venerdì 5 luglio 2013

Comunicato Stampa: Convegno con l'Anpi sulla Guerra di Liberazione alla Scuola di Fanteria di Cesano

Convegno con l'Anpi sulla Guerra di Liberazione alla Scuola di Fanteria di Cesano

Oggi a Cesano, dalle ore 9.30 alle ore 12, presso la Scuola di Fanteria dell'Esercito, si è tenuto un convegno sulla Guerra di Liberazione con la partecipazione del presidente e del vicepresidente del comitato provinciale dell'Anpi Roma, Vito Francesco Polcaro e Ernesto Nassi, in occasione del 70° anniversario della Resistenza.

I due relatori hanno affrontato il tema della Resistenza al nazifascismo, del forte legame tra il movimento partigiano, le bande militari autonome e il Corpo Italiano di Liberazione e dello spirito unitario e patriottico che caratterizzò tutti gli italiani che parteciparono alla guerra di liberazione dall'occupazione tedesca e la lotta contro la restaurazione del fascismo nel periodo settembre 1943-aprile 1945.
Comunicato stampa dell'11 novembre 2012
Comunicato Stampa del 3 maggio 2013

Di seguito gli interventi di Polcaro e Nassi

Intervento di Vito Francesco Polcaro
Presidente del Comitato Provinciale ANPI di Roma
alla Scuola di Fanteria dell’Esercito

5 luglio 2013.

 
L’esposizione di Ernesto Nassi ha ben spiegato il contributo dato da decine di migliaia di militari fedeli alla Patria alla liberazione dell’Italia.

Resta solo da capire perché questi militari e i Partigiani che hanno combattuto con loro, appoggiati dalla larga maggioranza del popolo italiano, abbiano deciso di subire patimenti inenarrabili, rischiare la vita e spesso perderla per combattere il nazifascismo. Per capirlo bisogna in primo luogo capire cosa è stato il fascismo.

Qual è l’essenza del fascismo e del nazismo? La definizione è il connubio tra il volere perseguire alcuni obiettivi politici senza alcuna mediazione e l’uso di una violenza smisurata per raggiungere quegli obiettivi. Non è facile capire questa essenza per noi che viviamo in uno Stato democratico, ma forse un paragone può aiutare.

Qui certamente non c’è, ma certamente avete sentito parlare da qualcuno del fenomeno del “nonnismo”: un gruppo si attribuisce da solo un riconoscimento di superiorità su tutti e usa la violenza fisica e morale sugli altri per farsi riconoscere questa superiorità. Ai “nonni” è permesso tutto. Agli altri non è permesso nulla, tranne l’obbedire senza discutere ad ogni prepotenza, senza alcuna possibilità di opporsi. Così è stato durante il ventennio fascista: ai fascisti era permesso tutto, a chiunque altro era permesso solo di obbedire, senza poter contare su nessuna autorità che ripristinasse la giustizia e proteggesse dai soprusi.

L’essenza del fascismo è quindi uno Stato forte, nelle mani di un solo gruppo, capace e disposto a mostrare la sua forza, anche nella forma della pena di morte. Questo vuol dire un monopolio assoluto del potere, anche quello che non viene dalle armi. Vuol dire una profonda contrapposizione con un nemico onnipresente, come gli ariani contro i non ariani, glorificando i primi e demonizzando i secondi. E vuol dire una visione della guerra come un’attività ordinaria dello Stato, rendendola normale, eterna addirittura.

Si è diffusa la falsa idea di un fascismo “buono” e “mite”, contro la verità e la realtà, a fronte dei tremila morti del primo periodo del fascismo, delle persecuzioni di chi non era fascista, delle guerre di aggressione, anche con l’uso di gas asfissianti, a popoli che non ci avevano fatto nulla, delle leggi razziali e infine della guerra mondiale in cui sono state mandate al massacro centinaia di migliaia di giovani, si sono causate stragi di decine di migliaia di civili coinvolti contro il loro volere nella guerra e si è rovinato e distrutto il Paese.

Parole come “Patria” e “Nazione” erano divenute pressoché impronunciabili, tanto erano collegate ad una concezione autoritaria in cui la patria non poteva essere senza aggettivi, ma doveva essere la patria fascista, mentre il concetto di appartenenza, che è alla base della nozione di “Nazione”, veniva frantumato dalle leggi razziali e dalle persecuzioni degli oppositori.

La lotta partigiana in Italia fu perciò caratterizzata dall’impegno unitario di tutto il fronte delle opposizioni che il fascismo con la violenza e la persecuzione aveva tentato di stroncare con ogni mezzo. Cattolici, comunisti, liberali, socialisti, azionisti, monarchici, anarchici, persone che non avevano fatto alcuna esplicita scelta politica ma che volevano la libertà, donne ed uomini che fino a quel momento non avrebbero mai supposto di dovere impugnare un’arma, militari e suore, giovani e vecchi, ebrei e sacerdoti, studenti ed operai, contadini ed impiegati, docenti universitari ed analfabeti trovarono intesa ideale e organizzativa sotto il comune obiettivo della democrazia.

È in quella scelta che si trovano le radici dell’Italia repubblicana.

E’ stato il Presidente Napolitano ad esprimere bene questo concetto, con una frase che merita di essere integralmente richiamata del suo discorso di apertura nelle celebrazioni per il 150esimo dell’unità d’Italia nel 2011:

 “L’Italia poté nel 1945 ricongiungersi come Paese libero e indipendente nei confini stabiliti dal Trattato di pace grazie a tre fattori decisivi: quel moto di riscossa partigiana e popolare che fu la Resistenza, di cui nessuna ricostruzione storica attenta a coglierne limiti e zone d’ombra può giungere a negare l’inestimabile valore e merito nazionale; il senso dell’onore e la fedeltà all’Italia delle nostre unità militari che seppero reagire ai soprusi tedeschi e impegnarsi nella guerra di Liberazione fino alla vittoria sul nazismo; la sapienza delle forze politiche antifasciste, che trovarono la strada di un impegno comune per gettare le basi di una nuova Italia democratica”.

È grazie alla scelta di chi volle combattere per la libertà, infatti, che venne a costituirsi il Comitato di Liberazione Nazionale che dopo la cacciata dei nazisti e del fascisti fu la culla per il primo parlamento democratico e la fucina feconda della nostra Costituzione, che ha permesso a tutto il Paese di godere della libertà e della democrazia, cioè di un sistema in cui si perseguono obiettivi politici attraverso mezzi nonviolenti, in particolare attraverso l’ottenimento della maggioranza da parte di un soggetto politico, in elezioni libere e giuste. Un sistema nel quale non è permesso a nessuno, nemmeno alla maggioranza, di chiedere agli altri “obbedienza pronta, cieca ed assoluta”, un sistema nel quale poteri distinti ed indipendenti garantiscono che non ci siano soprusi contro i quali non si può chiedere difesa e giustizia.

È questo quello che è scritto nella nostra Costituzione nata dalla Resistenza, quella Costituzione che voi avete giurato di difendere e per questo vi ringraziamo.


Intervento d Ernesto Nassi  (intervento a “braccio”)


Il Comandante della Scuola di Fanteria, Generale Giovanni Manione, ha aperto, con il suo intervento il convegno sulla Guerra di Liberazione e partecipazione militare alla Resistenza, invitandomi a prendere la parola.
“L’8 settembre 1943, Badoglio, alle ore 19.45, alla radio dell’Eiar, su disco precedentemente registrato, diede l’annuncio che l’Italia aveva firmato l’Armistizio con gli alleati. Appresa la notizia i tedeschi calano in Italia per occuparla, anche favoriti dalla presenza nel nostro Paese  di diverse divisioni frammischiate ai nostri militari, a seguito del “Patto d’Acciaio” tra l’Italia fascista, la Germania nazista e il Giappone imperialista. Tra marzo ed aprile del 1940, Mussolini maturò la decisione di entrare in guerra, cedendo alle offerte tedesche di forniture di armi e carbone, abbandonando l’idea di rimanere paese neutrale, entrando in guerra a fianco di Hitler. Mussolini ed il fascismo erano convinti che la guerra durasse pochi mesi e quindi “qualche migliaio di morti” sarebbero stati sufficienti per accomodarsi al tavolo della pace. Le cose non andarono così! All’alleanza con i tedeschi l’Italia ha pagato un prezzo altissimo, sia economico che di vite umane. Il fascismo ha portato il Paese in tre guerre: Guerra coloniale, Guerra di Spagna e Seconda Guerra Mondiale, facendo gravare sulle spalle degli italiani ben tre “Economie di Guerra” con conseguenze facilmente intuibili.
La Germania accusò gli italiani di tradimento, per aver firmato l’armistizio, dimenticando che Hitler, nel mese di aprile 1943, aveva chiamato i suoi generali invitandoli a studiare un piano d’invasione militare dell’Italia, denominato “Piano Alarico”.
E la Germania nazista era alleata dell’Italia fascista! La fuga del re e del Governo Badoglio, ha lasciato i nostri soldati nella confusione più totale, privi di ordini atti a fronteggiare i tedeschi e grazie al coraggio di militari e civili, i tedeschi sono stati affrontati e fermati. Il primo scontro è stato al ponte della Magliana, dove con un atto di vigliaccheria i tedeschi hanno ucciso dei granatieri che erano d’avamposto; si sono presentati con la bandiera bianca e a pochi metri dai nostri soldati si sono gettati tra gli arbusti e dietro di loro c’erano dei paracadutisti che hanno sparato contro i granatieri. I due giorni di combattimenti hanno causato tra gli italiani, oltre 400 morti tra i militari e oltre 200 tra i civili; con 27 donne di cui una suora che curava i feriti di ambo gli schieramenti, morta in seguito per le ferite. I militari italiani all’estero hanno pagato il prezzo più alto, in Corsica, Francia, Albania, Grecia e specialmente nei Balcani. Nel solo Montenegro, la Divisione Garibaldi,perse 14.000 uomini, il più grave e drammatico fu l’eccidio di Cefalonia, dove sono stati uccisi migliaia di militari italiani, disarmati. Anche in Italia i tedeschi si sono macchiati di stragi di civili e distruzione di paesi, anche assieme ai fascisti, come a Sant’Anna di Stazzema, dove con i tedeschi c’erano dei fascisti versilliesi. Cosa sia stato il fascismo per l’Italia forse, ancora oggi, non è stato profondamente studiato, non è stata fatta una ricerca storica esaustiva, per molteplici ragioni, anche di parte, e rimane una lacuna da colmare.
La Resistenza, grazie ai militari nelle sue file, ha usufruito della conoscenza delle armi e della tattica di guerra, insegnata ai partigiani civili dai partigiani militari. I combattenti per la libertà, anche se divisi ideologicamente, erano uniti contro i nazifascisti, anche pagando con la vita la loro scelta di campo, come la partigiana bolognese Irma Bandiera, torturata, accecata e impiccata difronte le finestre di casa sua, davanti ai suoi genitori.Molti episodi di micro resistenza a Roma, come a Centocelle, quando Bentivegna la sera prendeva i mitra dei militi della PAI e al mattino li riconsegnava, dopo aver fatto delle azioni contro i nazifascisti; Natalini, quando qualche notte tornava alla Garbatella e c’erano la banda Koch e le SS che lo cercavano, la portiera metteva un paio di calzini rossi alla finestra per farlo allontanare. Roma ha pagato un prezzo altissimo in vite umane, nei 271 giorni di occupazione tedesca, circa 7.000 morti, compresi i morti dei bombardamenti, perché la richiesta di Pio XII di considerare Roma “Città Aperta” i tedeschi non l’hanno rispettata, portando uomini e mezzi militari nella città, occupando le caserme di viale delle Milizie, istituendo il Tribunale militare all’Hotel Flora e il comando delle SS a via Tasso; consentendo così agli alleati di bombardare Roma.
Il 25 aprile, l’Italia si è liberata dei nazifascisti, la Resistenza, anche grazie al popolo italiano, ha concorso a riscattare l’onore del Paese, dopo ventanni di dittatura. Però attenzione ai “partigiani del 26 aprile” cioè quelli che dopo la Liberazione hanno avuto attestati di partecipazione alla Guerra di Liberazione! I partigiani combattenti non sono stati più di 200.000 e mio padre è stato uno di loro.
Il prossimo 8 settembre è il 70° anniversario dell’inizio della Resistenza e ritengo che nelle celebrazioni di Porta San Paolo, sul palco,assieme ai militari ci debba essere il rappresentante dell’ANPI, come è auspicabile che al prossimo 25 aprile, sul palco, con i partigiani ci sia una rappresentanza dei militari, avendo combattuto insieme, per liberare l’Italia. Però, proprio in memoria dei tanti militari caduti nella Guerra di Liberazione, ritengo scandaloso che ad Affile, da un anno, sia stato eretto un mausoleo in memoria di Rodolfo Graziani, nonostante manifestazioni di protesta, denuncie alla stampa italiana ed estera ed alla magistratura. Va ricordato che Graziani, fu massacratore di etiopi, persecutore e fucilatore di partigiani, in quanto ministro della guerra della RSI, che emanò i bandi per la cattura dei partigiani e dei renitenti alla leva della RSI. Questo Mausoleo deve essere abbattuto o riproposto come mausoleo dedicato ai caduti delle stragi nazifasciste nella Valle dell’Aniene e del colonialismo italiano. I mausolei dovrebbero essere fatti ai generali Gandin, Simoni e al colonnello Montezemolo a tanti e tanti altri, ma no a chi non ha di certo onorato l’Italia.
Ernesto Nassi  Vicepresidente Vicario ANPI Roma






 

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