La sera dell'8 settembre 1943, quando Badoglio annunciò alla radio che l'Italia aveva firmato l'armistizio con gli Alleati, le travolgenti dimostrazioni popolari che avevano accompagnato la caduta del regime appena quarantacinque giorni prima lasciarono il posto all'incertezza e alle preoccupazioni sulle sorti del Paese nell'immediato futuro. I partiti antifascisti, temprati da vent'anni di attività clandestina e riorganizzatisi nelle difficili giornate del governo Badoglio, erano già consapevoli che la guerra non sarebbe terminata e che una nuova partita decisiva per il futuro dell'Italia si cominciava proprio in quel momento. Poche ore dopo, le forze tedesche di stanza in Italia mettono in atto il "Piano Alarico" puntando sulle principali città dell'Italia centrale e settentrionale, mentre ulteriori divisioni calano dal Brennero: il Regio Esercito e le forze armate, in assenza di ordini precisi dai rispettivi stati maggiori, si sbandano in quasi tutta Italia e nei territori di Grecia, Albania, Francia e Jugoslavia ove erano presenti come forze di occupazione. Alle prime luci del giorno successivo, il 9 settembre, la famiglia reale abbandona la capitale alla volta di Pescara, da dove si imbarcherà su un incrociatore che la farà sbarcare a Brindisi, nell'Italia liberata.
Ciò che caratterizzò quell'8 settembre 1943 come data di rottura rispetto a tutto il precedente corso della storia nazionale furono l'assoluta preponderanza e il ruolo cruciale della scelta individuale, tanto degli antifascisti delle generazioni storiche e di quelle più recenti quanto dei militari di ogni ordine e grado che scelsero di non arrendersi e reagire agli attacchi tedeschi, spesso in condizioni di quasi totale autonomia. Molti di loro prenderanno nei mesi successivi la via della montagna e della clandestinità, offrendo la propria esperienza e la propria preparazione militare al servizio della causa della libertà: attorno a loro si formeranno i primi nuclei delle bande partigiane, successivamente organizzate in brigate e divisioni. È quello che accade in Piemonte e in Valle d'Aosta, dove i resti della IV Armata ormai dissoltasi provenienti dalla Francia si disperdono per le valli alpine, conservando le armi; è quello che accade a Roma, dove le divisioni "Ariete II", "Piacenza", "Piave" e "Re" organizzano la difesa della capitale impegnando i tedeschi a Monterosi, Manziana, Bracciano, Monterotondo, Albano; è quello che accade in Montenegro, dove ex militari del Regio Esercito si uniscono alle forze partigiane a dar vita al primo nucleo della leggendaria Divisione Partigiana "Garibaldi".
A dispetto della vulgata storiografica discendente in linea diretta della propaganda di Salò e della sua distorta concezione dell'onore, secondo cui la data dell'8 settembre avrebbe rappresentato la "morte della patria", alimentata dai reduci di Salò che si ponevano deliberatamente al di fuori del nuovo ordinamento democratico e costituzionale, è con l'8 settembre che vengono gettati le basi del grande edificio della Repubblica Italiana e della Costituzione, figlie della Resistenza. Sulle ceneri dello Stato liberale e del regime fascista, nei giorni dell'occupazione, delle stragi, degli eccidi, dei rastrellamenti e delle deportazioni, nei momenti in cui tutto sembrava perduto, le partigiane e i partigiani ebbero la forza di costruire la nuova Italia nata negli alpeggi, nelle cascine, nei casolari, nelle baite e tra le rovine dei bombardamenti.
«Abbiamo combattuto per la libertà di tutti; per chi era con noi, per chi non c'era ed anche per chi era contro. Tutti i morti meritano rispetto ma non si possono confondere i combattenti della libertà e quanti scelsero la dittatura»
(Arrigo Boldrini "Bulow" - Presidente ANPI dal 1947 al 2006)