giovedì 28 luglio 2016

Relazione di Luciana Romoli, staffetta partigiana di Roma, alla presentazione del libro "Stupri di Guerra"

Relazione di Luciana Romoli, staffetta partigiana di Roma, alla presentazione del libro "Stupri di Guerra" - Senato della Repubblica, 17 giugno 2016


Mi è stato chiesto di riferire su una tremenda vicenda avvenuta in Italia durante la seconda guerra mondiale, specialmente nelle provincie di Frosinone e Latina, ed in altre località: le Marocchinate.
Luciana Romoli durante una recente manifestazione in ricordo delle donne della Resistenza

Questo vocabolo indica le violenze che subirono donne di ogni età, ma anche bambini e uomini, per un totale di circa 300 uccisi e tra le 20.000 e le 50.000 vittime di soprusi sessuali; alle truppe coloniali marocchine (goumiers) dagli ufficiali francesi per cinquanta ore fu lasciata mano libera per compiere stupri, uccisioni, furti di bestiame ed incendi. Va ricordato che la battaglia per la conquista di Montecassino fu sanguinosa: in due giorni morirono 30.000 soldati tra anglo-americani e tedeschi, 1500 polacchi e più di 3.000 goumiers, la metà di quelli che riuscirono a battere la resistenza germanica. E’ verosimile che i generali francesi volessero premiare i vincitori ed insieme vendicarsi della “pugnalata alle spalle” ricevuta dall’esercito di Mussolini nel 1940.
A distanza di settanta anni sono una delle solo due sopravvissuta del gruppo di donne, dell’UDI nazionale della Federazione romana del PCI e della Camera del Lavoro di Roma, che si adoperarono a favore delle Marocchinate; vanno ricordate Maria Maddalena Rossi, Maria Michetti, Nadia Spano, Maria Antonietta Maciocchi, Maddalena Accorinti e Marisa Rodano. Io ero tra loro, perché dirigente dell’Associazione Ragazze d’Italia per le borgate di Roma.
A giugno 1945, su segnalazione di Laura Lombardo Radice, moglie di Pietro Ingrao nativo di Lenola (un paese delle marocchinate) con Maria Michetti e Maddalena Accorinti mi recai per la prima volta nelle zone della Ciociaria dove si erano verificati i terribili fatti. Trovammo case incendiate e tuguri dove vedemmo vecchie malate, distese su giacigli di stracci, attorniate da bambini mal nutriti e parenti disperati per l’assenza di mezzi e di cure. Ad Esperia, uno dei paesi più colpiti, decorato di medaglia d’oro al valore civile, vennero stuprate 700 donne su 1600 abitanti; il Parroco, che si era opposto alle violenze, fu legato ad un albero per assistere al massacro, quindi anche lui venne sodomizzato, finché ne morì. A Vallecorsa non vennero risparmiate neppure le suore del Preziosissimo Sangue. A Castro dei Volsci dai registri comunali risultano morti in quel periodo 46 tra donne e uomini.
Fu allora che Maria Maddalena Rossi e Nadia Spano mi chiesero di accompagnarle nei luoghi degli scempi, principalmente per assistere le donne più giovani, sconvolte e reticenti per la vergogna; dicevano che sarebbe stato meglio morire, piuttosto che vivere senza la speranza di farsi una famiglia, di avere dei figli e trovare un lavoro. Le vecchie invece ci raccontavano tutte le sofferenze subite da loro e dalle figlie e nipoti, ci abbracciavano e ci benedicevano. Io piango ancora ricordando quegli incontri.
In collaborazione con i Sindaci, raccogliemmo le dichiarazioni delle vittime dei soldati marocchini, aiutando a compilare un questionario inviato alla Prefettura per far ottenere la pensione di guerra. La Francia in qualche caso concesse un piccolo indennizzo, ma il risarcimento non fu dato a tutte, molte richieste andarono smarrite.
Bisogna aver presente che a quell’epoca la condizione femminile, specie tra le povere contadine meridionali analfabete, era assai diversa da quella di oggi. Le vittime di violenza sessuale si colpevolizzavano, perché erano disprezzate e ripudiate. Non furono rari episodi di donne rimaste incinta che uccisero le loro creature appena nate e poi si suicidarono. Non posso dimenticare il caso di una giovane di 20 anni che si doveva sposare a guerra finita: compì l’infanticidio soffocando il neonato con il cordone ombelicale e poi si impiccò. La misero nella cassa con l’abito da sposa, con il velo avvolsero il bambino. Io, Maria Michetti, Maddalena Accorinti e Nadia Spano andammo al loro funerale assieme a tutti i compaesani.
I neonati furono spesso affidati ai brefotrofi o a famiglie adottive.
Maria Michetti e Maria Maddalena Rossi trovarono delle psichiatre disposte a recarsi una volte a settimana nei paesi del frusinate per dare assistenza psicologica alle molte che ne avevano bisogno. Ricordo il caso di una ragazza che dopo la prima notte di nozze non poteva più avere rapporti sessuali per dispareunia.
Diverse donne stuprate, in particolare le bambine, contrassero malattie veneree allora frequenti e mal guaribili. L’UDI sollecitò i medici condotti e gli specialisti dermosifilopatici a somministrare le terapie opportune, convincendo le donne a curarsi e a ricoverarsi se avevano contratto anche la tubercolosi.
La popolazione del frusinate in seguito ha votato in maggioranza per Andreotti ed ancora oggi i neofascisti cercano di strumentalizzare quei terribili delitti, che in altri teatri di guerra (Libia, Etiopia, Grecia, Jugoslavia) purtroppo anche le truppe italiane e coloniali hanno compiuto.
Delle marocchinate non si è parlato molto, fino a quando apparve il romanzo “La Ciociara” di Moravia e specialmente il film di De Sica, così ben interpretato dalla Loren. E’ rimasta ignorata l’opera delle donne democratiche sui luoghi delle vergognose brutalità, nonché la documentata denuncia che Maria Maddalena Rossi, presidente dell’UDI e deputata, eseguì in Parlamento.
L’insegnamento che si trae dalla vicenda delle marocchinate è la necessità di una forte condanna della guerra e della sopraffazione masc hile, che persistono da noi nella forma del femminicidio e in ogni teatro di guerra con stragi ed abusi sulle donne del nemico. Il nostro dovere è fermare la violenza degli uomini con la coscienza e la forza delle donne.
Fatemi ricordare infine la grande mobilitazione per la pace che le donne democratiche hanno sostenuto, raccogliendo milioni di firme per l’Appello di Stoccolma. Sono orgogliosa che la Bandiera della Pace, che sventola in tutto il mondo, sia stata inventata per quell’occasione a Casalbertone, il mio quartiere di origine, molte ragazze hanno cucito lunghi nastri con i colori dell’arcobaleno.

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