione:
Art. 1
L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.
Ed ecco il valore del lavoro, come attributo indispensabile della persona, proprio perché essa possa svilupparsi e realizzarsi. Un valore chiaramente espresso nell’art. 1, che fa del lavoro, addirittura, il fondamento della Repubblica.
Carlo Smuraglia, introduzione a “La Costituzione della Repubblica Italiana” – ANPI, 2015 https://www.anpi.it/media/uploads/files/2015/09/costituzione_anpi.pdf
La dignità sociale del lavoro è una pietra angolare del nostro edificio costituzionale:
“Fino a che non c’è la possibilità per ogni uomo di lavorare e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica, perché una democrazia in cui non ci sia questa eguaglianza di fatto, in cui ci sia una eguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale”. Piero Calamandrei
gli articoli 2, 3 e 4
Art. 2.
La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.
Art. 3.
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
Art. 4.
La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, una attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.
La mattina del 1° maggio 1947, circa duemila lavoratori, in prevalenza uomini con donne e bambini al seguito, muovono dai paesi di Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato e San Cipirello verso la piana di Portella della Ginestra per festeggiare il 1° maggio. La località montana, circoscritta dalle alture rocciose dei monti Pelavet, Maja e Kumeta, si riempie rapidamente di più di duemila persone, desiderose di ascoltare il comizio tenuto da Giacomo Schirò, calzolaio di San Giuseppe Jato, e di festeggiare il grande risultato conseguito alle precedenti elezioni dell'Assemblea regionale siciliana dal Blocco del Popolo, coalizione formata da candidati del Partito Socialista e del Partito Comunista. È la prima volta dall'avvento del fascismo che la Festa dei lavoratori torna ad essere festeggiata il 1° maggio: sotto il fascismo era infatti stata spostata al 21 aprile perché coincidesse con l'anniversario della fondazione di Roma.
Poco dopo che l'oratore ha cominciato il suo discorso, dal vicino monte Pelavet vengono esplose numerose raffiche di mitra, fucili e mitragliatrici che colpiscono la folla mietendo undici vittime, tra cui quattro bambini, mentre altre ventisette rimangono ferite. A sparare sulla folla inerme sono gli uomini di Salvatore Giuliano, i quali avevano tenuto in ostaggio quattro cacciatori incontrati per caso nella zona della strage al fine di evitare che potessero dare l'allarme, per poi uccidere sulla via del ritorno il campiere Emanuele Busellini, noto per essere un informatore delle forze dell'ordine. Inoltre, elle settimane successive, altre sei persone moriranno a causa delle ferite riportate.
Sebbene i vari processi susseguitisi negli anni immediatamente successivi non siano riusciti a far luce sui mandanti, appare evidente la matrice reazionaria e anticomunista della strage, cui seguirono attacchi contro le sedi delle Camere del Lavoro e del PCI in varie località delle province di Trapani e Palermo: le istanze della mafia e degli agrari si scontrano con le rivendicazioni di contadini e braccianti, che con la vittoria della coalizione social-comunista avevano cominciato a sperare in un moto di rinnovamento politico e sociale. In questo contesto la figura del bandito Giuliano, già militante del Movimento Indipendentista Siciliano e fervente anticomunista, divenne il braccio armato di chi voleva difendere ad ogni costo il mantenimento dello status quo.
La strage di Portella della Ginestra fu la prima delle molte stragi di matrice politica che insanguinarono l'Italia nel secondo dopoguerra.

