03 gennaio 2026

L'ANPI provinciale di Roma condanna l'aggressione USA al Venezuela


L'ANPI Provinciale di Roma esprime ferma condanna e indignazione per l'aggressione militare, politica, economica operata dagli Usa contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela. Dopo settimane di bombardamenti in acque internazionali contro imbarcazioni civili affondate senza alcuna prova rispetto alle accuse di narcotraffico; dopo l'attivazione della CIA con mandato di destabilizzazione all'interno del Venezuela; dopo le minacce e l'accerchiamento aereo e marittimo del Paese, questa notte il governo degli Stati Uniti ha bombardato la capitale della Repubblica Bolivariana del Venezuela colpendo il Parlamento, le abitazioni di ministri del governo, le caserme delle Forze Armate, le stade e le aree civili della città.

Lo scopo è quello di porre sotto controllo statunitense le riserve petrolifere, le risorse minerarie (le "terre rare") e il gas venezuelano. L'operazione si è conclusa con il sequestro del Presidente Nicolas Maduro e di sua moglie ed il trasferimento in località ancora sconosciuta. Siamo di fronte ad una azione di carattere e natura golpista da parte di una potenza (gli Usa) che con operazioni imperialiste ha già tante volte funestato la storia del Sud America considerandolo il proprio "giardino di casa". Di fronte alla violazione del diritto internazionale, del diritto dei popoli, del diritto all'autodeterminazione e del principio di sovranità degli Stati l'ANPI Provinciale di Roma e del Lazio esprime la propria solidarietà al popolo venezuelano aggredito e chiama alla mobilitazione iscritte e iscritti; simpatizzanti e tutte e tutti coloro che guardano con allarme alla condotta dell'estrema destra internazionale (guidata da Trump su scala globale e seguita ideologicamente dal governo Meloni) organicamente strutturata su una politica di guerra; corporativismo sociale ed economico in danno di lavoratori e lavoratrici; nazionalismo e discriminazione delle popolazioni migranti.

Solidarietà al popolo venezuelano e pieno sostegno al suo diritto all'autodeterminazione e alla lotta contro ogni forma di imperialismo.

31 dicembre 2025

Verso un nuovo anno di lotte: gli auguri dell'ANPI Provinciale di Roma

Si ruppe il vaso di Pandora e uscirono tutti i mali che infestano il mondo. In fondo rimase chiusa la speranza, ultima possibilità per andare avanti purché non diventi illusione. Per noi sperare è lottare, resistere e trovare un percorso comune per fare vivere la Costituzione e fermare il riarmo. Prepariamo la pace con la pace. Auguri a noi tuttə e alla nostra ANPI!

29 dicembre 2025

Anna Kuliscioff: 9 gennaio 1854 - 29 dicembre 1925. Cento anni fa moriva la rivoluzionaria, medica e giornalista tra i fondatori e principali esponenti del socialismo


«A Milano non c’è che un uomo, che viceversa è una donna, la Kuliscioff». Così definiva l’elegante pasionaria Antonio Labriola, in una lettera ad Engels nel 1893.

Anna Moiseevna Rozenštejn, meglio conosciuta come Anna Kuliscioff è stata una rivoluzionaria, medica e giornalista russa naturalizzata italiana, tra i fondatori e principali esponenti del Partito Socialista Italiano.

Da https://www.enciclopediadelledonne.it/edd.nsf/biografie/anna-kuliscioff

Nasce in Crimea presumibilmente il 9 gennaio del 1854, in una famiglia benestante di commercianti ebrei.

Amante dello studio, a circa 18 anni, nel 1871, decide di seguire i corsi di Filosofia presso l’università di Zurigo poiché in Russia alle donne era proibito l’accesso all’università. Tornata in Russia nel 1874 per dedicarsi alla politica attiva, già nel 1877 fu costretta a riparare in Svizzera, in seguito all’ondata di arresti provocati dai vari movimenti di piazza che in quegli anni agitavano gran parte dell’Europa. In Svizzera conobbe Andrea Costa, con il quale si trasferì a Parigi per collaborare all’Internazionale di Kropotkin. Ma nel ‘78 venne arrestata ed espulsa dalla Francia e fu di nuovo in Svizzera. Di idee anarchiche, Costa si avvicinò al socialismo proprio grazie ad Anna. Erano, quelli, anni di repressione durissima, che li videro entrambi vittime di continui arresti e di processi sommari.

In Svizzera la Kuliscioff aveva ripreso gli studi ed era passata dall’ingegneria alla medicina. In seguito alle numerose detenzioni aveva contratto la tubercolosi e le vennero consigliati climi più miti. Si trasferì così, con la figlia, a Napoli. Nel 1888 si specializzò in ginecologia, prima a Torino, poi a Padova. La sua tesi era dedicata alle cause della febbre puerperale, e avendone indicato l’origine batterica, aprì la strada alla scoperta che avrebbe salvato milioni di donne dalla morte dopo il parto. Si trasferì poi a Milano, dove cominciò ad esercitare l'attività medica, recandosi tra l'altro anche nei quartieri più poveri della città. Dai milanesi venne chiamata la “dottora dei poveri”.

A Milano entra in contatto con le principali esponenti del femminismo milanese, Paolina Schiff e Norma Casati, che nel 1882 avevano formato la Lega per gli interessi femminili. Da qui in avanti l’impegno di Anna Kuliscioff nella questione femminile diviene sempre più chiaro e incalzante, sino a culminare nel bellissimo intervento al Circolo filologico di Milano, nell’aprile del 1890: Il Monopolio dell’uomo

https://www.socialismoitaliano1892.it/wp-content/uploads/2017/11/Anna-Kuliscioff-IL-MONOPOLIO-DELLUOMO.pdf

Nel 1891 insieme a Filippo Turati, fondò la rivista «Critica sociale», dalle cui colonne perorò molte cause, a cominciare dal riscatto delle donne, che ella sostenne in tutti i modi. Tutti, proprio tutti: promuovendone l’emancipazione intellettuale e morale, sostenendone l’indipendenza economica, difendendone i diritti. Dal primo decennio del Novecento fino allo scoppio della Grande Guerra sosterrà con tutti i mezzi possibili la battaglia per il suffragio universale, unitamente ad alcuni fra i più angolosi eretici del socialismo italiano, come Gaetano Salvemini.

Dopo la rottura con Andrea Costa nel 1885, Anna Kuliscioff e Filippo Turati si unirono in un sodalizio durato quarant’anni, che corrispose all’espressione più alta del movimento socialista in Italia. Un grande amore e un’intesa umana e intellettuale non disgiunta però dall’indipendenza di pensiero di Anna e dalla necessità di vegliare e affermare la propria individualità.

E proprio da Milano la Kuliscioff sostenne concretamente la questione femminile all’interno del movimento socialista, dapprima con la legge Carcano, approvata nel 1903, per la tutela del lavoro delle donne e dei fanciulli, elaborata dalla stessa Kuliscioff e presentata da Turati, e poi con la battaglia per il suffragio universale.

Agli inizi del Novecento il dibattito sul voto ruotava intorno alla richiesta di estenderne il diritto a tutti i cittadini maschi, anche analfabeti. Dell’eguale prerogativa per le donne, invece, nessuno, o quasi, si dava pensiero. Lo stesso Turati giustificava la posizione del Partito adducendo come motivo «la ancora pigra coscienza politica di classe delle masse proletarie femminili». Immediata la risposta di Anna Kuliscioff su «Critica sociale»:

«Direte, nella propaganda, che agli analfabeti spettano i diritti politici perché sono anch’essi produttori. Forse le donne non sono operaie, contadine, impiegate, ogni giorno più numerose? Non equivale, almeno, al servizio militare, la funzione e il sacrificio materno, che da’ i figli all’esercito e all’officina? Le imposte, i dazi di consumo forse son pagati dai soli maschi? Quali degli argomenti, che valgono pel suffragio maschile, non potrebbero invocarsi per il suffragio femminile?».

Proprio mentre il fascismo si affermava con tutta la sua tracotanza, Anna Kuliscioff si spegneva nel suo appartamento milanese. «È proprio difficile anche morire».

«Quando si sentì venir meno e soffocare, volle baciare tutti i suoi intimi, e si spense, senza un sussulto, senza un brivido».

Immensa la folla di persone che volle rendere omaggio alla “dottora dei poveri”, ricordata così da Pietro Nenni: «I funerali erano stati un’apoteosi per lei e per il sopravvissuto suo compagno. Ma, ai fascisti, anche l’omaggio reso a una donna insigne per sapere, preclara per carattere, da tutti stimata per la bontà senza pari, era riuscito intollerabile. Sui gradini stessi del Monumentale, mentre a mo’ di saluto io gridavo “Viva il socialismo!”, fummo aggrediti. Attorno alla bara, attorno alle corone e ai nastri, ci fu una zuffa breve e feroce dalla quale parecchi uscimmo sanguinanti e pesti. Ed era triste pensare che ciò avvenne in un cimitero e davanti alla salma di una donna che, con tutta la sua anima, con tutta la sua intelligenza aveva auspicato pace, giustizia e fraternità».

Il suffragio universale, inteso così come Anna Kuliscioff lo aveva difeso nelle sue battaglie, ossia come voto per tutti, uomini e donne, senza distinzione alcuna di sesso o di classe, sarà introdotto in Italia solo nel 1946, dopo venti anni di dittatura fascista e l’immane tragedia della seconda guerra mondiale.

28 dicembre 2025

28 dicembre 1943: l'attacco di Mario Fiorentini al carcere di Regina Coeli


Nei mesi immediatamente successivi alla difesa di Roma, il dispositivo di guerriglia urbana messo in atto dai GAP (Gruppi di azione patriottica) comunisti e socialisti e dalle SAC (Squadre di azione cittadina) azioniste raggiunge sin da subito un livello di organizzazione ed efficienza considerevole: le azioni del dicembre 1943, in particolare, misero in luce quei caratteri peculiari che fecero della guerriglia partigiana a Roma un fenomeno unico nel contesto della guerriglia partigiana dell'Europa di allora, determinandone la netta differenziazione rispetto ad analoghe esperienze di capitale importanza quali quelle dei GAP di Torino, Genova e Milano. Tra di esse, spicca l'ardimentosa azione compiuta da Mario Fiorentini contro i tedeschi presso il carcere di Regina Coeli.

Il 28 dicembre 1943, alle ore 11:50, il giovane gappista pedala affannosamente sul Lungotevere Gianicolense su una bicicletta: nel cestello trasporta uno spezzone esplosivo destinato a colpire la guarnigione tedesca del carcere di Regina Coeli, ove sono detenuti ebrei, antifascisti e dirigenti della Resistenza romana quali Saragat e Pertini. Giunto all'altezza del carcere, accende la miccia e lancia lo spezzone sul camion dei tedeschi, nella sottostante Via della Lungara. A coprire la fuga imminente vi sono Carla Capponi e Rosario Bentivegna, non distanti dal portone del carcere, e Franco Di Lernia e Lucia Ottobrini dall'altro del lato del Tevere, all'imbocco di Ponte Mazzini. Inforcata la bicicletta, Mario pedala all'impazzata sul ponte, inseguito dalle pallottole dei mitra tedeschi che hanno individuato il responsabile dell'attacco. Giunto incolume a Via dei Banchi Vecchi, dove lo attendono Lucia e Franco Di Lernia, è a tal punto preso dall'adrenalina che continua a pedalare fino a Sant'Agostino, dove si rifugerà nella libreria antiquaria del compagno Fernando Bertoni. L'azione provoca otto morti e diversi feriti tra le fila dei tedeschi, che a partire da quel giorno vietano la circolazione delle biciclette in tutta la capitale: numerosi romani, tuttavia, aggireranno il divieto attaccando alla ruota posteriore una terza ruota ricavata spesso da materiali di fortuna per poter realizzare dei tricicli e aggirare così il divieto.

«Quel Natale del ‘43 lo ricordo come il più triste della mia vita, ma bisognava reagire alla tristezza e allo sconforto. Attaccare i tedeschi era l'unico modo che avevamo per reagire a quella cappa di piombo che avvolgeva Roma. Lo dovevamo agli ebrei deportati e a quelli scampati costretti a vivere come topi; lo dovevamo ai carabinieri e alle loro famiglie che vivevano in una disperante incertezza sulla sorte dei loro cari; lo dovevamo al nostro paese calpestato dalla violenza nazifascista. Non c`è dubbio: noi dovevamo essere d’esempio, perché era l’unico modo che avevamo per riscattarci dalla débâcle dell’8 settembre.»

(Mario Fiorentini, 𝑆𝑒𝑡𝑡𝑒 𝑚𝑒𝑠𝑖 𝑑𝑖 𝑔𝑢𝑒𝑟𝑟𝑖𝑔𝑙𝑖𝑎 𝑢𝑟𝑏𝑎𝑛𝑎. 𝐿𝑎 𝑅𝑒𝑠𝑖𝑠𝑡𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑑𝑒𝑖 𝐺𝑎𝑝 𝑎 𝑅𝑜𝑚𝑎, a cura di Massimo Sestili, Odradek 2015, p. 63.)

Mario Fiorentini, comandante del GAP centrale "Antonio Gramsci", tre volte decorato di Medaglia d'Argento al Valor Militare, ci ha lasciati il 9 agosto del 2022 all'età di 103 anni.

28 dicembre 1943: la fucilazione dei sette fratelli Cervi e di Quarto Camurri

All'alba del 28 dicembre 1943, nel poligono di tiro di Reggio Emilia, cadevano sotto le raffiche del plotone di esecuzione Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio ed Ettore assieme al compagno di lotta Quarto Camurri. Gli otto partigiani erano stati arrestati il precedente 25 novembre da un consistente plotone di militi della Guardia Nazionale Repubblicana assieme al loro padre Alcide, al partigiano Dante Castellucci "Facio" e a tre soldati alleati fuggiti dai campi di prigionia e unitisi alla banda capeggiata dai sette fratelli: il russo Anatolij Tarassov, i sudafricani John David Bastiranse "Basti" e John Peter De Freitas "Jeppy", l’irlandese Samuel Boone Conley: in quell'occasione, la casa colonica in cui risiedevano, nelle campagne tra Gattatico e Campegine, fu circondata e data alle fiamme.

Prima ancora che punto di riferimento per la lotta partigiana nelle campagne reggiane, il podere dei Campi Rossi, ove la famiglia Cervi si era trasferita nel 1934, aveva rappresentato un laboratorio di antifascismo attivo: il padre Alcide, cattolico e iscritto al Partito Popolare sin dal 1921, aveva assieme alla moglie Genoeffa Cocconi educato i nove tra figli e figlie all'impegno nel lavoro quotidiano nei campi, coniugato ad una fede dall'espressione spontanea ed estranea a qualsiasi dogmatismo. Fu il fortissimo desiderio di emancipazione sociale, coltivato attraverso intensi studi e letture della piccola biblioteca che andava costituendosi in casa, a portare i Cervi ad introdurre nel proprio podere le più moderne tecniche agricole e zootecniche, introducendo nella zona la coltivazione della vite americana e arrivando ad acquistare nel 1939 uno dei primi trattori della campagna emiliana. Quella stessa volontà di riscatto che li rese padroni non solo del proprio lavoro ma anche delle proprie idee li condusse all'inevitabile scontro con il fascismo, che si concretizzò nella scelta della lotta armata all'indomani dell'8 settembre con la nascita della "banda Cervi", trasferitasi in montagna all'inizio dell'ottobre 1943. La formazione alternerà alle azioni in montagna i "colpi" in pianura, come nel caso del fallito attentato al segretario del Partito Fascista Repubblicano Giuseppe Scolari, sino alla cattura dei suoi capi il 25 novembre 1943. Alcide Cervi, scampato all'eccidio e fuggito dal carcere di San Tommaso l'8 gennaio 1944 a seguito di un bombardamento, riuscirà a tornare a casa, ove apprenderà della tragica fine dei figli; Genoeffa Cocconi morirà il 14 novembre 1944 per le conseguenze di un infarto avuto quando i fascisti tornarono a devastare e dare alle fiamme la casa dei Campi Rossi nell'ottobre 1944.

𝑁𝑜𝑛 𝑠𝑎𝑝𝑒𝑣𝑎𝑛𝑜 𝑠𝑜𝑙𝑑𝑎𝑡𝑖, 𝑓𝑖𝑙𝑜𝑠𝑜𝑓𝑖, 𝑝𝑜𝑒𝑡𝑖,
𝑑𝑖 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑢𝑚𝑎𝑛𝑒𝑠𝑖𝑚𝑜 𝑑𝑖 𝑟𝑎𝑧𝑧𝑎 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑎𝑑𝑖𝑛𝑎.
𝐿’𝑎𝑚𝑜𝑟𝑒, 𝑙𝑎 𝑚𝑜𝑟𝑡𝑒, 𝑖𝑛 𝑢𝑛𝑎 𝑓𝑜𝑠𝑠𝑎 𝑑𝑖 𝑛𝑒𝑏𝑏𝑖𝑎 𝑎𝑝𝑝𝑒𝑛𝑎 𝑓𝑜𝑛𝑑𝑎.
𝑂𝑔𝑛𝑖 𝑡𝑒𝑟𝑟𝑎 𝑣𝑜𝑟𝑟𝑒𝑏𝑏𝑒 𝑖 𝑣𝑜𝑠𝑡𝑟𝑖 𝑛𝑜𝑚𝑖 𝑑𝑖 𝑓𝑜𝑟𝑧𝑎, 𝑑𝑖 𝑝𝑢𝑑𝑜𝑟𝑒,
𝑛𝑜𝑛 𝑝𝑒𝑟 𝑚𝑒𝑚𝑜𝑟𝑖𝑎, 𝑚𝑎 𝑝𝑒𝑟 𝑖 𝑔𝑖𝑜𝑟𝑛𝑖 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑡𝑟𝑖𝑠𝑐𝑖𝑎𝑛𝑜
𝑡𝑎𝑟𝑑𝑖 𝑑𝑖 𝑠𝑡𝑜𝑟𝑖𝑎, 𝑟𝑎𝑝𝑖𝑑𝑖 𝑑𝑖 𝑚𝑎𝑐𝑐ℎ𝑖𝑛𝑒 𝑑𝑖 𝑠𝑎𝑛𝑔𝑢𝑒.

(Salvatore Quasimodo, 𝐴𝑖 𝑓𝑟𝑎𝑡𝑒𝑙𝑙𝑖 𝐶𝑒𝑟𝑣𝑖, 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑙𝑜𝑟𝑜 𝐼𝑡𝑎𝑙𝑖𝑎, vv. 33-38)

La grafica riproduce uno splendido disegno di Militanza Grafica!

27 dicembre 2025

Il 27 dicembre 1947 è promulgata la Costituzione della Repubblica Italiana, nata dalla Resistenza e dalla Lotta di Liberazione dal nazifascismo.



L’Assemblea Costituente, eletta a suffragio universale maschile e, per la prima volta, femminile il 2 giugno 1946, fu convocata in base all’accordo stipulato tra la monarchia e i partiti del CLN alla Liberazione di Roma: il maresciallo Badoglio era stato sostituito a capo del governo da Ivanoe Bonomi; mentre Vittorio Emanuele III, responsabile della lunga collaborazione con il fascismo e della vergognosa conduzione dell’armistizio, si ritirò dalla scena nominando il proprio figlio Umberto Luogotenente del Regno. Costui emanò il decreto legislativo luogotenenziale n. 151/1944 che conferiva all’Assemblea Costituente il compito di disegnare l’intero assetto costituzionale; un successivo decreto (d. lgs. lgt. n. 98/1946) stabilì invece che la scelta istituzionale tra monarchia e repubblica fosse effettuata con un referendum popolare e che la Costituente dovesse attenersi a quel responso. Con quel decreto all’Assemblea costituente del 1946-1947 fu assegnato anche un limitato potere legislativo, per il resto provvisoriamente delegato al Governo, su alcune materie cruciali tra cui la legge elettorale, gli Statuti speciali, la legge sulla stampa, l’approvazione del Trattato di pace (che fu poi firmato a Parigi nel 1947).

La monarchia, sotto lo schermo di accordi con i partiti antifascisti, cercava di ritrovare un ruolo e la forza per salvarsi: Vittorio Emanuele III aveva rifiutato di abdicare, conferendo a Umberto la Luogotenenza; i cambiamenti introdotti rispetto al primo decreto (n. 151/1944) nel 1946 avevano trasferito la scelta istituzionale dalla Costituente al referendum popolare, nella speranza che l’appello al popolo evitasse la scelta repubblicana, verso la quale chiaramente inclinava la maggioranza dei partiti antifascisti. Infine, il 9 maggio 1946, alla viglia del referendum, il vecchio re si risolse ad abdicare nell’illusione che, presentando con Umberto un volto nuovo, l’istituto monarchico potesse salvarsi.

Il referendum

Il 2 giugno invece la repubblica trionfò con uno scarto di circa due milioni di voti: è stato detto – probabilmente non senza ragione – che la vittoria repubblicana fu dovuta alle donne del Sud che non votarono in massa per la monarchia, come temevano i partiti della sinistra, ma si pronunciarono per la repubblica. Indagini del dopoguerra appurarono inoltre che l’alto numero di consensi monarchici, fu dovuto, più che a devozione verso il discreditato re e il suo lignaggio, al timore dei ceti conservatori per un cambiamento che potesse preludere all’avvento del comunismo.

La nascita della Costituzione era stata preceduta dall’attività preliminare svolta dalla Consulta nazionale – istituita su iniziativa del governo Bonomi nell’aprile del 1945 per affiancare il governo nella fase transitoria, e in particolare per elaborare la legge elettorale per la Costituente. Il governo Parri istituì il Ministero per la Costituente (d. lgt. 31 luglio 1945, n. 435) – che fu presieduto dal socialista Pietro Nenni – con il compito di preparare la convocazione dell’Assemblea costituente. Fu istituita una Commissione per l’elaborazione della legge elettorale politica che presentò un progetto di legge che anticipava i contenuti poi recepiti nella Costituzione in merito ai diritti politici e divenne il d. lgt. 10 marzo 1946 n. 74. Furono altresì istituite tre commissioni di studio: 1) la Commissione per gli studi attinenti alla riorganizzazione dello Stato sotto la guida di un giurista, Ugo Forti, professore di diritto amministrativo nell’Università di Napoli. La Commissione operò attraverso cinque sottocommissioni (problemi costituzionali, organizzazione dello Stato, autonomie locali, enti pubblici non territoriali e sanità); 2) la Commissione economica presieduta da Giovanni de Maria, professore di economia all’Università Bocconi di Milano e suddivisa, anch’essa, in cinque sottocommissioni (agricoltura; industria; problemi monetari e commercio con l’estero; credito e assicurazione; finanza); 3) la Commissione per lo studio dei problemi del lavoro (gennaio 1946) che risentì della prossimità dell’evento elettorale: a differenza delle altre due commissioni non poté presentare una relazione unitaria, ma fornì comunque all’Assemblea una mole non indifferente di documentazione. Va segnalato, per qualificare il clima in cui si svolsero i lavori della Costituente, che attorno a essi fu svolta un’ampia opera di informazione e divulgazione.

Il risultato delle elezioni

I 556 deputati costituenti, per la maggior parte appartenenti ai partiti di massa (Dc 35,21% dei suffragi, Pci 20,68 % e Psiup 18,93%), si riunirono per la prima volta il 25 giugno 1946. Presidente fu eletto Giuseppe Saragat, prestigioso esponente socialista prefascista, esule in Austria e in Francia, ambasciatore a Parigi nel 1945-’46 ed eletto infine alla Costituente nelle liste del Psiup; tre giorni dopo fu eletto Capo provvisorio dello Stato il liberale Enrico De Nicola, che, malgrado alcuni cedimenti nel periodo delle origini del fascismo, aveva mantenuto un dignitoso distacco rispetto al regime.

La redazione della Carta fu affidata a una Commissione di 75 membri alla cui presidenza fu preposto Meuccio Ruini, antifascista, esponente del partito della Democrazia del Lavoro, di cui era stato fondatore nel 1942.

Sua fu l’indicazione preliminare dei temi di cui la commissione avrebbe dovuto, fin dal suo avvio, occuparsi (rigidità o elasticità della Costituzione; opportunità o meno di un preambolo; monocameralismo o bicameralismo; forma di governo) al fine di giungere alla formulazione di una costituzione che doveva essere «piana, semplice, comprensibile anche alla gente del popolo».

L’insediamento dell’Assemblea Costituente, 25 giugno 1946

La Commissione dei 75

I lavori della Commissione dei 75 iniziarono nell’estate del 1946 e terminarono nel febbraio 1947; l’organismo era diviso in tre sottocommissioni: la prima, presieduta da Umberto Tupini, deputato del Partito Popolare nel primo dopoguerra ed esponente democristiano, elaborò il testo concernente diritti e doveri dei cittadini; la seconda, presieduta da Umberto Terracini, comunista perseguitato dal fascismo e dirigente della Resistenza nella Valdossola, si occupò dell’organizzazione costituzionale dello Stato; la terza Commissione, presieduta dal socialista Gustavo Ghidini, si occupò dei rapporti economico-sociali. Un comitato di redazione (Comitato dei 18), costituito dall’Ufficio di presidenza della Commissione dei 75, allargato ai rappresentanti di tutti i partiti, svolse il delicato compito di coordinare il lavoro prodotto dalle tre sottocommissioni.

La fine dei lavori della Commissione dei 75 coincise con le dimissioni di Giuseppe Saragat dalla presidenza dell’Assemblea costituente (12 gennaio 1947), dimissioni conseguenti alla scissione del Partito Socialista (nota come scissione di Palazzo Barberini). Al suo posto, alla presidenza dell’Assemblea costituente fu eletto l’8 febbraio 1947 Umberto Terracini. La discussione generale in aula sul progetto di Costituzione iniziò il 4 marzo 1947, dopo la fine del lavoro di coordinamento del testo da parte del Comitato dei 18, e proseguì durante tutto il 1947. Il dibattito generale in Assemblea fu intenso e ancor oggi giudicato di altissimo livello. Ne furono protagonisti i difensori di un modello di Stato di diritto ancorato alle forme classiche del governo parlamentare (Vittorio Emanuele Orlando, Benedetto Croce, Francesco Saverio Nitti); a loro si contrapposero i deputati più giovani che percepivano una realtà nuova da affrontare attraverso pluralismo istituzionale, diritti sociali connessi al mondo del lavoro, ruolo dei partiti, superamento dell’accentramento statale, limiti alla volontà della maggioranza. Rispetto al progetto varato dalla Commissione dei 75 furono introdotti alcuni importanti mutamenti, tra i quali di particolare rilievo quelli relativi alle funzioni e ai criteri di elezione del Senato.

Umberto Terracini firma la Costituzione della Repubblica italiana

L’approvazione della Costituzione

L’Assemblea Costituente votò a scrutinio segreto il testo della Costituzione il 22 dicembre 1947, che venne approvato con 453 voti a favore e 62 contrari e fu promulgato dal Capo provvisorio dello Stato il 27 dicembre. Entrò in vigore il 1° gennaio 1948. L’Assemblea costituente avrebbe dovuto sciogliersi il giorno di entrata in vigore della Costituzione. In realtà essa lavorò fino al 31 gennaio 1948 in virtù di una prorogatio contenuta nella XVII disposizione transitoria della Costituzione e le sue commissioni funzionarono anche dopo tale data, fino al mese di aprile del 1948. Durante tutto l’arco di tempo dei suoi lavori si tennero 375 sedute pubbliche, delle quali 170 dedicate alla Costituzione.

Luigi Ganapini, docente all’Università di Bologna, storico

Da Patria Indipendente cartacea, novembre 2017, numero speciale

https://www.patriaindipendente.it/cittadinanza-attiva/era-il-2-giugno-1946/

vedi anche:

https://www.facebook.com/watch/?v=1770963167032625

23 dicembre 2025

23 dicembre 1984: la strage del Rapido 904

Alle 19:04 del 23 dicembre 1984, una bomba fu fatta esplodere su una carrozza del treno Rapido 904, in servizio sulla tratta Roma - Milano, mentre il convoglio si trovava in transito all'interno della Grande galleria dell'Appennino nei pressi della stazione di San Benedetto Val di Sambro. Furono 16 le vittime e 260 i feriti di quella che fu presto definita "la strage di Natale", perpetrata a pochissima distanza dal luogo in cui un ordigno neofascista aveva colpito dieci anni prima il treno Italicus.

Inizialmente rivendicato da gruppi neofascisti, l'attentato fu successivamente riconosciuto quale opera di una assai opaca rete di esecutori legati alla camorra e a Cosa Nostra: il principale responsabile fu riconosciuto nel mafioso Giuseppe Calò, in stretti rapporti con la banda della Magliana, la P2 e gli ambienti del Vaticano. 

Si trattava del primo atto della strategia eversiva e stragista della mafia, destinata a culminare nel biennio 1992-1993 con gli attentati ai giudici Falcone e Borsellino, la strage di Via dei Georgofili, gli attentati contro alcune chiese di Roma e numerosi altri atti terroristici. Recentemente, ulteriori indagini hanno messo in luce il supporto offerto agli esecutori della strage da parte degli ambienti neofascisti e dei servizi segreti deviati.

21 dicembre 2025

No ai fascisti nelle scuole

Il Comitato provinciale ANPI di Roma e la Sezione ANPI di Bracciano apprendono con preoccupazione quanto sta accadendo nel liceo del territorio di Bracciano, intitolato alla memoria del partigiano Ignazio Vian. Nei giorni precedenti la “cogestione” gli studenti hanno prodotto un volantino attraverso il quale denunciavano la presenza di personalità e organizzazioni riconducibili all’area politica neofascista di Casapound in alcuni dei corsi previsti nella programmazione. A causa della circolazione di tale volantino la dirigente scolastica pare abbia sporto denuncia per diffamazione presso il comando dei carabinieri di Bracciano. Non sappiamo se si tratti di un procedimento mosso nei confronti di studenti singoli o di una denuncia verso ignoti, in ogni caso condanniamo qualsiasi forma di messa sotto accusa dell’antifascismo ed esprimiamo piena solidarietà e vicinanza a tutte e tutti gli studenti e le studentesse del Vian per aver dovuto sopportare la presenza di neofascisti all’interno del proprio istituto e per una denuncia che, se confermata, sarebbe da considerare intimidatoria e repressiva della libertà di espressione e di critica.

ANPI Provinciale di Roma 

@fanpiùattivi @follower 

#fascisti #scuolademocratica #Costituzione

17 dicembre 2025

Si è costituita a Roma la sezione ANPI RAI “Comandante Max”

 

 

 






Si è costituita a Roma la sezione ANPI RAI “Comandante Max”.

Si è costituita il 16 dicembre la 77esima sezione dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia di Roma e Provincia, un traguardo importante frutto dell’impegno di lavoratrici e lavoratori dell’azienda radiotelevisiva pubblica del paese che hanno dedicato la sezione al partigiano e direttore del Tg Rai negli anni ‘50, Massimo Rendina, il “comandante Max” della Resistenza. A suggellare la nascita Marina Pierlorenzi, presidente dell’ANPI romana: “Siamo contenti ed orgogliosi di questa iniziativa con cui si vogliono riaffermare i valori e il patrimonio culturale e civile dell’antifascismo ma soprattutto la libertà culturale e il pluralismo dell’informazione anche essi sanciti dalla Costituzione, oggi messi in discussione da nuovi revisionismi. Per esercitare pienamente i loro diritti i cittadini devono sapere che informare correttamente ed avere accesso alle informazioni sono principi fondamentali per una democrazia e per la formazione di libere opinioni”.


Costituita la Sezione ANPI RAI “ComandanteMax”

Si è formalmente costituita la Sezione ANPI RAI “Comandante Max”, intitolata alla memoria di Massimo Rendina, partigiano nella Resistenza piemontese e giornalista, figura centrale nella costruzione dell’informazione democratica del Servizio Pubblico radiotelevisivo. Rendina fu tra i protagonisti del giornalismo RAI del dopoguerra e primo direttore del TG2, contribuendo alla nascita di un telegiornale libero, pluralista e coerente con i valori costituzionali.

L’ assemblea costitutiva si è svolta alla presenza della Presidente del Comitato ProvincialeANPI di Roma Marina Pierlorenzi e di Marco Noccioli, della Presidenza ANPI Roma, con la partecipazione di rappresentanti delle sezioni ANPI di Testaccio e Martiri de La Storta. Dopo un ampio dibattito, è stato eletto il comitato di sezione, che ha indicato Raffaella Pusceddu come presidente e Gianfranco Anzini come segretario.

La Sezione ANPI RAI “ComandanteMax”, in coerenza con lo Statuto dell’ANPI, nasce come presidio attivo dei valori della Resistenza e della Costituzione all’interno del Servizio Pubblico Radiotelevisivo. Tra gli obiettivi prioritari vi è la difesa della libertà di espressione, del pluralismo informativo e la promozione di una cultura della conoscenza dell’ideologia fascista, delle sue radici e delle sue conseguenze, per contrastarne il ritorno sotto nuove forme nella società contemporanea.

La Sezione si impegna inoltre a collaborare con il Comitato Provinciale ANPI di Roma, mettendo a disposizione anche le competenze professionali presenti in RAI per comprendere i cambiamenti della comunicazione pubblica e contribuire allo sviluppo di contenuti e linguaggi efficaci per la comunicazione dell’ANPI, nelle sue molteplici forme, sostenendo il ruolo della RAI nel raccontare alle giovani generazioni il percorso storico che ha condotto l’Italia dalla dittatura fascista alla nascita della Repubblica democratica.

16 dicembre 2025

Proiezione del docufilm "Tina - Una vita ribelle e partigiana" presso il Nuovo Cinema Aquila

Si è tenuta oggi presso il Nuovo Cinema Aquila la proiezione del docufilm 𝐓𝐢𝐧𝐚 - 𝐔𝐧𝐚 𝐯𝐢𝐭𝐚 𝐫𝐢𝐛𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐞 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐢𝐠𝐢𝐚𝐧𝐚, organizzata dalla sezione ANPI Centocelle "Giordano Sangalli" e dal Comitato Provinciale ANPI di Roma con la preziosa partecipazione degli studenti dell'IIS "Di Vittorio - Lattanzio".

Un ringraziamento speciale va ai registi Andrea White e Matteo Bennati, presenti in sala, al Presidente del V Municipio Mauro Caliste, alla dirigente dell'istituto Katia Tedeschi e al personale del Nuovo Cinema Aquila.

16 dicembre 1943: la battaglia di Monte Lungo

Alle ore 9:15 del 16 dicembre 1943, fanti e bersaglieri del I Raggruppamento Motorizzato dell'Esercito Cobelligerante Italiano mossero all'assalto di Monte Lungo, in provincia di Caserta. Nonostante il fallimento di un precedente attacco condotto l'8 dicembre contro le medesime posizioni, dovuto al diradarsi della fitta nebbia che aveva favorito le prime fasi dell'assalto e allo scarso coordinamento con i reparti di rangers statunitensi incaricati di garantire adeguata copertura all'avanzata dei bersaglieri del LI Battaglione, dopo tre ore di aspri combattimenti le truppe tedesche furono costrette a ripiegare: alle ore 12:30, la bandiera italiana sventolava assieme a quella statunitense sulla cima del monte, al termine di quella che fu la prima battaglia combattuta dai reparti del nuovo Esercito Italiano al fianco degli eserciti alleati nella Guerra di Liberazione.

“𝑷𝒓𝒊𝒎𝒂 𝑩𝒂𝒏𝒅𝒊𝒆𝒓𝒂 𝒊𝒕𝒂𝒍𝒊𝒂𝒏𝒂 𝒅𝒊 𝒄𝒐𝒎𝒃𝒂𝒕𝒕𝒊𝒎𝒆𝒏𝒕𝒐 𝒏𝒆𝒍𝒍𝒂 𝑮𝒖𝒆𝒓𝒓𝒂 𝒅𝒊 𝒍𝒊𝒃𝒆𝒓𝒂𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆 𝒔𝒗𝒆𝒏𝒕𝒐𝒍𝒂𝒗𝒂 𝒏𝒆𝒍𝒍𝒂 𝒔𝒂𝒏𝒈𝒖𝒊𝒏𝒐𝒔𝒂 𝒍𝒐𝒕𝒕𝒂 𝒑𝒆𝒓 𝒊𝒍 𝒑𝒐𝒔𝒔𝒆𝒔𝒔𝒐 𝒅𝒊 𝑴𝒐𝒏𝒕𝒆 𝑳𝒖𝒏𝒈𝒐 𝒇𝒓𝒂 𝒈𝒆𝒔𝒕𝒂 𝒎𝒆𝒎𝒐𝒓𝒂𝒃𝒊𝒍𝒊 𝒅𝒊 𝒆𝒓𝒐𝒊𝒔𝒎𝒐 𝒆 𝒅𝒊 𝒔𝒂𝒄𝒓𝒊𝒇𝒊𝒄𝒊𝒐 𝒄𝒐𝒏𝒕𝒓𝒐 𝒂𝒗𝒗𝒆𝒓𝒔𝒂𝒓𝒊𝒐 𝒂𝒈𝒈𝒖𝒆𝒓𝒓𝒊𝒕𝒐 𝒆 𝒅𝒖𝒓𝒆 𝒅𝒊𝒇𝒇𝒊𝒄𝒐𝒍𝒕𝒂̀ 𝒅𝒊 𝒕𝒆𝒓𝒓𝒆𝒏𝒐. 𝑺𝒊𝒎𝒃𝒐𝒍𝒐 𝒅𝒆𝒍𝒍𝒂 𝒅𝒆𝒅𝒊𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆 𝒔𝒖𝒑𝒓𝒆𝒎𝒂 𝒂𝒍𝒍𝒂 𝒓𝒆𝒔𝒖𝒓𝒓𝒆𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆 𝒅𝒆𝒍𝒍𝒂 𝑷𝒂𝒕𝒓𝒊𝒂, 𝒈𝒂𝒓𝒓𝒊𝒗𝒂 𝒗𝒊𝒕𝒕𝒐𝒓𝒊𝒐𝒔𝒂, 𝒄𝒐𝒏 𝒍𝒆 𝒂𝒗𝒂𝒏𝒈𝒖𝒂𝒓𝒅𝒊𝒆 𝒂𝒍𝒍𝒆𝒂𝒕𝒆, 𝒔𝒖𝒍𝒍𝒂 𝒗𝒊𝒂 𝒅𝒊 𝑹𝒐𝒎𝒂.” 𝑴𝒐𝒏𝒕𝒆 𝑳𝒖𝒏𝒈𝒐, 8 𝒅𝒊𝒄𝒆𝒎𝒃𝒓𝒆 1943.

(Motivazione della Medaglia d'Oro al Valor Militare concessa alla bandiera del 67° Reggimento Fanteria "Legnano")

15 dicembre 2025

Tina Costa: alcune date delle proiezioni del documentario e delle presentazioni del fumetto a lei dedicati

Di seguito una serie di date che prevedono la proiezione del documentario “Tina, una vita ribelle” di Andrea White e Matteo Bennati.

In alcune date saranno disponibili anche le copie  del fumetto “Tina Costa, partigiana della pace” di Chiara Benazzi e Francesca Gatto.







14 dicembre 2025 pranzo di fine anno dell'ANPI provinciale di Roma. Festeggiamento del 96°compleanno di Luciana Romoli e del 97° di Mario Di Maio

Ieri Luciana Romoli ha compiuto 96 anni!

Auguri Luce!

Luciana Romoli, “Luce”, è nata a Roma il 14 dicembre 1930 in una famiglia profondamente antifascista. Cresciuta a Casal Bertone, allora quartiere popolare e operaio, è stata staffetta partigiana durante la Resistenza.

A otto anni fu espulsa da tutte le scuole del Regno per essersi ribellata alle leggi razziali che colpirono la sua compagna di banco ebrea e per aver organizzato una rivolta scolastica.

Solo al termine della Seconda guerra mondiale “Luce” è riuscita a completare gli studi, divenendo biologa.

Dopo la Liberazione è stata collaboratrice di Gianni Rodari, per poi impegnarsi in un’instancabile opera di testimonianza e memoria rivolta ai più giovani. A partire dagli anni Novanta infatti porta la sua testimonianza nelle scuole

Oggi in occasione del grande pranzo di fine anno alla Cooperativa Agricoltura Nuova l'abbiamo festeggiata insieme al partigiano Mario Di Maio che lo scorso 19 novembre ha compiuto 97 anni!!

Figlio di un antifascista e partigiano attivo contro il regime già a partire dal 1922 e per questo spesso preso di mira dai fascisti, anche a seguito del suo rifiuto di iscriversi al partito fascista, Mario Di Maio nacque a Roma, nel quartiere di San Lorenzo.

Fu testimone diretto del bombardamento del quartiere del 19 luglio 1943. Di Maio si trovava nel carcere minorile di San Lorenzo, a via dei Reti, in quanto aveva picchiato il figlio di un fascista, e riuscì a fuggirne proprio a causa dei bombardamenti, saltando dal secondo piano dell'edificio e mettendo in salvo un bambino rimasto ferito.

Unitosi alla formazione partigiana Bandiera Rossa, prese parte alla battaglia di Porta San Paolo durante l'occupazione tedesca di Roma e si recò in seguito a combattere in Abruzzo.









Biglietti estratti per la sottoscrizione a premi del 14 dicembre 2025 al pranzo di fine anno dell'ANPI provinciale di Roma 

1 PREMIO – N. 1465

2 PREMIO – N. 0812

3 PREMIO – N. 1128 

4 PREMIO – N. 1102

5 PREMIO – N. 1184

6 PREMIO – N. 1160

7 PREMIO – N. 1709

8 PREMIO – N. 1458

9 PREMIO – N. 1809

10 PREMIO – N. 2123

11 PREMIO – N. 1148

12 PREMIO – N. 2117

14 dicembre 2025

Il 14 dicembre 2015 moriva Armando Cossutta

Armando Cossutta

Nato a Milano il 2 settembre 1926 - Morto il 14 dicembre 2015 a Roma.

pubblicista, parlamentare e dirigente comunista, Vice Presidente Nazionale Vicario dell'ANPI. 

Figlio di un operaio di origine triestina che lavorava alla Marelli di Sesto San Giovanni, Cossutta nel 1943 si è iscritto al Partito Comunista Italiano. Subito dopo l'armistizio è entrato nella Resistenza, battendosi contro i nazifascisti come partigiano delle Brigate Garibaldi. Catturato e condannato alla fucilazione, si salvò soltanto perché i militi del plotone d'esecuzione (come racconta nel libro autobiografico Una storia comunista, edito nel 2004 dalla Rizzoli), spararono in aria.

Dopo la Liberazione, interrotti gli studi, si è dedicato completamente all'attività politica che, dopo l'esordio a Sesto San Giovanni, lo ha visto, dal 1951, consigliere comunale a Milano, segretario della Federazione milanese del PCI, segretario regionale del suo partito, membro del Comitato centrale, della Direzione e della Segreteria. Cossutta, parlamentare dal 1972, ha rappresentato il PCI al Senato dalla VI all'XI Legislatura; dalla XII alla XIV è stato deputato; dal 1999 al 2004 è stato anche deputato al Parlamento europeo.

Già in dissenso con Enrico Berlinguer, quando l'allora segretario del PCI sostenne l'esaurimento della "spinta propulsiva" della Rivoluzione d'Ottobre, Cossutta fu poi contrario allo scioglimento del PCI proposto da Achille Occhetto. È stato lui, con Sergio Garavini, Lucio Libertini e altri suoi compagni a costituire il Partito della Rifondazione Comunista. Se ne staccò allorché, nel 1998, Fausto Bertinotti, divenuto segretario del PRC, decise di ritirare la fiducia al Governo Prodi dando vita al Partito dei Comunisti Italiani di cui fu il presidente.




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