Roma, 02 maggio 2026
Il 25 aprile tra memoria, conflitto e racconto:
una riflessione a sostegno dell’ANPI
La relazione del Presidente nazionale dell’ANPI, Gianfranco Pagliarulo, presentata al Comitato Nazionale del 28 aprile, restituisce un quadro denso e complesso del significato del 25 aprile 2026. Non si tratta di una semplice ricostruzione dei fatti, ma di una lettura politica e culturale che colloca la festa della Liberazione dentro un tempo attraversato da guerre, tensioni internazionali e trasformazioni profonde degli equilibri democratici
È dentro questo scenario che il 25 aprile di quest’anno ha mostrato, con forza, un elemento che merita di essere riconosciuto senza ambiguità: una straordinaria partecipazione popolare, diffusa in tutto il Paese, capace di riportare al centro i valori dell’antifascismo, della Costituzione e della convivenza democratica. Una risposta larga, consapevole, che dimostra come la memoria della Liberazione non sia affatto un rito svuotato, ma continui a rappresentare un terreno vivo di impegno civile.
Eppure, questa evidenza è stata in larga parte oscurata. Il racconto pubblico si è concentrato quasi esclusivamente sulle polemiche, sugli scontri, sulle tensioni, producendo una rappresentazione parziale e deformata. È qui che emerge una responsabilità che, come Sezione ANPI RAI Roma, sentiamo direttamente nostra. Quando l’informazione privilegia il conflitto rispetto alla comprensione dei fenomeni, quando riduce eventi complessi a dinamiche contrapposte e semplificate, non solo tradisce la realtà dei fatti, ma contribuisce a indebolire lo spazio democratico.
Le vicende di Milano si collocano esattamente dentro questa dinamica. Non possono essere banalizzate, né ridotte a una semplice incomprensione. In una giornata che nasce per ricordare la Liberazione dal nazifascismo e per riaffermare valori condivisi, la presenza nel corteo di bandiere e simboli riconducibili all’attuale governo di Benjamin Netanyahu ha rappresentato una forzatura evidente rispetto al senso storico della manifestazione. In un contesto internazionale segnato da conflitti drammatici e da operazioni militari oggetto di forti critiche sul piano umanitario, l’introduzione di quei simboli ha inevitabilmente spostato il baricentro della giornata, alimentando tensioni e divisioni.
Affermare questo non significa negare il diritto di espressione, né tantomeno mettere in discussione identità, appartenenze o comunità. Significa, al contrario, difendere il carattere unitario del 25 aprile, preservarne il significato profondo, evitare che venga piegato a logiche di contrapposizione legate ai conflitti contemporanei. La distinzione tra le responsabilità dei governi e il rispetto dei popoli e delle comunità è, e deve restare, un principio irrinunciabile.
Ciò che colpisce, tuttavia, è il modo in cui queste vicende sono state raccontate. La relazione mette in evidenza una distanza significativa tra i fatti e la loro rappresentazione pubblica, una trasformazione che ha finito per oscurare il dato principale – la partecipazione popolare – e per alimentare una narrazione polarizzata, spesso lontana dalla realtà . In questo processo si inserisce anche un tentativo, più o meno esplicito, di delegittimazione dell’ANPI, della sua funzione e del suo ruolo nella società
Per chi opera nel sistema dei media, e in particolare nel servizio pubblico, questa non è una questione secondaria. Il pluralismo non può ridursi a una sommatoria di contrapposizioni, né l’informazione può trasformarsi in un dispositivo che amplifica il conflitto a scapito della verità. Raccontare il 25 aprile significa assumersi la responsabilità di raccontare la democrazia, con rigore, equilibrio e profondità.
A rendere ancora più grave il quadro è il segnale rappresentato da episodi di violenza che hanno colpito iscritti all’ANPI, come nel caso dell’aggressione avvenuta a Roma . Non si tratta di fatti isolati da archiviare rapidamente, ma di segnali che interrogano il clima democratico del Paese e che richiedono attenzione, vigilanza e una chiara assunzione di responsabilità collettiva.
Alla luce di tutto questo, la Sezione ANPI RAI Roma esprime un convinto e pieno sostegno alla Presidenza nazionale dell’ANPI e alle articolazioni territoriali, a partire da quelle che si sono trovate a gestire situazioni particolarmente complesse. Difendere l’ANPI significa difendere un presidio fondamentale della democrazia italiana, un luogo di memoria attiva e di impegno civile.
Ma significa anche, per chi lavora nell’informazione, interrogarsi sul proprio ruolo. Perché il modo in cui raccontiamo il presente contribuisce a determinare la qualità della nostra democrazia.
Difendere il 25 aprile oggi vuol dire difendere uno spazio pubblico condiviso, sottrarlo alle distorsioni, restituirgli il suo significato più autentico. Vuol dire riaffermare, con chiarezza, che la memoria della Liberazione non può essere ridotta a terreno di scontro, ma deve continuare a essere un punto di riferimento comune.
Per questo, sentiamo di poter dire, con convinzione:
giù le mani dal 25 aprile, giù le mani dall’ANPI.
E, insieme, una richiesta altrettanto netta:
più verità, più responsabilità, più servizio pubblico.
